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donato

Denise Donato

"My vocation has been a struggle."

Se mi domandaste quando ho sentito per la prima volta la chiamata di Dio al ministero ordinato, vi risponderei probabilmente : il 1 ° ottobre 1987 ( o perlomeno questo è il momento in cui, per la prima volta, ho dato un nome a quello che mi accadeva ). A quell'epoca io partecipavo ad un ritiro centrato sugli esercizi spirituali di sant'Ignazio nella vita corrente. Era il primo giorno della seconda settimana di questo ritiro di 30 giorni. Il passaggio della Scrittura sul quale meditavo era Esodo 3: Mosè ed il roveto ardente. Questo passo mi era assai familiare , era infatti un'immagine della Scrittura che mi aveva spesso parlato, ma era la prima volta che potevo dargli un nome come feci. Nel mio diario, a proposito di questa esperienza di preghiera del 1 ° ottobre 1987, ho scritto:

Sento la chiamata del Signore, una chiamata molto più forte di quello che avrei mai immaginato, ma non vedo a cosa Dio mi chiami . E' come se il Signore mi preparasse a qualcosa. Se fossi stata un uomo e fossi celibe, non avrei ombra di dubbio nel mio spirito che questa sia una chiamata al sacerdozio, ma io non sono nè l'una nè l'altra cosa, quindi non può esserne il caso (Diario di preghiera).

Quest'ultima frase si trova spesso nel mio diario.

Mi è difficile spiegare cosa provai durante questa chiamata del 1o ottobre.Non sentii la voce di Dio ( almeno in quel preciso momento) . Era piuttosto una impressione forte di essere chiamata , non come emozione, ma come una sensazione fisica nel più profondo del mio essere, la sensazione molto intensa che Dio mi chiamasse a fare qualcosa di più. Era in verità lo stesso sentimento che avevo avuto durante il ritiro ignaziano.

Per un certo tempo, ho sentito un vivo desiderio di avvicinarmi al Cristo. Ho seguito dei ritiri per donne, ho accolto a casa mia dei gruppi di studio biblici ed ho partecipato ad alcuni seminari " Vita nello Spirito" , a degli studi " Doni spirituali" ed a tutto ciò che la mia Chiesa poteva offrirmi nel genere, ma niente sembrava soddisfare il mio ardente desiderio. Mi ricordo di avere avuta chiara coscienza che questo vivo desiderio non veniva da me, ma che era Dio a suscitarlo in me. Tuttavia, a questo desiderio si mescolava molta paura. Per un certo periodo, sono stata preoccupata che, se Phil ed io non avessimo camminato insieme sul piano spirituale, ciò avrebbe potuto provocare un pericoloso fossato tra di noi. Così ho trascorso i primi 9 anni di matrimonio a trascinare Phil a tutti i ritiri, agli studi biblici o nelle attività parrocchiali che si presentavano, quanto più potevo. Il mio timore di provocare una crepa nella nostra coppia era tale che se egli non voleva parteciparvi , allora pensavo di non dovervi partecipare nemmeno io. E' tuttavia arrivato il momento in cui ho capito che Phil non viveva lo stesso mio stato d'animo. Ho capito che non avrei potuto soddisfare oltre il desiderio che avevo. Infatti, agendo in questo modo, ho sacrificato una gran parte di me. A dispetto dei miei timori, ed a qualunque costo, io dovevo seguire la voce di Dio.Questa costituì una decisione per me così importante che ricordo esattamente dove ero e cosa facevo quando ho capito. Meno di una settimana più tardi ho sentito parlare del ritiro ignaziano ed ho immediatamente compreso che dovevo andare.

La lotta

Allorchè quello che era accaduto durante la mia meditazione del 01/10/87 m’era ormai familiare, si produsse in me timore e confusione. Anche se il mio appello si era manifestato gradualmente, William H. Myers - nel suo libro God’s Yes Was Louder Than My No [Il 'si' di Dio era più forte del mio 'no' ] - classifica la storia della mia chiamata come di tipo A (cataclismatico/resistente ). Resistente è un eufemismo. Innanzitutto, questa resistenza può essere descritta meglio come forte sensazione di indegnità. E' indicativo che io abbia letto fino al versetto 11 di Esodo 3.( Cosa che era un errore , il testo affidato alla mia meditazione andava dal versetto 4 al versetto 10). E' nel versetto 11 che Mosè pone la domanda a Dio e dice: " Chi sono io ? " , volendo significare che non era niente. Cosa che io ho immediatamente risposto gemendo. La mia indegnità si è meglio rivelata attraverso la sensazione che in qualche modo m'immaginassi delle cose o quanto meno che interpretassi male i segni che mi venivano inviati. Mentre il ritiro andava avanti, mi sono resa via via conto della mia natura di peccatrice e mi sono chiesta allora se questa esperienza nella preghiera non fosse una manifestazione del mio stato di peccatrice, un segno di vanità e di arroganza.

Myers classificherebbe questo come uno stato limite(soglia), ed egli pensa che sia una reazione frequente quando si sente una tale chiamata, o almeno quando la chiamata suscita resistenza. Egli descrive la fase limite " come un periodo di ambiguità, di confusione , di dubbio, di timore e forse anche di resistenza interiore ed esteriore...è un periodo molto instabile per colui che è chiamato " (1994, pp. 123). Questa soglia ha un elemento in comune con lo stadio 3: la lotta. E' una lotta per rifiutare la chiamata. Questo stadio può manifestarsi attraverso una resistenza alla chiamata, con un conflitto interno o esterno e/o con una crisi.

Quando la lotta era allo stadio attraverso il quale sono spesso passata durante la mia chiamata, io l'ho vissuta inizialmente come un periodo di confusione in cui nasceva la sensazione della mia indegnità, ma la paura non era lontana. Cosa si esigeva da me? Gli altri avrebbero capito ? Cosa di più mi avrebbe chiesto Dio ? Mi sarei persa durante questa avventura? L'immagine di Esodo 3 mi ha fatto comprendere meglio la mia più grande paura, una paura che è ancora presente in me in alcuni momenti. Se mi avvicino troppo a Dio, non sarò consumata dal fuoco del roveto e perderò la mia personalità ? Sebbene io sappia che non è questo il nostro Dio, che è amore, io sono turbata al momento da sentimenti che non possono essere descritti in altro modo.

La mia chiamata iniziale

Myers ritiene che "la storia della chiamata" parta dagli anni precedenti alla " esperienza della chiamata" , durante le prime esperienze religiose dell'individuo. Io sono stata cresciuta in una famiglia cattolica italiana. Mia madre mi mandava regolarmente a messa ogni domenica ed a confessarmi ogni sabato. Mio padre era un cattolico che andava in chiesa due volte l'anno, per lo meno fino a quando non abbiamo parrocchia mentre ero adolescente.

Queste prime esperienze religiose hanno assunto molta importanza per me dal momento in cui ho capito che la mia chiamata ad un ministero ordinato era in effetti cominciata molti anni prima. Mi ricordo di essere stata una bambina con un vivo desiderio di diventare chierichetta. Non ho altre parole per esprimere il mio sentimento; tutto ciò che sapevo è che volevo stare più vicina all'altare e così pensavo di essere più vicina a Dio. Settimana per settimana, osservavo i chierichetti e sognavo di unirmi a loro. Mi si offrì la possibilità di vedere se era fattibile. L'abate Kelly cominciò a darci delle lezioni di religione. Vi ricordo che che io ero una bambina timida, ed ero terrificata dall'abate Kelly. Era un uomo anziano con una voce molto possente. Ogni sabato, quando mi confessavo, potevo sentire l'eco della sua voce lungo tutta la chiesa. Non so per quale ragione venne a discutere con la classe, ma sapevo che se non gli avessi fatto la domanda in quel momento, non avrei avuto altra occasione. Mentre stava per uscire, ho alzato la mano domandando: " Signor abate, perché non posso essere chierichetta ". La sua risposta fu evidentemente: "No. Solo i ragazzi possono essere chierichetti". Riunendo allora tutto il mio coraggio e cercando di non piangere, gli chiesi il perchè. Le sue parole: " Perchè Gesù era un ragazzo" mi hanno scosso profondamente, ma mi sono sforzata di trattenere le lacrime fino a quando non sono salita sull'autobus per tornare a casa.

Diversi anni più tardi , quando ero adolescente, a Fairport si aprì una nuova parrocchia ed i miei genitori furono tra i primi a farne parte. L'abate Kreckle era prima di tutto un uomo molto gradevole e mi incoraggiò assieme ad altri adolescenti ad assistere ad un 'seminario ', in realtà un ritiro per studenti delle secondarie. Sono tornata da questo ritiro con una presa di coscienza molto forte della mia fede e con un legame nuovo, più personale, col Cristo. Prima avevo fatto parte di “Reality” (un gruppo d'amicizia per adolescenti che si riunivano ogni settimana) ed io mi alzavo anche alle 6 e 30 del mattino per andare a messa nello scantinato del presbiterio. Nonostante il fatto che fossi la sola adolescente ( e la sola di sesso femminile) di questo piccolo gruppo di 6/10 persone, avevo piacere ad assistere a questa messa e pensavo che fosse una maniera formidabile di cominciare la mia giornata.

Non riuscivo a capire per quali ragioni i coetanei del mio ambiente non parlassero mai di diventare sacerdoti. Li invidiavo per questa opportunità offerta a loro e non a me. Pensavo che fossero pazzi a non pensarci ! Evidentemente, non mi veniva l'idea che non fossero chiamati a questa vocazione e che io lo ero ; pensavo solamente che era ingiusto ! Mi ricordo di aver avuto una conversazione su questo argomento con un ragazzo e che mi disse: " Bene, puoi farti suora !" . Al che risposi semplicemente ma energicamente : " Io non voglio diventare suora !" , capii che non era a questo che ero chiamata. Più tardi, quando incontrai mio marito, seppi di non essere chiamata al celibato, così misi da parte l'idea di diventare sacerdote come una sorta di 'fascinazione ' e prosegui la mia vita. Ricordatevi che sono cresciuta in una famiglia italiana molto cattolica. Essa non mi fu di alcun aiuto per affrontare una strada nuova, nè per incoraggiare quella parte di me stessa che avrebbe voluto una vita diversa da quella che è tradizionalmente la vita di madre e di moglie.

Alla ricerca di una conferma

Un' altra caratteristica classica dell'esperienza della chiamata ad una vocazione è conosciuta sotto il nome di Ricerca. A questo stadio, colui o colei che si crede chiamato(a) va alla ricerca di " un orecchio comprensivo che simpatizzi " (1994, 47). E' anche la ricerca di una Conferma (cioè una convalida esterna della chiamata) . Nel corso degli anni ho spesso provato in me una lacerazione tra questa ricerca ed una vera reticenza a parlare della mia chiamata. Ho attraversato dei periodi durante i quali ognuno dei due atteggiamenti ha predominato.Penso che la mia reticenza fosse giustificata da diverse ragioni compreso il mio dubbio sulla veridicità di questa chiamata, la sensazione di non meritare nulla e la mancanza di fiducia in me stessa. Più importante tuttavia era il fatto che questa chiamata risiedeva nel più profondo dell'animo, e confidarla a qualcuno era come mettermi a nudo e rendermi vulnerabile.Più recentemente, ho vissuto un altro aspetto di questa lacerazione: E' la sensazione di non sapere cosa sia peggio: credere in questa chiamata con la sofferenza di sapere che essa non sarà verosimilmente mai riconosciuta ufficialmente dalla mia Chiesa, oppure che essa venga riconosciuta e vivere allora nel timore di dove questa chiamata potrebbe condurre. Questo è l' essere lacerata tra la sofferenza ed il timore. Non so quale sia la sofferenza più grande: quella di abbandonare o quella di perseverare.

Il primo passo alla ricerca di comprensione e della conferma della mia vocazione fu nel confidarmi alla mia direttrice spirtuale della settimana successiva al 01/10/87. Le parlai di ciò che avevo vissuto, della mia fortissima sensazione di essere chiamata e del mio sconcerto dinnanzi a quello che significava per me. Diverse volte nel corso di questo incontro , ho ripetuto che Dio non poteva chiamarmi perchè non ero di sesso maschile nè celibe. Essa mi ascoltò mentre io parlavo a lungo e (probabilmente per provare a mettermi al corrente delle mia confusione) mi ricordò che in virtù del nostro battesimo, siamo tutti(e) chiamati(e) ad essere sacerdoti, con una piccola "s", e forse è a questo che Dio mi chiamava piuttosto che al sacerdozio nel senso pieno del termine. Questo mi ha rassicurato un poco e mi ha risollevato, ma non servì a lungo perchè dopo le mie preghiere, ricominciai a farmi delle domande .

Essere rassicurata

Nel mio diario, in data 21/10/87, ho descritto il mio malessere poichè pensavo che questa chiamata non era chiara ed ho espresso il desiderio che Dio la manifestasse con chiarezza come fece a Mosè ( evidentemente, supponevo che Mosè goiudicasse evidente la sua chiamata, cosa di cui non si può ragionevolmente dubitare ! ) . Ho anche scritto:

Signore, io non ho diplomi, nè titoli, nè lavoro e dentro di me sento di essere chiamata a diventare sacerdote. Mi è venuta la risposta: " Per compiere la mia volontà, non devi preoccuparti di titoli, di diplomi o del lavoro" .(DP)

Dopo la mia preghiera, la risposta di Dio si è espressa attraverso una voce nel più profondo di me. Myers chiamerebbe ciò la "Rassicurazione" . E' una caratteristica comune a tutte le esperienze che fanno i profeti quando sentono una chiamata. Meyers ritiene che si tratti di un intervento di Dio che rassicura colui che viene chamato per ridurre un pò la sua paura e la sua confusione. Durante il mio ritiro, ho sentito molte volte la sensazione di essere chiamata. L' 08/02/87, ho scritto :

Vedo che un giorno sarò sacerdote; in che modo, non è ancora chiaro, ma questa idea non mi abbandona ed è ritornata oggi. E' evidente, a parte il fatto che è impossibile, e ciò mi turba e mi frustra. Una cosa che mi risulta è che ancora non è venuto il tempo per capire con più chiarezza questa chiamata. (GP)

Durante il mio ritiro, ho avuto momenti simili in cui tutto era chiaro, intervallati da molti periodi di perplessità.

Questa situazione è perdurata nel tempo. Sono passata di volta in volta attraverso periodi in cui la mia chiamata si è presentata sotto aspetti diversi, o come lotta o come ricerca di una conferma. Ho sognato molte volte di celebrare l'eucaristia ed ho ricevuto da altri la conferma della mia vocazione. Mi ricordo che uno o due anni dopo il ritiro ignaziano, ho avuto un direttore spirituale che l'ha confermata molto vigorosamente. Nel momento in cui io mi ponevo seriamente delle domande su questo problema, mi disse: " Denise, io non so in quali altre maniere Dio possa dirti ancora di si ! ". Io credo che la ragione che spiega in gran parte perchè continuo ad attraversare periodi così fortemente diversi è il fatto che il mio cammino verso l'ordinazione è bloccata. Penso che ciò interferisca con la sesta tappa dell'interpretazione di Meyers sulla storia di una chiamata alla vocazione.. E' la tappa della Resa. Secondo lui, la resa mette fine di solito alla lotta ed alla ricerca. Per la chiamata, ciò si traduce generalmente nella adozione di un nuovo stile di vita e di una nuova maniera di vedere. Io sono convinta che la resa non può essere totale quando il cammino della vocazione è bloccata. Ho trascorso degli anni per rimettere in discussione la mia chiamata in numerose maniere ed a negarla sulla sola base del mio sesso. Nel mio diario ho scritto il 20/02/97 :

Ho negato la realtà della mia chiamata ad un ministero ordinato così a lungo da aver messo continuamente in questione le mie motivazioni e a volte ho supposto che ci fosse in me qualcosa di scombinato che mi metteva in testa questa idea." (Diario di Preghiera)

Mettere ordine

Nelle esperienze vissute nella preghiera durante il mio ritiro ignaziano , tornava di continuo un tema in cui Dio mi preparava a questa chiamata. Ad un certo livello, io sentivo che si trattava più di un tempo di preparazione che altra cosa. " Ho sentito un invito a fare un certo 'ordine ' nella mia vita prima di essere chiamata ad andare più lontano " (GP). Quando scrissi queste cose l' 08/02/87, non avevo alcuna idea di cosa volesse dire , nè come " mettere ordine " sarebbe stato difficile. Se lo avessi saputo, avrei probabilmente scelto la direzione opposta. ( devo riconoscere che dico questo un pò alla leggera, perchè non sono affatto certa che avrei potuto rinviare questa prova anche se lo avessi voluto).Presto mi sono ritrovata a fare un bilancio della mia vita e delle mie relazioni. E' stata una esplorazione che mi ha condotta a scoprire chi fossi. Questa operazione è stata difficile e dolorosa, non solamente per me , ma anche per coloro con i quali ero in relazione, soprattutto per mio marito e per i miei genitori. Oggi devo riconoscere che tutto questo è stato essenziale e che è stato anche un periodo che mi ha consentito di crescere. Oggi sono più a mio agio ed il mio matrimonio si è evoluto positivamente in modo che altrimenti non sarebbe stato possibile.

Nel " fare ordine" , sono diventata sempre più cosciente di alcuni aspetti della mia chiamata al sacerdozio. Era una chiamata ad un ministero diretto a rispondere ai bisogno spirituali e psicologici degli altri, ad assumere un ruoli di guida di una comunità ed a una chiamata a celebrare l'eucaristia. Sono stata anche spinta da un bisogno imperioso di ritornare agli studi. Sognavo spesso di ottenere un diploma in teologia ma mi domandavo quale ministero sarei stata veramente capace di svolgere come donna nella Chiesa cattolica. Decisi invece di ottenere un diploma superiore nel campo sociale. Pensavo che così avrei per lo meno potuto iniziare un ministero aiutando gli altri dal punto di vista psicologico. Myers considererebbe ciò come un tentativo di resistere ad una chiamata rimpiazzandola con un'altra. Da parte mia, pensavo di non avere scelta poichè la mia strada verso l'ordinazione era sbarrata dalla gerarchia della mia Chiesa. Devo anche riconoscere che, nel 1990, quando sono entrata la prima volta a Nazareth per degli studi di assistente sociale, sapevo che avrei tentato nuovamente di ottenere un diploma in teologia.

Esercitare un ministero

Dopo la scuola secondaria , ho lavorato come assistente sociale in un Centro di Salute Mentale. Amavo il mio lavoro e adoro sempre aiutare la gente, ma il mio desiderio di essere sacerdote mi condusse via via ad essere malcontenta per questo impiego. Quando al Corpus Cristi si presento l'occasione di un posto come " ministro della famiglia" , sentii che esso era fatto davvero su misura per me, che era la tappa successiva della mia vocazione per rispondere alla chiamata di Dio. Non ero la sola a pensarlo, a dire il vero numerose persone attorno a me ( la maggior parte delle quali non avevano alcuna idea che io mi sentissi chiamata al sacerdozio ) mi confidarono di credere esso fosse fatto su misura per me. In effetti, un membro del comitato per le assunzioni mi ha avvicinato , e prima che io manifestassi un qualunque interesse per questo posto , mi disse che pensava che io sarei stata perfetta. Il mio lavoro al Corpus Cristi mi diede la sensazione di essere "ritornata me stessa ". Sapevo che era proprio là che in quel momento avrei dovuto essere. Là, mi sono resa conto di esercitare un ministero che aveva il compito di aiutare gli altri nei loro bisogni spirituali. Ed anche che in quella carica , io mettevo in pratica certi aspetti della mia vocazione di dirigere una comunità.

Quell'anno, quando decisi di ritornare al SBI e mi sono iscritta ai corsi di teologia, speravo di essere piena di entusiasmo e che, in anticipo, avrei seguito finalmente la chiamata di Dio. Invece, venni assalita da sentimenti molto diversi. In questo stato, ho dedicato del tempo alla preghiera ed ho scoperto una paura panica causata dall'angoscia di non saper come sarebbe finita. Finalmente, compresi chiaramente perchè desideravo un diploma superiore di assistente sociale invece del diploma in teologia. Io non ero sicura di poter vivere con un diploma in teologia che mi permetteva di essere ordinata in un'altra Chiesa restando in una Chiesa che non riconosceva la mia vocazione ad un ministero ordinato. Questa cosa continua ancora oggi ad assillarmi. . Negli anni, quando ho parlato della mia vocazione ad altri, la reazione più frequente era: " Perchè resti nella Chiesa cattolica?" Allora, la mia risposta fu che non mi sentivo chiamata fuori della Chiesa cattolica. Questo atteggiamento si è rafforzato in me dopo le risposte ricevute alle mie domande. In alcuni momenti, sono stata combattuta tra un intenso desiderio che Dio mi invitasse a farmi membro di un'altra Chiesa ed un forte timore che questa fosse veramente la volontà di Dio: avrei il desiderio di lasciare la Chiesa cattolica?

Quando mi preparai per questi corsi, seppi che il Signore stava per mettere a profitto questo periodo per aiutarmi a discernere la mia vocazione ad un ministero ordinato. E interessante notare che in gennaio tenemmo una riunione del personale che durò tutta la giornata. Cominciammo con " un bilancio del cuore". Ognuno doveva dire cosa stava provando, a livello personale. Mi ricordo di aver parlato di quello che sentivo a livello spirituale. Sebbene non avessi potuto identificare di cosa si trattasse, dichiarai che questa sensazione mi era familiare e che avevo l'impressione in qualche modoche il lavoro del corso "autodiscernimento nel ministero " era cominciato in anticipo. Ciò che ho scritto nel mio diario il 02/02/97 lo conferma. Vi si legge: "Sono di nuovo in presenza del roveto ardente e sono lacerata all'interno tra l'attrazione e la paura, tra l'incertezza ed il dubbio ."(GP) . Questo dimostra il fatto che molti aspetti della mia vocazione rimanevano ancora imprecisati nel mio spirito.

Accettazione della mia vocazione

Nel corso degli anni, ho dovuto continuamente lottare con pensieri del genere " Per chi mi prendo ? " e " Io devo sbagliarmi perchè non merito di essere chiamata " . Sono passata attraverso periodi in cui ero così dolorosamente cosciente delle mie imperfezioni che non potevo immaginare che Dio volesse chiamarmi al sacerdozio.Mentre il semestre scorreva, grazie alla preghiera ed ai miei sforzi di discernimento, diventava più evidente per me che dovevo realizzare completamente la mia vocazione. Io mi ero tuttavia resa conto che non ero preparata come pensavo , data la sofferenza che stava accompagnando il compimento di questa vocazione. Non avevo ancora capito che negarla e mettere in questione la sua autenticità erano state causa di una grande sofferenza, ma che esse non erano comparabili con quelle causate dal fatto di finire per capire che : si, Dio mi chiama al sacerdozio, ma questo non è possibile per la mia Chiesa. A metà del semestre , immaginai che il Cristo mi facesse un dono. Esso era avvolto meravigliosamente , con un grande nodo sopra. Tuttavia , al momento in cui mi apprestavo ad aprirlo , sentii una profonda sensazione di tristezza. Capii che questo dono era la mia chiamata al sacerdozio, e che per tutto il tempo in cui sarei rimasta nella Chiesa " io non avrei mai potuto sciogliere quel nodo, aprire quel dono, nè mai avrei potuto percepirne tutte le sfumature, nè il suo aspetto unico" . Mentre scrivevo queste cose sul mio diario, le lacrime sono scese lungo le mie guance e la tristezza mi ha sommerso.Ho allora capito che il rifiuto della mia vocazione, le domande su di me stessa e sulle mie motivazioni, la mia perpetua incertezza di fronte alla veridicità di questa chiamata, tutto ciò mi aveva protetto fino a quel momento dalla terribile sofferenza di sapere che questa vocazione non si sarebbe mai realizzata.

Arrivata a questo punto del mio cammino, io continuo ad approfondire la mia vocazione. Devo riconoscere che il mio vivo desiderio di celebrare l'eucaristia si è ora allargato a quello di amministrare i sacramenti al servizio degli altri. Da poco, ho il bisogno di parlare con le donne appartenenti alle altre Chiesa ed il desiderio di essere in presenza di donne che celebrano l'eucaristia , ad esempio nella Chiesa episcopale. Mentre esprimo questo desiderio ,io ho d'altra parte una forte esitazione in tal senso. Da due mesi, un amico mi ha dato due nomi di donne sacerdote della Chiesa episcopale e devo ancora chiamarle. Se io so che la sofferenza per non essere ordinata sarà sempre grande, quella di lasciare la Chiesa cattolica lo sarà egualmente. Durante la mia vita, proverò tuttavia a rimanere aperta agli sviluppi di questa vocazione seguendo la volontà di Dio.

Denise Donato 8 maggio 1997

Webmaster's note.
On February 22 2003, Denise was ordained priest for the Spiritus Christi Community in Rochester N.Y. USA, by Bishop Peter Hickman. Peter Hickman is a bishop of the Old Catholic church, a branch of the church that ceased its affiliation with the Pope after the declaration of papal infallibility in the 19th century.

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