DONNE SACERDOTE? SI!
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Claire Daurelle

Claire Daurelle

Ecco una intervista che Claire ha concesso nel 1995 a Parigi durante un seminario sul tema: "nelle Chiese, le donne sono già ministri " , Atti del Seminario, Donne ed Uomini in Chiesa (68, rue de Babylone, 75007 Parigi), 1996, pp. 48-52. La pubblichiamo su www.womenpriests.org con la gentile autorizzazione degli organizzatori del seminario

The Church should be open to women priests.

Vengo da Lione, sono ministro nella Chiesa cattolica dal 1978, non è dunque un fatto recente. Posso dire che sono stata ministro prima ancora d'aver riflettuto sulla teologia dei ministeri.

Dopo una svolta un pò difficile tra i 18 ed i 28 anni, ho scoperto la fede nel 1973 e, siccome volevo essere un pò ' intelligente nella mia fede' , mi sono iscritta all' IPER - Istituto pastorale di studi religiosi - facoltà cattolica di Lione - che all'epoca si dedicava alla formazione dei catechisti. Avevo preso la precauzione di chiedere al direttore dell' IPER se ci si poteva iscrivere all'istituto senza aver assolutamente intenzione di diventare catechista, come nel mio caso, ed egli mi rispose affermativamente.

Dato che stavo riflettendo un poco su ciò che dicevo nell'affermare ' credo nel Dio dei cristiani', ho fatto due anni di formazione all'IPER . Due anni dopo, ho cercato lavoro, sono educatrice di professione. Non nè trovai e feci sei mesi di disoccupazione, mi bastò. Sono dunque andata dal vescovo : " Ecco, ho fatto l'IPER , avete qualcosa da propormi ? " . Pensavo che mi avrebbe mandata come catechista in un angolo qualsiasi della sua diocesi. Con mia grande sorpresa sentii: " Ebbene vi nominerò responsabile del cappellanato di un liceo " .

Non avevo nessuna idea di quello che ciò significasse e sbarcai nei locali del cappellanato del liceo senza sapere assolutamente quello che avrei dovuto fare ; non mi aveva messo al corrente di niente. Arrivando, scoprii che aveva nominato anche un uomo che usciva dal seminario ed al quale avevano chiesto di aspettare un pò prima di essere ordinato. Dunque presi coscienza a poco a poco di quello che significasse una co-responsabilità. E' una cosa terribile.

E' stata dura perchè se l'è presa subito -l'ho capito qualche mese più tardi- dicendo:" Io sono un uomo, uscito dal seminario, dunque la responsabilità del cappellanato è mia" . Ma io avevo in mente quello che mi aveva detto il vescovo:" siete nominata responsabile del cappellanato" . Era una cosa che non poteva andare. Mi ha fatto fare almeno due o tre cose 'ordinandomele', affidandomene la responsabilità...mentre io ce l'avevo già. Per due o tre volte è andata , ma la quarta volta non ci sono cascata. Gli ho detto: " Non sono più d'accordo , la cosa non funziona affatto "

Questa cosa mi ha fatto prendere coscienza all'improvviso che c'era da riflettere , seriamente, sulla nozione di responsabilità nella Chiesa. Ho dunque deciso che mai più mi sarei fatta prendere la mia parte, tutta la mia parte, di responsabilità nel posto in cui ero, senza defilarmi. E' vero che ci si può defilare...conosco molte donne oggi nella Chiesa che si defilano , non si defilano mai dal lavoro ma dalle responsabilità , con il pretesto che non sono ordinate.

Responsabilità nel cappellanato

Dato che ero tra le prime donne cui era stata affidata la responsabilità di un cappellanato, ho avuto l'occasione in quel momento di far parte della commissione nazionale di cappellani, un luogo in cui la questione dei ministeri laici si rifletteva in maniera molto forte e serrata. Per me, divenne qualcosa di estremamente importante prendere coscienza che la Chiesa cattolica aveva bisogno si riscoprire una pluralità ministeriale , di comprendere che non ci poteva più accontentare di un ministero confinato nei suoi tre ordini- del vescovo, del prete e del diacono- confiscato dagli uomini, dagli uomini celibi. .

Ho cominciato a comprendere che c'era posto per altre cose, da reinventare, anche a costo di rischiare e lasciarci le penne. Ci siamo battuti molto per questo, e questa cosa mi ha permesso di riflettere un pò più seriamente sulla teologia dei ministeri.

Ho lavorato nel cappellanato fino al 1990 ma a partire dal 1986 ho cominciato a dire al mio vescovo :" Il mondo dei giovani è un ambiente molto interessante, è un luogo di creatività incredibile ma io non sarò della cappellania per tutta la vita.”. Ciò significava che io avevo già integrato in me, senza esserne cosciente, che il ministero è per tutta la vita. Chiedendo al vescovo :" Cos'altro mi potreste proporre nella Chiesa da un'altra parte? " ho compreso cosa significasse per me.

Mi sono sentita rispondere:" Perchè no in parrocchia ? " Ora era evidente ai miei occhi , le parrocchie, ero finita, senza futuro, un ambiente dove ci si annoia... Io non sapevo cosa andarci a fare e tuttavia risposi immediatamente "si" e non so perchè. Il mio vescovo deve essere rimasto sorpreso come me d'altronde.

Mi ha dunque nominato responsabile in una parrocchia della periferia di Lione, non di una di quelle di cui parla spesso la TV...ma in un quartiere popolare con grossi palazzoni ed un mondo popolare che si impoveriva sempre di più, circondato di parrocchie di quartieri borghesi. Formiamo un'isola in mezzo ad una cintura borghese, cosa che è assai sifficile ed interessante per la vita della parrocchia.

Presa di coscienza della mia vocazione sacerdotale

Per tre anni ho avuto la doppia responsabilità del cappellanato  e della parrocchia, dato che occupavo le due cariche contemporaneamente, cosa che all'inizio non fu semplice . Durante l'estate che precedette il mio arrivo nella parrocchia, l'estate del 1987, mi si presentò una questione completamente nuova alla quale non avevo mai pensato. :" Perchè non sacerdote? " . All'inizio volli evitare questa questione, pensavo che fosse inutile dato che non aveva soluzione nella mia Chiesa cattolica. Ma poichè stava assumendo in me sempre maggiore importanza, scrissi al mio vescovo e gli chiesi l'ordinazione. Ricevetti la risposta a stretto giro di posta, la conosco a memoria ed eccola:" Io so che voi sapete cosa dice la Chiesa cattolica a proposito di questa questione. Non voglio aggiungere altro, vi chiedo di vivere ciò nella fede ". Ci ho provato,ho fatto quello che ho potuto, posso dire che, per sette anni, da quel momento fino alla sua morte ( Mons. Decourtray è morto l'anno scorso) questo vescovo mi è stato veramente a fianco in questa questione, non si è mai tirato indietro. Ogni volta che gli ho telefonato per avere un incontro, me lo ha concesso subito; per lui era molto importante seguire questa questione, non ha mai voluto spegnerla, non ha mai provato a dirmi: " Pensate ad altro; non ci pensate più "

In parrocchia

Sono dunque responsabile in una parrocchia dal 1987, ho ricevuto per questo una lettera di missione che ho con me se qualcuno volesse vederla. Ho vissuto così un invio in missione durante tre celebrazioni di fine settimana in presenza del vescovo che mi ha chiamato. Fu assai comica la ricerca del gesto che avrebbe dovuto fare per inviarmi in missione!

Dissi al vescovo : " Mi piacerebbe che voi mi imporreste le mani". Lui mi rispose sorridendo:" E' esattamente quello che non posso fare ". Abbiamo dunque provato a negoziare il gesto che avrebbe potuto fare. Finalmente il gesto trovato, poichè ero inviata in questa parrocchia con due altri sacerdoti, fu di ricevere dalle mani del vescovo la Bibbia perchè la portassimo insieme, i tre sacerdoti ed io, ai quattro angoli dell'assemblea e fuori dalla chiesa, significando così che noi eravamo incaricati di annunciare il vangelo a coloro che non lo conoscono. Abbiamo ripetuto questo gesto per tre fine settimana di seguito ed in ciascuna delle tre messe domenicali della parrocchia. Il vescovo fu coinvolto fino in fondo, ripetendo il gesto, anche lui, tre volte.

Un mese dopo il mio arrivo, uno dei due sacerdoti si ammalò.L'assenza creata per la malattia del sacerdote mi consentì di giungere, a livello di responsabilità , molto prima di quello che pensassi, ad incarichi che non avevo assolutamente previsto.. Io ignoravo inoltre quello che potesse voler dire ' responsabile di parrocchia' poichè non esiste per statuto, per regolamento, come è stato sottolineato per quanto riguarda le amministrazioni dei beni dagli Ortodossi. Io non volevo essere racchiusa in ruoli specifici.

Siccome ero stata responsabile di un cappellanato per lungo tempo, era scontato che mi affidassero i giovani ad esempio. Rifiutai, assicurando che avrei lavorato volentieri nel mondo giovanile a condizione che lo facessero anche i sacerdoti. E, di contro, io volevo condividere tutti i loro compiti pastorali perchè volevo apprendere il mio mestiere.

L’assenza del secondo sacerdote ha fatto in modo che, molto velocemente, diventassi responsabile di cose abbastanza definite, come ad esempio la pastorale funebre.

E la predicazione ?

Posso dire in tutta onestà di occuparmi di tutto:: faccio esattamente quello che fa il sacerdote della parrocchia; ci suddividiamo il lavoro, i compiti, in maniera assolutamente equivalente , eccetto il rito sacramentale. Preparo le coppie al matrimonio , al battesimo dei bambini. Celebro con il sacerdote, ma è necessaria la sua presenza. Non so se noi rispettiamo i carismi che ci sono propri , ma, dopo tutto, se si ha l'incarico di far vivere una parrocchia bisogna farsi carico di compiti che d'obbligo non si potrebbero avere .

Una cosa importante è che, nell'invio in missione che io ho vissuto, abbiamo discusso molto sull'omelia. Padre Decourtray aveva detto no, ma io mi sono battuta: come si può nominare qualcuno alla responsabilità di un luogo se non gli si dà la parola in quello stesso luogo? Non è logico . E' con grande sorpresa che ho sentito il vescovo dire nelle celebrazioni del mandato : "Vi invio con il ministero della parola" . Non l'ha scritto, ma lo ha detto davanti a 6 o 700 persone.. Andai a trovarlo dopo, in sacrestia,e gli chiesi: " cosa vuol dire?" . Mi rispose: " vuol dire che siete autorizzata a predicare " .

Da otto anni, predico regolarmente, a turno, per quindici giorni, cosa non trascurabile poichè è uno spazio importante di visibilità della responsabilità; non è sempre facile ma io lo percepisco come una partecipazione in cui la mia condizione di donna si vede e si sente.

Al livello di rapporto con il sacerdote col quale io lavoro, si è verificata una grande evoluzione in otto anni. Da parte mia, i primi tempi ho chiesto molto . Dicevo continuamente:" Spiegami questo, non capisco come funzioni , non so cosa voglia dire". Volevo provare a capire e lo seccavo parecchio, sempre, obbligandolo a farmi partecipe di come lui stesso vedeva le cose alle quali era abituato, tanto più che era sacerdote da 25 anni. Lo distoglievo senza posa dalle sue funzioni con questioni, forse assolutamente ingenue e stupide ma di cui avevo bisogno per vivere il mio ministero. Credo che questo periodo di richieste ha permesso che nascesse tra di noi una grande sincerità. Arriviamo sempre a condividere veramente tutto , anche cose sulle quali non siamo d'accordo. La gente lo capisce: " Si vede che siete uniti nel lavoro pastorale"

Tutte le decisioni le prendiamo insieme nel gruppo di animazione pastorale. Il fatto che una donna abbia responsabilità ministeriali ha indotto i laici ad assumere diversi incarichi in parrocchia.

Prima vi erano i sacerdoti, direi in soprannumero ; nella parrocchia dove sono io, vi erano all'epoca quattro sacerdoti a tempo pieno..Attualmente, siamo in due, un sacerdote ed una donna, tutti e due a tempo pieno ed il lavoro è lo stesso. Vi erano sacerdoti in soprannumero ma l'oggi della Chiesa è all'inverso, mancano i sacerdoti.. Ma se essa potesse chiamare i laici a prendere le responsabilità di cui sono capaci !

Vivere il proprio ministero fino in fondo

I laici potrebbero assumere i loro compiti in tutti i luoghi dove ci si prepara ai sacramenti. Il fatto che sia stata, io, nominata responsabile, assieme a due sacerdoti, ha avuto l'effetto di una chiamata , un soffio per il quale molti cominciano a sentirsi investiti.

E' certo che, dalla mia prima esperienza nel cappellanato con il seminarista, ho preso la decisione di andare fino in fondo nelle mie responsabilità. E' vero che c'è in me una chiamata al sacerdozio e che non sono sicura che lo sarò un giorno. Forse potremmo essere profeti e dire che accadrà durante la nostra vita. Io, io sono sacerdote. Ma se ciò non accadrà, io credo di poter dire: "Ebbene, poco importa !" . Quello che io voglio, è vivere il mio ministero, per davvero, fino al punto in cui posso viverlo. E' una lotta continua contro me stessa; in certi momenti , vorrei dire: " Ora basta, vado a seminare altrove .." E' una lotta anche con la comunità che vive e riflette sulle cose; è una lotta contro i cristiani poco formati che vorrebbero restare nell'ordine tradizionale. E' una lotta con i sacerdoti con i quali lavoro e contro una struttura ecclesiale soffocante.

A me sembra che ogni luogo della Chiesa ha diritto ad un ministero e che non ci si può accontentare , come si fa oggi, di raggruppare delle parrocchie o affidare il carico di 15 o 20 parrocchie ad un solo sacerdote sovraccarico e spesso anziano, mentre oggi, degli uomini e delle donne , sposati o celibi, sono in grado, perchè educati a questo, di animare e far rivivere questi luoghi .

E' necessario accettare che i ministeri siano vissuti in maniera diversa, ammettere che ogni comunità ha diritto al suo ministro. Certamente, ciò richiede delle competenze, una formazione, il gusto per la pastorale, ma anche il riconoscimento istituzionale.; non ci si può autoproclamare responsabile o ministro, senza un legame con la Chiesa diocesana e universale.

Poco tempo fa ho parlato all'omelia e vorrei citare a questo proposito la reazione di una ragazza: " Vedi, la prima volta che ti ho sentita predicare , mi sono detta: allora, anche io posso proclamare il Vangelo". Ho percepito questa cosa come qualcosa di estremamente incoraggiante perchè è importante che le donne osino proclamare Dio alla loro maniera.

Di recente mi si chiedeva di discutere assieme un problema teologico col quale mi confronto. Io trovo una grande difficoltà sulla affermazione di Chiesa 'madre' . Non posso capirla, è una maniera effettiva di respingere le donne. La Chiesa è luogo di fraternità e di sororità. Bisogna reimparare a vivere la Chiesa in un'altra maniera.Per me, i sacerdoti non sono prima di tutto dei sacerdoti, ma dei fratelli in Cristo. Mi sono accorta che non ero solo io a viverla così, ma anche i cristiani e le cristiane della mia parrocchia che, prima, chiamavano il sacerdote 'padre' e all'improvviso si mettevano a chiamarlo per nome.

Mi avete chiesto di parlarvi delle mie gioie e delle mie speranze . La mia gioia più grande è di parlare di Dio con gente di tutte le età; bambini, ragazzi, giovani, adulti , nonni e nonne. Parlare di un Dio che fa vivere, di un Dio che è respiro , di un Dio che libera.

La mia speranza più grande, è che la Chiesa abbia un futuro , non il futuro come lo immagina tale o tal'altro; non un racchiudersi forzatamente nella Tradizione , ma un avvenire aperto dallo Spirito a delle strade nuove.

Claire Daurelle, 30 settembre 1995

Claire Daurelle è morta nel novembre 1999. Leggete l’omaggio a Claire Daurelle nella Croce

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