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La Separazione dalla Natura e la Perdita dell’Aspetto Femminile dello Spirito

La Separazione dalla Natura e la Perdita dell’Aspetto Femminile dello Spirito

di Anne Baring (vedi referenze)

Questo è uno dei dodici seminari di un corso dedicato all’esplorazione e alla guarigione dell’anima. Lo pubblichiamo qui con il permesso dell’autrice.

Dove ha avuto origine l’idea di anima? Per rispondere a questa domanda dobbiamo andare a ritroso di 25.000 anni, fino a rintracciare l’immagine della Grande Madre o Grande Dea dall’era paleolitica in poi, seguendone le orme fino alla civiltà del Bronzo e ancora oltre, fino ai nostri tempi. Quest’immagine è la radice del concetto di anima cosmica.

Una delle maggiori difficoltà alla comprensione del concetto di anima è il fatto che per quasi tremila anni, nella civiltà giudaico-cristiana, l’immagine di Dio – il creatore dell’universo – è rimasta priva della dimensione femminile. Questo significa che tutto ciò che l’immagine della Grande Madre abbracciava nelle civiltà precedenti – in primo luogo il senso di immanenza dello spirito, della sua presenza all’interno del mondo fenomenico – andò perduto. Lo spirito venne poco a poco definendosi come qualcosa al di là del mondo, qualcosa di infinitamente remoto, trascendente, al di là della natura e di noi stessi. Per di più, esso si definì in termini maschili e paterni. Tutto ciò che l’immagine della Grande Madre aveva abbracciato nelle culture precedenti - nelle comunità neolitiche e nell’Età del Bronzo in Egitto, in Mesopotamia, a Creta e in Grecia – andò perduto, e con esso il senso di partecipazione alla vita di un’entità invisibile concepita come immagine materna, contenitrice, connettiva.

Noi stiamo vivendo adesso alla fine di una lunga traiettoria - forse di 5 milioni di anni o più – che ha portato alla graduale separazione o differenziazione della specie umana dalla natura, allo sviluppo del senso di autoconsapevolezza o di individualità, e ad un alto livello di sviluppo intellettuale: a tutto ciò che definiamo coscienza umana. In questo processo, tuttavia, abbiamo perduto l’antico senso di partecipazione alla sacralità del cosmo. E’ una vicenda che può esser vista come eroica ascesa verso l’autonomia, ma al tempo stesso come tragica caduta dall’unità. La storia, però, non finisce qui: il finale è ancora da venire, e stiamo cominciando a viverlo adesso, con l’entrata nel nuovo millennio. Richard Tarnas ha descritto graficamente la storia degli ultimi 2.500 anni come una serie di nascite che hanno forgiato la coscienza e la civiltà occidentali. Nel suo Passion of the Western Mind (Passione della mente occidentale) egli scrive:

L’impulso guida della coscienza maschile occidentale è stato non solo quello di cercare di realizzare se stessa, di forgiare la propria autonomia, ma anche, infine, di recuperare il proprio legame con il tutto, di venire a patti con il grande principio femminile della vita, di differenziarsi dal femminile per poi riscoprirlo e riunirsi ad esso, al mistero della vita, della natura, dell’anima.

La Grande Madre

Quando Jules Cashford ed io cominciammo a scrivere The Myth of the Goddess (Il mito della Dea), capimmo che dovevamo risalire alle primissime testimonianze dell’immagine. Volevamo trovare le immagini più antiche di ciò che era di importanza suprema per l’umanità, e volevamo scoprire dove e perché l’immagine sacra del Principio Femminile era andata perduta o era stata scartata dalla cultura occidentale. Quando trovammo l’immagine della Grande Madre paleolitica diffusa su un immenso territorio esteso dai Pirenei ad Ovest fino al Lago Baikal ad Est, capimmo di avere trovato il nostro inizio. Seguendo l’evoluzione e le molte trasformazioni di questa immagine dal 25.000 a.C. ad oggi, cominciammo a capire che la figura della dea era rappresentativa di una prospettiva di vita andata perduta, totalmente differente dall’odierna: quest’immagine personificava una visione del mondo come di un tutto organico, vivente e sacro.

The Myth of the Goddess racconta la storia di come, lungo un periodo di circa 20.000 anni, l’immagine della divinità sia gradualmente cambiata da dea a dio, e di come il dio abbia finito per essere identificato con lo spirito e con la mente e la dea con la natura, la materia e il corpo. L’immagine della dea fu temuta e rigettata, e con essa le donne ed ogni aspetto del valore femminile. Anima e natura erano sempre state concepite secondo immagini femminili. Il risultato fu che spirito e natura, mente ed anima si separarono e polarizzarono nella coscienza umana, portando alla crisi spirituale, politica ed ecologica che stiamo attraversando oggi.

Ma adesso, a questo stadio cruciale della nostra evoluzione, il grande archetipo del Femminile sta tornando. Grazie alla visione, al sogno, alla percezione intuitiva e alle ricerche degli studiosi, l’anima è reinsediata al posto che occupava un tempo. Nel recuperarla, acquistiamo sempre più coscienza della sacralità della vita, della terra, della materia; la nostra immagine della realtà e il nostro rapporto con il pianeta e tra di noi si stanno trasformando. L’impatto del ritorno di questo aspetto perduto dello spirito ha la forza di un terremoto che ci scuote dalle fondamenta, che insiste su una trasformazione radicale di tutte le nostre credenze e concezioni.

Per quasi 4000 anni l’anima è stata prigioniera di un incantesimo, la sua voce è stata azzittita, la sua saggezza rifiutata, la bellezza, la grazia e l’armonia sono svanite dal nostro mondo. Ma adesso, come la Bella Addormentata, si sta svegliando dal suo sonno, sta tornando alla vita dentro di noi e nella nostra cultura. Che cosa vuole da noi? Che cosa spera? Io credo che cerchi relazione. E vedo questa relazione come un matrimonio sacro: un matrimonio tra noi e il fondamento Divino dell’essere.

* * *

Da quel profondo terreno di istinti che chiamiamo natura la coscienza umana si è sviluppata con enorme lentezza. Ci sono voluti bilioni di anni perché la vita su questo pianeta si evolvesse al punto da produrre il genere di coscienza che abbiamo oggi. Prima di conoscerci come umani, siamo stati animali e piante, roccia e mare. Siamo stati il magma incandescente del nucleo terrestre, e molto prima ancora siamo stati la sostanza delle stelle. Tutta questa esperienza è contenuta nelle cellule del nostro corpo. La capacità di riflettere sulle nostre azioni, di pensare, di ragionare, è uno sviluppo recentissimo in confronto alle migliaia, addirittura milioni di anni dell’evoluzione umana. Per innumerevoli millenni il potenziale della coscienza umana è rimasto racchiuso nella natura, come un seme seppellito nella terra. Poi, lentissimamente, ha cominciato a differenziarsi dalla natura, da ciò che Jung ha definito “radice e rizoma dell’anima”. Questa separazione l’abbiamo sempre più sperimentata come uno stato di disarmonia e disunione, e da essa deriva la nostra attuale coscienza dualistica e frammentata, con tutte le paure e le ansie che ci tormentano. Ma la memoria dell’esperienza di unione che un tempo conoscevamo continua a vivere in noi come anelito di riunificazione, anelito di tornare ad appartenere a quel grande altro. Abbiamo creato ogni sorta di miti per spiegare la condizione umana e per ri-connetterci al tutto. Possiamo meglio capire questo immenso gradino evolutivo osservando la vita di un bambino, che, nella sua separazione dalla madre, riassume l’enorme passo della presa di coscienza di noi stessi prima di tutto come specie, diversa dalla vita attorno a noi, quindi come individui, separati dalla tribù.

Evolvendosi la coscienza, l’immagine sacra assumeva la funzione di un cordone ombelicale che ci mantenesse in contatto con le radici dell’anima. La prima immagine che abbiamo creato per connetterci a queste radici è stata la Grande Madre. Per circa 18.000 anni l’immagine della dea come Grande Madre ha dominato le lontanissime ere divenute accessibili soltanto nel corso di questo secolo: il Paleolitico (40.000-10.000 a.C.), il Neolitico (10.000-3.500 a.C.) e la grande civiltà dell’Età del Bronzo (all’incirca 3.000-1.500 a.C.). L’immagine della Grande Madre rappresenta l’intera rete istintuale di relazioni che chiamiamo vita; essa era al tempo stesso trascendente e immanente, al di là e al di dentro le forme della vita, presente nelle sue forme manifeste rigenerandole continuamente in un processo ciclico senza fine. Era vista come l’utero della vita, la sua grande tela, il suo ritmico pulsare: la vita dell’Uno era la vita del Tutto; luna, sole, stelle, piante, alberi, animali, esseri umani erano tutti suoi figli. Essa riuniva in sé le tre dimensioni di cielo, terra ed inferi. Come un bambino piccolo vive nel campo di coscienza della madre e da esso attinge la vita, così noi, in quel tempo, eravamo nel raggio dell’essere della Grande Madre.

TL’immagine più importante associata alla Grande Madre era la luna. La luna era la luce che splende nel buio, il simbolo della nostra coscienza umana che anela a comprendere il mistero della vita. La luna nasceva dal buio come falce sottile, arrivava a pienezza come una donna incinta, svaniva di nuovo nelle tenebre come una vecchia decrepita. Le più antiche notazioni lunari conosciute datano a 40.000 anni prima di Cristo. La luna ci dava un’immagine della vita come immutabile eppure in continuo cambiamento, un modello ciclico di morte e rigenerazione che regolava tutti gli aspetti del creato. Col passare di innumerevoli millenni abbiamo imparato a credere nella ricomparsa della luna crescente, e a riconoscere che il buio era un periodo di transizione tra una vecchia e una nuova fase della vita… Abbiamo imparato ad applicare questa acquisizione a noi stessi e a credere che la morte ci avrebbe riportato nell’utero della Grande Madre per poi rigenerarci, come la luna crescente (la credenza nella reincarnazione può essere nata da queste osservazioni lunari). La vita della Grande Madre era eterna come le luna; la vita della vegetazione terrestre e la nostra vita umana crescevano e decrescevano, come la luna nelle sue fasi. Da questa lunga esperienza della luna si evolse la capacità di immaginare, sentire, pensare, riflettere e creare: si sviluppò l’inesauribile creatività umana. La mitologia, l’astronomia, l’architettura e il principio della legge divina operante ovunque nella vita, che raggiunsero così brillanti espressioni nelle civiltà dell’Età del Bronzo, possono essere sorti da queste primordiali osservazioni della luna.

Molto tempo prima che fossero eseguiti i dipinti oggi tanto ammirati, la caverna era il posto più sacro, il focolare della vita tribale. A livello simbolico, essa era il vero utero della Grande Madre, la fonte segreta, nascosta, del suo potere rigenerativo: da lì essa portava alla luce i viventi e riaccoglieva in sé i morti per rigenerarli. La caverna simboleggia ancora, nel sogno e nell’esperienza mistica, il livello psichico profondo, istintuale, che dà accesso alla rivelazione e alla comunione con livelli di coscienza al di là dell’ordinario.

Raggiungere il luogo sacro in queste grotte era di una difficoltà estrema, un rituale di iniziazione ai misteri della Grande Madre che spesso richiedeva ore nel superamento di stretti passaggi. Immaginatevi a strisciare, scivolare in queste viscere, ansimando per lo sforzo, con unica luce, nel buio totale, quella di minuscole lucerne di osso scavato e riempito di grasso animale e di ramoscelli di ginepro. Immaginate la vostra paura che il lume si spenga e… all’improvviso sbucate in un’enorme caverna. Ancora oggi, seguendo le tracce dei loro percorsi, spesso terrificati dall’immensità del buio e dalla paura che la nostra luce si spenga, possiamo sentire ciò che provavano gli uomini di quei tempi lontani: si è dentro l’utero della Grande Madre, nell’immobilità e nel silenzio totali, nelle tenebre, al cuore stesso della vita. Nel tratto più remoto della caverna, spesso in una camera a volta vasta come una cattedrale, si dipingevano e incidevano i magnifici animali che ammiriamo ancora oggi. Questi animali erano la vita brulicante della Grande Madre, da cui dipendeva la nostra vita. Il labirinto e la spirale divennero, in questi primissimi tempi, simboli del sentiero di connessione tra questo mondo e l’invisibile dimensione uterina della Grande Madre. Essi ci dicono che a quest’epoca eravamo già coscienti di due dimensioni di esperienza: la nostra terrena e un’altra invisibile, a cui siamo connessi come da un cordone ombelicale.

Tra i 25.000 e i 5.000 anni prima di Cristo, l’immagine della Grande Madre comincia ad evolversi in tre forme specifiche: è concepita come cielo, e la sua epifania o manifestazione terrena è l’uccello; è immaginata come terra, e la sua manifestazione è l’animale (in particolare la leonessa e il leopardo, ma anche molti animali più piccoli, come la cerbiatta, il maiale, addirittura il porcospino); è immaginata come le acque della terra: quelle che scendono dai suoi seni, le nuvole, e le acque del mondo sotterraneo che sgorgano dal sottosuolo; simbolo delle acque è il serpente. Migliaia di anni dopo ha ancora sostanzialmente le stesse forme, solo più definite, insieme ad un’intera mitologia del principio femminile come Madre di Tutto. In quanto immanente alle forme della vita, essa era accessibile agli uomini: questi impararono a prestare attenzione a segni od eventi insoliti, ad osservare e ascoltare ad un livello al di là dell’ordinaria esperienza di vita, a notare corrispondenze e trarre analogie, a sviluppare la propria intuizione e immaginazione. Caverne, cime arrotondate di monti, boschetti di alberi o profondi crepacci naturali della terra, divennero tutti luoghi sacri, focolari dei rituali sciamanici. Acqua, pietre, alberi, piante, animali della terra e volatili erano presenze viventi, gli uomini sapevano parlare con loro e ascoltare i loro messaggi. Oggi l’interesse per la rabdomanzia, l’attrazione verso i luoghi sacri e persino la passione per il giardinaggio e per la cucina recano in sé l’antico senso di relazione con la natura.

Ma la Grande Madre era anche luogo o dimensione invisibile, raggiungibile solo percorrendo il sentiero labirintico tra questo mondo e la scaturigine, o mondo-utero. Così, qualcuno scolpì una figura (circa 4500 a.C.) con una porta e un tracciato labirintico disegnati sul suo corpo per indicare l’ingresso e il sentiero attraverso i quali entriamo in questo mondo e ne usciamo per passare nell’altro.

Il Neolitico fu l’era in cui si svilupparono l’agricoltura e l’allevamento, e l’antica mitologia lunare era adesso vissuta in relazione ai cicli dei raccolti, nei quali gli uomini vedevano le fasi chiare e oscure della luna riflesse nelle fasi fertili e sterili delle stagioni. Il seme invisibile piantato nel buio dell’utero terrestre diveniva visibile come verde germoglio di grano, e poi come raccolto mietuto e trasformato in cibo dal lavoro di uomini e donne. La Grande Madre fu venerata in tutto il mondo neolitico. Tutto ciò che apparteneva alla terra - pietra o sorgente, albero o frutto, grano o erba - era sacro perché portava la vita della Grande Madre, offerta in nutrimento dei suoi figli. Nessuna specie era superiore alle altre.

Alcuni dei notevoli templi costruiti da queste popolazioni sopravvivono ancora: Stonehenge, Avebury e Silbury Hill nel Sud dell’Inghilterra, New Grange in lrlanda, Carnac in Bretagna, erano in quei tempi remoti alcuni dei luoghi più sacri, la cui struttura e significato sono ancora piuttosto oscuri. La più grande cerimonia annuale era il matrimonio tra il cielo e la terra, che all’inizio può essere stato vissuto come i due aspetti - maschile e femminile, luce e buio - della Grande Madre. Chiamare dio il sole e dea la luna sarebbe “spingersi avanti” troppo in fretta, ma non c’è dubbio che il matrimonio sacro tra il sole e la terra fosse celebrato a New Grange, dove un raggio di sole all’alba del solstizio d’inverno penetrava nei più remoti recessi dell’oscuro interno del tempio, simile ad un utero. Ad Avebury (all’inizio di maggio) e a Stonehenge (al solstizio d’estate) una lunga ombra triangolare fallica gettata da un alto masso avvolgeva un’altra pietra rappresentante la dea madre. Abili architetti, astronomi ed ingegneri costruirono questi templi di pietra come luoghi dove gli uomini potessero assistere al processo che si riteneva desse inizio alla fecondazione, e quindi alla futura fertilità della terra. Questi luoghi sacri mostrano che al centro della vita di quel tempo nell’Europa Occidentale era il rito piuttosto che la necessità di difesa contro gli attacchi. L’esperienza del rito doveva essere straordinariamente numinosa.

Le donne nell’era neolitica erano strettamente legate al ritmo della semina e del raccolto, in quanto partecipi del processo misterioso attraverso il quale la vita cresceva nel buio del loro grembo ed era rigenerata come figli. Così, si credeva che avessero poteri magici di assistenza alla fertilità dei raccolti, degli alberi, degli animali. Erano le guardiane e taumaturghe della vita, esperte nell’uso di erbe ed unguenti e nell’arte della ceramica e della sua decorazione. Un complesso simbolismo legava i ritmi lunari del corpo femminile con il mistero lunare della perpetua rigenerazione della vita.

Verso i 4.500 anni a.C. - periodo in cui comincia a definirsi il maschile - apparvero le prime immagini di un giovane dio. Si svilupparono rituali, durati addirittura fino al nostro secolo, che lo identificavano con il grano, o con le messi che morivano e rinascevano annualmente. Più tardi si sarebbe sviluppata attorno a lui una tremenda mitologia. A Babilonia era chiamato Tammuz, in Egitto Osiride, uno dei suoi tanti nomi era “Il Verde”. Il sovrano del paese fu identificato con questo giovane dio (Pharoah) e più tardi, nelle cattedrali e nelle chiese europee, fu scolpito nelle decorazioni dei tetti e negli stalli dei cori come “L’Uomo Verde”, immagine dello spirito creatore racchiuso nella natura.

Avanzando verso l’età del bronzo, iniziata all’incirca 3500 anni a.C., la Grande Madre continua a presiedere su molte culture mediterranee, ma ora, sebbene ancora “Madre di Tutto” (come, ad esempio, Gaia), è anche differenziata in molteplici divinità con un nome, che personificano aspetti dei suoi poteri: in Egitto lside, Hathor, Nut e Maat; in Mesopotamia Inanna e Ishtar; in Grecia, Demetra, Atena, Afrodite, Artemide, Ecate e Persefone.

Un grande mito è narrato in culture differenti: la storia della dea il cui figlio cresce per divenire suo sposo. Egli personifica la vita della vegetazione, del grano o degli alberi da frutto, e il suo matrimonio con la madre dea unisce la terra al cielo e rigenera la vita sul pianeta. In Mesopotamia, come Tammuz, egli muore di morte sacrificale e la dea Ishtar si mette alla sua ricerca, scendendo agli inferi per risvegliarlo dal sonno o per riportarlo indietro dalla morte; in Egitto la dea Iside raccoglie i frammenti del corpo di Osiride e lo riporta in vita; in Grecia, Demetra discende nell’Ade in cerca di sua figlia Persefone. Non appena il figlio o la figlia o il consorte ritornano, germoglia il grano, gli alberi fioriscono e la fertilità è riportata sulla terra. Sia Iside che Ishtar erano chiamate “Vergine Regina del Cielo e della Terra”: la loro verginità non simboleggiava l’innocenza sessuale, com’è nella nostra cultura, ma l’inesauribile creatività della vita, la cui unione è intrinseca a lei stessa e che si esprime come processi del tutto istintuali. Gli appellativi della Grande Madre in questo periodo sono “La Verde”, “La Luce del Mondo,” “Santa Pastora” e “Giudice Giusto”.

In Egitto, Hathor reca il disco solare tra le falci di luna che ci riportano alla figura di Laussel, di circa 18.000 anni prima; per gli Egiziani essa era La Via Lattea, immaginata come una grande mucca che nutriva il mondo con il suo latte; Iside porta le grandi ali della sua predecessora neolitica e, come lei, presiede alle camere sepolcrali dei morti (Tomba di Tutankamon), poiché la morte è ancora immaginata come un aspetto della totalità della vita, un aspetto della totalità dell’essere della Grande Madre. La dea Nut ogni notte accoglie il sole nel suo corpo e all’alba lo fa nascere, è la volta stellata del cielo, che accoglie le anime dei morti nel suo abbraccio. Una bella iscrizione su un sarcofago del Louvre recita: “Oh madre Nut, allunga le tue ali su di me. Fammi diventare come le stelle imperiture, come le instancabili stelle. Oh Grande Essere che sei nel mondo dei Morti, ai cui piedi è l’Eternità, nelle cui mani è il Sempre, oh amata Anima divina che sei nell’abisso misterioso, vieni a me”.

Volgendoci alla Grecia, Atena eredita dalla vecchia dea neolitica l’immagine del serpente, e anche la sua imagerie aviaria. Nell’Odissea ci sono molte storie di Atena che appare ad Ulisse in veste di uccello, come rondine o come falco pescatore, per guidarlo nel suo ritorno verso Penelope. La civetta in particolare le era sacra (sarcofago di Haghia Triada). Tutte queste associazioni provengono da un’epoca in cui non c’era separazione tra la Grande Madre come Origine e come forme manifeste della vita. Non c’è, quindi, nessun creatore dietro la creazione: il creatore è tanto la vita della natura quanto le grandi potenze del cosmo ora personificate come dee e dei. Riuscite a sentire quanto vita come spirito e vita come natura siano unificate attraverso queste immagini? Riuscite a percepire il profondo senso di partecipazione che esisteva tra noi stessi e la vita attorno a noi? Penso che queste immagini mostrino il perché la vita fosse sentita come una e sacra.

Migliaia di donne nell’Età del Bronzo servivano come sacerdotesse nei numerosi templi delle dee, e persino in quelli di certi dei. Ma l’unica cultura che ci abbia dato una chiara immagine di ciò che poteva essere la vita di una donna a quel tempo è la cultura dell’Età Minoica a Creta, prima dei grandi terremoti e maremoti che la distrussero nel 1450 a.C. Sappiamo che c’erano donne poetesse in Sumeria, Egitto e Grecia, perché oggi possiamo leggere le loro poesie; sicuramente c’erano artiste, guaritrici, e quelle capaci di viaggiare in trance o in sogno per riportare messaggi dall’aldilà.

Verso la fine dell’Età del Bronzo il principio femminile nell’immagine della dea era chiaramente definito. Prima di tutto la dea era grande matrice di relazioni in cui tutti gli aspetti e forme della vita erano interconnessi: anche se non è definita anima cosmica, questo è ciò che di fatto rappresentava. In secondo luogo, rappresentava il principio di giustizia, saggezza e compassione. Come terzo fattore, il più importante, essa era la dimensione invisibile oltre il mondo visibile, talvolta chiamato “Inferi” (vedi In the Dark Places of Wisdom – Nei Luoghi Oscuri della Saggezza – di Peter Kingsley, e la descrizione del viaggio di Parmenide nella dimensione retta dalla dea Persefone).

La più grande cerimonia annuale durante l’Età del Bronzo era il Matrimonio Sacro che univa simbolicamente il cielo alla terra, la luna al sole, la madre-sposa al figlio amante. In un sontuoso rituale la dea e il dio erano uniti in accoppiamento, lei rappresentata dalla regina come somma sacerdotessa e lui dal re come sommo sacerdote. Questo matrimonio univa simbolicamente il cielo e la terra, la luna e il sole, le dimensioni visibile e invisibile, rinnovando così la vita sulla terra. La poesia estatica e l’imagerie sessuale degli antichi inni matrimoniali egiziani, sumeri e babilonesi furono poi tramandate alla cultura canaanita e, in seguito, a quella ebraica. Lo squisito immaginario del Cantico dei Cantici è giunto fino a noi dalla Sumeria e dall’Egitto. In queste cerimonie, la sposa era sempre madre e sorella dello sposo, e questi era sia figlio che fratello della sposa; da qui le parole: “Mi hai rapito il cuore, oh sorella, mia sposa”. Il paragone più prossimo da addurre per capire l’importanza che questa cerimonia aveva per il popolo in quei lontanissimi tempi è con l’interesse e l’eccitazione suscitate oggi da un matrimonio regale o da un’eclissi (vedi l’eclissi come matrimonio tra il sole e la luna).

Riassumendo: per circa 20.000 anni, fin quasi al 2000 a.C., la Grande Madre è immagine di una numinosità e di un fascino travolgenti, è la sorgente della vita, una vita che si manifesta come vita di ciascuno e di tutto. La sessualità ne è espressione primaria: un impulso sacro, estatico, riflettente l’impulso creativo della vita stessa a rinnovarsi eternamente. L’immagine del divino in quest’epoca è un flusso vitale istintivo: tutto è uscito dall’utero della Grande Madre, tutto acquista significato dal rapporto con lei. Così, la relazione giunse ad essere intesa come qualità essenziale del principio Femminino; sentivamo la relazione come un istinto, esattamente allo stesso modo in cui un bambino si sente connesso alla madre. Nella nostra psiche, i nuovi elementi di consapevolezza in via di sviluppo e il potere dell’auto-riflessione erano mantenuti in rapporto con i più vecchi, istintuali strati attraverso l’immagine della Dea e attraverso i rituali che mettevano gli uomini in relazione con la vita attorno a sé. Owen Barfield (Saving the Appearances – Salvare le apparenze) ha definito queste fasi dell’evoluzione umana “Partecipazione Originaria”. Questa esperienza, l’immagine della Grande Madre e la dea erano il fondamento della successiva idea di anima cosmica, o dell’anima come matrice e contenitore sviluppata dalla filosofia platonica e neoplatonica (Anima-Mundi). Questa mitologia non scollegava la vita naturale e l’esperienza umana dalla partecipazione alla vita divina, essendo anzi radicata nell’antica conoscenza che “Tutto ciò che vive è sacro” (Blake). Questa conoscenza è nella profondità del nostro essere. La stiamo recuperando ora che l’immagine dell’anima ritorna a noi.

Il Dio Padre

Vengo adesso alla seconda parte della storia. Circa 2000 anni a.C. avviene un cambiamento tremendo, devastante, come un fulmine a ciel sereno. Il Medio Oriente e il Mediterraneo orientale sono gettati in subbuglio: invasori recanti divinità maschili - “un popolo il cui assalto fu come un uragano” – irruppero nelle valli fluviali dove la dea era venerata da migliaia di anni, e portarono con sé il cavallo e il carro da guerra. Guerra e conquista divengono il tema di una nuova e terrificante età, dappertutto regnano paura e massacro, alte grida di terrore e angoscia, mentre la gente viene uccisa, resa schiava, esiliata dalle proprie case. Joseph Campbell descrive quest’epoca come “Il Grande Rivolgimento”. La terribile crudeltà che accompagnò la pulizia etnica di quel periodo è minuziosamente documentata negli annali dei re babilonesi, e, più tardi, di quelli assiri. Re Sargon di Akkad (2300) fu il primo a registrarla con orgoglio.

In questo nuovo atto del dramma del nostro viaggio evolutivo, la Grande Madre si sposta dietro le quinte, e il Grande Padre avanza al centro della scena. In Grecia le dee (Atena, Artemide, Afrodite, Persefone), che un tempo rappresentavano aspetti dei poteri della Grande Madre, ora divengono figlie di Zeus (tutte eccetto Demetra e Gaia, che conservano lo status dell’antica Grande Madre). Nella cultura ebraica il Grande Padre rimpiazza la Grande Madre come creatore della vita. La storia della feroce battaglia tra i fautori delle due mitologie è raccontata nel Vecchio Testamento. Tutte le immagini e i riferimenti alla dea vennero distrutti. La lingua ebraica ancora oggi non possiede parole per esprimere il concetto di “dea”.

Perché accadde tutto ciò? Quali forze profonde produssero questo enorme cambiamento? Forse l’immagine del Dio Padre ci era necessaria in quest’epoca per sviluppare un genere di coscienza maggiormente focalizzato? Per sviluppare abilità tecnologiche atte a trasformare e sfruttare l’ambiente a fini di espansione e di crescita? Ce n’era bisogno per aiutare l’individuo a separarsi dalla tribù? Perché l’evoluzione della donna fu frenata e quella dell’uomo accelerata? L’allontanamento della coscienza dalla terra, dalla natura e dai rituali della Grande Madre ci aiutò a sviluppare la mente analitica e il forte senso del sé individuale che abbiamo oggi? Era necessario avere questo tipo di mente? O è stata tutta una deviazione dal nostro naturale sentiero evolutivo? La terrificante spaccatura sociale di questa era fu il fattore causativo della perdita di fede nella Grande Madre?

Qualunque sia la risposta, il risultato fu una grande accelerazione nello sviluppo dell’autonomia individuale, riflessa nell’immagine dell’eroe. D’ora in avanti ci si focalizzerà sull’esplorazione del mondo, del cosmo, e sullo sviluppo di un’immensa gamma di abilità mentali e fisiche. La mente diviene di importanza suprema: la mente, che sta al di sopra della natura e viene identificata col Dio Padre; la mente, che sta divenendo sempre più capace di influenzare e controllare l’ambiente attraverso le idee e le invenzioni tecnologiche. Psicologicamente, questa nuova fase è incentrata sulla costruzione di un ego forte, focalizzato.

Gli uomini sono i portatori primari di questa nuova consapevolezza, mentre le donne rimangono più vicine alla vecchia visione. Le concezioni patriarcali guadagnano terreno, e tutto quanto ha a che vedere col valore Femminile viene represso, deprezzato. Il ruolo delle donne come portatrici di vita viene svalutato in confronto al ruolo maschile di conquista, ordinamento e controllo della vita; le donne divengono parte di ciò che è controllato dagli uomini. D’ora in avanti, con poche eccezioni, il loro contributo al progresso sarà scritto al di fuori della storia della civiltà occidentale, e questa situazione ha cominciato a cambiare solo nel nostro secolo.

La storia di questa fase comincia con i miti che parlano della separazione della Terra dal Cielo. In Sumeria il dio Enlil separa i suoi genitori An e Ki per fare Cielo e Terra; in Egitto il dio Shu separa i propri genitori Nut e Geb; nel secondo e terzo capitolo della Genesi la storia della Caduta ha questo stesso tema della separazione. Tutti questi miti riflettono un enorme cambiamento nella coscienza umana, l’inizio di una percezione completamente nuova della vita, in cui la natura diviene qualcosa da controllare e manipolare da parte dell’ingegno umano. Da ora la coscienza sarà focalizzata più sulla mente che sul cuore, forse in relazione con lo sviluppo dell’emisfero sinistro del cervello. Al tempo stesso l’individuo eroico diventa il centro della mitologia. Il pericolo di questa fase è che l’ego umano, staccandosi dalla propria origine nella natura e nel cosmo, si dissoci da essi e cominci a non riconoscere alcun potere più grande di se stesso: gli esseri umani sono considerati in rapporto privilegiato con la divinità e sono obbligati ad esercitare il dominio sulla natura. Questo sarebbe stato impensabile nei precedenti periodi della “partecipazione”.

Durante questa fase abbiamo perso la vecchia coscienza partecipativa che ci teneva in uno stato di comunione istintiva con l’ambiente e con una dimensione invisibile avvertita tutt’intorno a noi. L’invenzione della scrittura fu uno spartiacque tra il vecchio modo di vivere ed uno nuovo, durante il corso del quale l’antica coscienza partecipativa iniziò a svanire e cominciammo a sperimentarci come separati dalla natura. Imparando la nuova abilità della scrittura, cominciammo a pensare in maniera lineare, sequenziale, e a perdere la capacità di immaginare come se fossimo parte della natura, con un’immaginazione tanto prolifica e illimitata quanto la sua. Cominciammo a vederci in un ruolo eroico, come se avessimo il compito di contrapporci alla natura, di sopraffarla, conquistarla. Cominciammo lentamente ad identificarci con un dio eroe che uccide un drago.

In modo sincronico, il crollo delle comunità agricole nelle gradi valli fluviali della Mezzaluna Fertile avvenne grossomodo contemporaneamente allo sviluppo dell’abilità di lettura e scrittura (all’incirca 3000 a.C.). Un nuovo libro, scritto da un chirurgo con lunga esperienza di osservazione dei due emisferi del cervello, (The Alphabet versus the Goddess – L’alfabeto contro la Dea -, Viking 1999) avanza l’ipotesi che l’invenzione della scrittura abbia portato all’ipersviluppo del pensiero lineare e analitico dell’emisfero sinistro a discapito di quello più immaginativo e partecipativo dell’emisfero destro. Questo conferì supremazia a tutti coloro che avevano accesso all’istruzione, agli uomini sulle donne, alle divinità maschili su quelle femminili, in ultima istanza: al Grande Padre sulla Grande Madre. Ovunque la scrittura mise radici seguirono la conquista, il dominio, la schiavitù e l’organizzazione gerarchica della società. L’abilità di scrittura fu sviluppata dagli scribi e dalle classi sacerdotali e fu confinata al 2% circa della popolazione. E alle donne non veniva insegnato a leggere e a scrivere. Per 5000 anni, egli afferma, “La mano che ha tenuto la penna ha tenuto anche la spada”.

La focalizzazione sulla coscienza lineare dell’emisfero sinistro ha significato la perdita della precedente relazione di maggior equilibrio tra i due emisferi del cervello e la retrocessione della modalità dell’emisfero destro, caratterizzata da una percezione del reale attraverso la relazione e la partecipazione. La cultura giudaica fu la prima al mondo a bandire le immagini come mezzo di comunicazione con il sacro. Prima dell’invenzione della scrittura, saggezza e verità venivano trasmesse oralmente, mentre adesso saggezza e verità erano considerate risiedere nella parola scritta, la parola di Dio. La nostra attuale crisi ecologica può essere interpretata come conseguenza di un mutamento di coscienza a lungo dimenticato, che all’incirca 5000 anni fa segnò la transizione dall’età del Bronzo e quella del Ferro.

I 4000 anni seguenti saranno focalizzati sull’esplorazione, sull’espansione, sulla scoperta, sulla conquista, e soprattutto sull’idea del progresso umano, sul raggiungimento di un fine. Il potere di pensare, di fare e di sfruttare le forze della natura acquisterà un fascino travolgente. L’immagine maschile della divinità suprema rafforzò enormemente gli uomini, portatori primari di questa nuova consapevolezza. Le donne restarono più vicine alla vecchia visione, più vicine alla coscienza partecipativa e al rapporto con la natura. Considerate inferiori, furono retrocesse socialmente, di fatto schiavizzate, divenendo proprietà dei mariti. L’ebraismo e il cristianesimo bandirono sacerdotesse e dee. Abbiamo visto di recente che battaglia sia stata quella per il reinserimento delle donne in un ruolo sacro. La Grecia mantenne le sacerdotesse ma bandì le donne dalla partecipazione alla vita pubblica e alle relazioni sociali con gli uomini. Uno dei più grandi filosofi greci, Parmenide, ammoniva i governanti di Atene che, se volevano far fiorire lo stato, avrebbero dovuto trattar meglio le loro donne. Non fu ascoltato. Man mano che le nuove concezioni guadagnavano terreno, tutto ciò che aveva a che fare con il Femminile fu represso, deprezzato. Il ruolo delle donne come portatrici e alimentatrici della vita fu svalutato in confronto al ruolo maschile di conquista, ordinamento e controllo di essa. Le donne divengono parte di ciò che è controllato dagli uomini. E’ essenziale capire che nessuno è da colpevolizzare per questo processo: il bisogno o desiderio di assegnare colpe è una delle caratteristiche di quella fase di separazione o dualità che è adesso in via di sostituzione da parte di una nuova fase di riconnessione. Tanto gli uomini quanto le donne portano la ferita e la programmazione inconscia di questa fase di separazione.

Un particolare mito eroico, datato all’incirca al 1700 a.C., ci racconta la storia di ciò che successe nell’immaginario mitico. In questo mito babilonese chiamato Enuma Elish, Marduk, il giovane dio del sole, uccide Tiamat, la grande madre dragonessa, scoccando nella sua bocca aperta una freccia che le squarcia il ventre e le spacca il cuore. Marduk getta al suolo il suo cadavere, ci si mette sopra e lo taglia in due come un pesce, creando il cielo da una metà e la terra dall’altra. Poi crea i pianeti e le costellazioni; quindi, quasi ripensandoci, dal sangue del figlio assassinato di Tiamat crea l’umanità.

E’ un mito della creazione nuovo e violento, in assoluto contrasto con i precedenti miti sumeri ed egiziani della separazione della terra dal cielo, che segna l’inizio della perdita di relazione con il mondo naturale. L’uccisione della madre Dea da parte di Marduk offre un’immagine di violenza e assassinio come modello di comportamento divino: Marduk diviene l’ideale di macho, modello per tutti i futuri conquistatori, fino ai nostri stessi giorni. Con questo mito il tempo ciclico della cultura della dea finisce ed inizia il tempo lineare: la morte diviene finale e terrificante, la creazione ha un inizio e avrà una fine. Il conflitto tra la luce e il buio, tra il bene e il male prende una forma, e questo immaginario pervade il Vecchio Testamento ed altre mitologie, in India così come in Medio Oriente (Mahabharata). Il mito stabilisce il paradigma della dualità e dell’opposizione tra spirito e natura, luce e buio, per i 4.000 anni a venire. Questo paradigma controlla ancora la nostra cultura moderna con la sua enfasi sulla conquista della natura, dello spazio e della malattia, nostri nemici.

La storia di Enuma Elish era destinata a gettare le basi per la polarizzazione di spirito e natura, di mente e corpo in due parti distinte: l’una divina e buona, l’altra “perduta” e “cattiva”. Gradualmente, l’aspetto “maschile” della vita venne ad identificarsi con lo spirito, la luce, l’ordine e la mente, tutte cose definite buone, mentre l’aspetto “femminile” venne ad identificarsi con la natura, le tenebre, il caos e il corpo, che erano il male. Questa opposizione divinamente sancita portò anche all’idea della “guerra santa”: la guerra delle forze del bene contro le forze del male. Il mito babilonese era un mito pericoloso da prendersi lettera, poiché offriva l’immagine di violenza e assassinio come modello di comportamento divino, ratificato quindi come esempio da emulare per gli esseri umani. La vittoria del dio solare crea un nuovo modo di vita, un nuovo modo di relazionarsi al divino identificandosi con il potere di conquista del dio: è la vittoria che il sole ad ogni alba consegue sulle tenebre. Di fatto, il tema della conquista diviene tema dominante in tutti i miti eroici dell’Età del Ferro, e tale è ancora oggi.

Lungo i successivi 2.000 anni Marduk si trasformò, attraverso le culture assira e persiana, nel Dio Padre trascendente dell’ebraismo, del cristianesimo e dell’islam. La creazione adesso originava dalle parole del Padre, non più dall’utero della Madre; il creatore era al di là della creazione. Questo è di importanza cruciale: l’unità della vita era rotta, la natura era dissociata dallo spirito, il senso della sacralità della terra era perduto. Con questo mito ha fine il tempo ciclico della cultura della dea e inizia il tempo lineare: la morte diviene finale e terrificante. Era nata una polarizzazione fondamentale tra spirito e natura e tra gli aspetti razionali e quelli istintivi della psiche umana. La profonda dissociazione all’interno dell’anima è proiettata nei conflitti tribali: la conquista e il sacrificio cruento nel contesto tribale vengono definiti un bene; il nemico è definito il male; la donna è stuprata e profanata in guerra come avviene ancora oggi; e, nella sfera religiosa, la deviazione dal credo della religione tribale è definita eresia ed estirpata come male.

Questa storia mitologica è poco conosciuta e non si è consapevoli di quanto profondamente abbia influenzato la religione e la scienza, né di quanto sia instabile il fondamento su cui poggia l’intera struttura della civiltà occidentale: è una struttura che ha rigettato il principio femminile, con il risultato di essere radicalmente squilibrata, sbilanciata su un lato, come la torre pendente di Pisa.

Questo solo mito ebbe un’influenza enorme sulle successive culture greca, ebraica, persiana e cristiana. Non capendo ciò che stava avvenendo, l’ego umano cominciò ad identificarsi con il dio, perdendo sempre più il contatto con la matrice istintuale da cui si era evoluto; si volse in paura e rabbia contro la dea madre e contro la natura. La Chiesa cristiana combatté per sradicare l’animismo e temeva il ritorno della dea; la natura non redenta e il femminile in generale cominciarono ad essere identificati con le tenebre, l’ignoto, il caos, l’infernale da conquistare, soggiogare, controllare. Lo stadio finale di questa storia di controllo ha portato all’attuale credenza che non ci sia intelligenza, coscienza o dimensione al di là della nostra. In senso personale questo si applica anche alla dimensione dei nostri sentimenti e istinti, che inconsciamente vennero ad essere associati con ciò che è femminile, oscuro, caotico e pericoloso (l’isteria e l’emotività delle donne). Uomini e donne sono stati entrambi profondamente influenzati da questa mitologia: entrambi equiparano il femminile a ciò che è inferiore ed esaltano la mente “razionale” di contro ai sentimenti, “non-razionali”. Questo ha dato all’archetipo o principio maschile un potere di gran lunga eccessivo, tanto all’interno della psiche umana quanto nella cultura.

Con la comparsa di questo mito, la guerra e la violenza divennero endemiche, simultaneamente in luoghi diversi ci fu una crescita del desiderio di potere che accompagnò il nascere di capi guerrieri. Ci fu un cambiamento sociale e politico di massa: la migrazione verso le città e la crescita della popolazione; la nascita delle città stato, del controllo centralizzato e delle burocrazie; la trasformazione dei contadini in servi; la riduzione in schiavitù dei prigionieri di guerra e la pulizia etnica delle popolazioni conquistate. Il ruolo del guerriero venne esaltato a modello supremo per gli uomini, e quelli che non potevano o non volevano vivere questo ruolo devono aver sofferto terribili vergogne e umiliazioni. Questo processo, iniziato nel terzo millennio a.C. con le conquiste di Sargon di Akkad, si conclude con Hiroshima, col Vietnam e con le orrende armi nucleari e biologiche della guerra moderna. I media diffondono ancora il tema della conquista (la conquista dello spazio, della malattia, ecc.). I politici usano ancora inconsciamente il linguaggio e l’imagerie arcaici dello scontro e della conquista. Tutto ciò è divenuto intrinseco alla psicologia maschile (l’evangelizzazione cristiana come conquista).

La mitologia della conquista è anche alla radice della scienza moderna con la sua visione meccanicistica della materia, con la sua fede nel nostro potere di usarla e manipolarla a nostro piacimento, sia a fin di bene che di male, senza alcun senso di relazione con essa. Questa mitologia dirige la bio-tecnologia con il suo desiderio predatorio di “conquistare” il territorio genetico a scopo di enormi profitti commerciali. L’idea del rapporto con la natura è ridicolizzata, l’idea che la natura abbia una coscienza o che le fonti del pianeta debbano essere protette dal nostro spietato sfruttamento è accantonata come sentimentale o isterica. Questo atteggiamento ”oggettivo" nei confronti della vita, che potrebbe essere caratterizzato come “macho”, non è autenticamente maschile, perché gli uomini, quando sono in contatto con i propri sentimenti, cercano relazione con la vita, cercano di proteggerla e non sono guidati dal bisogno di potere su di essa. Le grandi scoperte mediche e scientifiche, così come la formulazione e il sostegno dei valori che rispettano la vita sono stati messi in atto da uomini profondamente preoccupati delle sofferenze dell’umanità. Il pericolo sopraggiunge quando la mente si distacca dal senso di relazione con ciò che osserva, ed è allora guidata da un desiderio patologico di potere e di controllo.

Riscoperta dell’aspetto femminile dello Spirito.

Il seminario ha cercato di dare un’idea del lungo processo attraverso il quale l’io umano è lentamente emerso dalla natura o dalla vita planetaria. Ma il prezzo pagato per questa emersione è stato il graduale svuotarsi del mondo e del cosmo da ogni significato e dalla presenza divina. Il creatore si è ritirato sempre più lontano dalla Sua creazione, finché, alla fine, è stato dichiarato irrilevante e “morto”. La mente umana è divenuta la sola fonte di significato e il cosmo è stato percepito come inanimato, privo di intelligenza e soggetto a leggi meccaniche.

Gli ultimi cinquant’anni di questo secolo, tuttavia, hanno visto la preparazione di un immenso cambiamento. Migliaia di individui hanno intrapreso un cammino di ricerca per ritrovare ciò che è stato perduto. I loro sforzi ci hanno restituito le tradizioni mistiche e sciamaniche nascoste, che dovettero entrare in clandestinità durante i lunghi secoli della persecuzione. Come il magma del nucleo terrestre fuso, il principio femminile respinto ha cominciato a premere verso l’alto da sotto il livello della nostra vita cosciente, fino ad emergere, infine, alla nostra consapevolezza. Il risultato è che i nostri valori, la nostra comprensione di noi stessi e il nostro rapporto con il pianeta stanno cambiando, e stiamo cominciando a recuperare il senso perduto della partecipazione alla sacralità dell’universo.

Sembrano esserci cinque aspetti principali dietro questo impulso. Tutti e cinque stanno contribuendo al risanamento della dissociazione tra spirito e natura nella nostra cultura e al ripristino di un senso di unità della vita. Questi cinque elementi sono: il ristabilimento dell’aspetto femminile di Dio; una nuova consapevolezza dell’anima; la risacralizzazione della natura; la rivalutazione delle donne; e, infine, un mutato atteggiamento verso la materia e il corpo fisico. Questi aspetti non possono in realtà essere separati l’uno dall’altro, perché ciascuno è intrinseco ad un impulso psichico definibile come recupero del principio femminile. Intendo recupero in due sensi: primo, nel senso di qualcosa che era sofferente, diminuito o menomato e che viene riportato in salute; secondariamente, nel senso di qualcosa di grande valore che si era perduto e che adesso viene recuperato. Questo impulso, tuttavia, è attivo ancora per la maggior parte ad un livello inconscio ed è seguito solo da un pugno di individui.

Il recupero di questi cinque aspetti del valore femminile perduto e la loro integrazione con quello maschile affermato stanno causando un tremendo sconvolgimento: il crollo delle convinzioni, la disintegrazione delle istituzioni gerarchiche della chiesa e dello stato, lo scardinamento del rapporto tradizionale tra donne e uomini, il mutamento delle idee su Dio, sulla natura e sulla nostra natura umana. L’attrazione crescente verso il mitico, lo spirituale, l’immaginifico, il non-razionale e l’immensa espansione di opportunità per le donne di giocare un ruolo maggiore nella cultura, tutto questo sta rilasciando un potere creativo bloccato per secoli. In questo tempo di trasformazione ci sono immense opportunità, ma anche immensi pericoli. L’opportunità che abbiamo è di scegliere di creare una nuova relazione con l’ambiente, di formulare un nuovo concetto di Dio e di porre in essere una differente comprensione della natura e della materia. Percorriamo un sentiero che è sul filo tra l’integrazione di questa nuova visione da un lato e la disintegrazione sociale e la regressione alla barbarie, e forse all’auto-annientamento, dall’altro. Sulla soglia del millennio, stiamo partecipando alla nascita di una nuova era con scopi e valori differenti rispetto alla vecchia, ormai consunta. E’ un tempo tremendamente eccitante da vivere.

Traduzione di Serenella Bischi

Rassegna della sezione Corpo, Sesso & Genere
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Eva nella tradizione cristiana  
  Le donne nel Diritto Canonico
Corpo maschile & Corpo femminile    
  Linguaggio sessista  
La violenza contro le donne    
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Nè Eva, nemmeno Maria

L’ordinazione sacerdotale delle donne nella Chiesa cattolica

Autore: J. Wijngaards
Edizioni La Meridiana 2002,
via G. Di Vittorio, 7 - 70056 Molfetta (BA) - tel. 080/3346971
pagine: 232; ISBN: 88-87507-63-5; Prezzo: Euro 15,00.