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Suor Carolina Clement

Suor Carolina Clement

1825 - 1887

Il testo seguente è estratto da Histoire d’une Âme Victime. Caroline Clément, di R. Henry, Edizioni Téqui, Parigi 1890, pp; 53-56.

Nota : Queste note autobiografiche descrivono i desideri di una ragazza( dai 17 ai 20 anni) prima di entrare in convento. Essa aveva avuto l'incarico di "sacrestano dell'altare principale" della sua parrocchia. Quando leggiamo queste riflessioni intime , dobbiamo giudicarle alla luce della spiritualità di quei tempi. che non doveva essere molto diversa da quella di santa Teresa di Lisieux. La caratteristica particolare di questo passaggio , è che il suo desiderio di diventare sacerdote non è stato cancellato da un autore che ha scritto molto più tardi, come accadeva abitualmente.

La domenica, nei giorni di festa, era grandissima la mia felicità di ornare gli altari; la notte tra sabato e domenica non potevo dormire, spiavo continuamente se fosse diventato giorno. Amavo molto contemplare Gesù sotto le vesti eucaristiche. Così, quando il sacerdote toglieva il Santo Sacramento dal tabernacolo, la mia gioia era completa. Sebbene la vista del santo ciborio mi causava trasporti straordinari, quando era esposto e potevo contemplarlo a lungo sull'altare , la mia felicità era al suo culmine. Sentivo talmente la sua divina presenza all'altare dove era esposto , che molto spesso, ero ammutolita dalla felicità, e non potevo che piangere , senza neanche accorgermene ero tutta bagnata di lacrime.

Vedevo Gesù così amabile, così grande, così possente nel Suo annientarsi, che soffrivo di non poterlo amare come io avrei voluto. Spesso trafiggeva il mio cuore come dei raggi di fuoco; sentivo il mio cuore scaldarsi al fuoco del suo amore. Il mio amore era talvolta così violento che avevo il petto infuocato, sentivo il mio cuore come penetrato da una fiamma divina fino a sentire dolore, avevo il mio cuore come fuso in Colui che amavo. .

Mi era quasi impossibile staccarne la vista, anche durante gli uffici. In quei giorni, non potevo lasciare la chiesa. L'amore mi tratteneva tutta la giornata. Quasi tutti i miei giorni erano bei giorni, ma quelli erano incomparabilmente più belli.

L’amore è tutto

Oh! quali bellezze, che ricchezze vedevo nel mio Gesù ! Non potevo capire l'indifferenza degli uomini per questo Sacramento d'amore. La loro freddezza mi straziava l'anima. E se in questi momenti felici io gioivo della presenza del mio Diletto, d'altro lato soffrivo molto di vederlo misconosciuto, oltraggiato da tanti cattivi cristiani. Dicevo allora al mio Gesù di darmi l'amore che questi uomini ingrati non volevano, per amarlo al loro posto.

Ma mi sembrava di fare poco pregando per i poveri peccatori, sebbene lo facessi con tutto l'ardore del mio animo. Avrei voluto avere delle sofferenze da offrire , da unire a quelle del mio divino Salvatore. Lo supplicavo di darmi qualcosa da soffrire per loro, o che almeno mi privasse della dolcezza della sua presenza lasciandomi nella privazione

Ma il mio Gesù era sordo allora, perchè Egli aumentava di giorno in giorno le consolazioni, e mi faceva gioire continuamente della dolcezza della sua presenza, ma di una presenza intima, deliziosa. Aumentava soprattutto il mio amore per la sua presenza nell'ostia. Quello che mi riempiva di stupore era di vedere un Dio così grande ridursi in quel modo, fino a farsi ostia, fino a concentrarsi in un piccolo spazio.

Gli dicevo spesso: " E' inutile mio amore che vi nascondiate in un umile pane, in un povero ciborio; io vedo, io scopro in voi tanta magnificenza, tanta grandezza da esserne abbagliata. Voi vi nascondete così all'uomo per potervi avvicinare a lui. Come potremmo, infatti, sostenere il fragore di una così grande Maestà, noi così deboli, così miserabili ! Ah! Come è grande la bontà con la quale vi avvicinate a me, da questo ciborio, da questo tabernacolo, da dove mi guardate ! O Amore, Amore, quanto vi amerei quanto siete amabile !

Il desiderio di diventare sacerdote

Oh! Come ero gelosa della fortuna dei sacerdoti che toccano ogni giorno l'ostia santa, che spezzano ai fedeli questo pane di vita ! Come rimpiangevo che al mio sesso non permettessero di offrire il santo sacrificio ! Me ne dolevo col mio Gesù, piangevo amaramente; la mia pena era tale che ne ero qualche volta malata. Era necessario che ogni giorno allontanassi da me questa idea; mi lacerava, mi straziava l'anima. Baciavo con amore quello che serviva all'altare; quei sacri oggetti che ogni giorno mi strappavano lacrime commosse. Queste furono le delizie che ho goduto per molti anni quasi senza interruzione.

Era soprattutto nelle mie comunioni che mi sentivo tutta penetrata dall'amore divino. Per molti anni, esse furono più che delizie. Per la mia preparazione, io non potevo servirmi di atti metodici, non potevo pensare altra cosa che all'amore infinito di Colui che si dava a me. Pregavo santa Teresa, pregavo santa Geltrude, santa Caterina da Siena, santa Maddalena de Pazzi, di darmi quell'amore ardente con cui esse avevano amato sulla terra quel Dio che si univa così spesso a loro; le supplicavo di darmi lo stesso amore, io non mi occupavo che d'amore, non chiedevo che amore.

Molto spesso non potevo fare alcuna cosa, ero come assorbita dall'amore. Quasi sempre al momento della comunione , non sapevo come fare per nascondere i trasporti di gioia, d'amore, che mi facevano provare la presenza del Diletto; molte volte ero sul punto di cadere in crisi di gioia vicino alla Tavola santa.

Mi accadeva molte volte, specialmente alle feste di Nostro Signore, della santa Vergine, specialmente a Natale di non poter dire altra parola che mio Gesù , lo ripetevo senza fine. Quando mi ero comunicata, si spandeva nella mia anima e nel mio cuore una tale dolcezza da perdere quasi l'uso dei sensi. . Non potevo respirare tanto l'amore che sentivo era grande, tanta la presenza del Diletto era sensibile. Ero bagnata dalle mie lacrime senza nulla fare, nulla dire.

Avevo pena nel sopportare così grandi delizie. Non mi stancavo di dire al mio Gesù che allentasse la dolcezza del suo amore, lo supplicavo di far godere queste consolazioni agli altri, o almeno di condividerle. Ma invece di diminuire, queste consolazioni aumentavano ogni giorno, specie ad ogni comunione.

Carolina Clement, 1846

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