DONNE SACERDOTE? SI!
header

Responsive image
INIZIO SETTE RAGIONI CONTRO IL PAPA? DISPUTA MENU
Nederlands/Vlaams Deutsch Francais English language Spanish language Portuguese language Catalan Chinese Czech Malayalam Finnish Igbo
Japanese Korean Romanian Malay language Norwegian Swedish Polish Swahili Chichewa Tagalog Urdu
------------------------------------------------------------------------------------
Christine Mayr-Lumetzberger

Christine Mayr-Lumetzberger

Questa testimonianza è estratta da Zum Priesterin berufen [Essere chiamata ad essere donna sacerdote], pubblicato da Ida Raming, Gertrud Jansen, Iris Müller e Mechtilde Neuendorff, Editrice Thaur (Krumerweg 9, A-6065 Thaur, Austria) 1998,pp. 113-122.

Sono la primogenita di genitori credenti. Sono nata nel 1956 a Linz, in Austria. I miei genitori avevano entrambi più di 30 anni quando si sono sposati. Mia madre portava lo stendardo della Gioventù cattolica mentre mio padre era quel che si dice un 'figlio' del movimento Kolping. Per i loro quattro figli, la messa domenicale, la prima comunione e la confessione erano cose ovvie. Mi interessava enormemente all'ufficio di mio nonno che era ministrante, al suo maneggiare del tutto naturale degli 'oggetti sacri'. Non avevo paura dei preti, più che non avessi verso di loro un gran rispetto. Ora manifestavo per loro indifferenza ora me ne attendevo un insegnamento su Dio e sulle cose relative.

Ho fatto tutti i miei studi- 14 anni- in una scuola di Linz diretta dalle Suore della Santa Croce.. Ho trovato l'insegnamento della religione, la vita dei miei insegnanti e certe regole religiose piuttosto sconcertanti. Ho trovato sconcertante la maniera sbagliata di interpretare il messaggio della Bibbia che mi affascinava. La mia Bibbia per ragazzi e l'istruzione religiosa che ricevetti più tardi , impiegavano un linguaggio del tutto diverso. Mi ero convinta ad intraprendere una vera vita religiosa più che altro da una sincera lotta personale.

Ho dimenticato quasi tutto di quello che mi è stato inculcato nei corsi di religione. Ma ricordo certi dettagli, ad esempio il vestito di un Benedettino, l'insegnamento benpensante di un sacerdote che oggi è sposato, un Gesuita che più tardi doveva vivere la propria vita, le preghiere sincere di una religiosa della Santa Croce con la quale mi sono confrontata in quegli anni.

Dopo la scuola primaria ed il Ginnasio , sono diventata insegnante materna ma abbandonai contro la volontà di mia madre. Mentalmente, ho lasciato casa a 14 anni.

Fintanto che era possibile, evitavo i miei genitori. Per qualche tempo , il mio curato fu per me un saggio confessore che aveva capito come coltivare la mia intelligenza. Dirigevo un gruppo di ragazze, organizzavo la liturgia, fui eletta membro del consiglio pastorale, di modo che a 17 anni avevo una posizione invidiabile nella parrocchia.

Ho sempre paragonato la vocazione ad un dono speciale: una persona portata per la musica la adora, e quando adopera uno strumento e prova a giocarci , ne tira fuori dei suoni e delle melodie piacevoli. Essa ama giocare con la musica e, così facendo, regala piacere intorno ad essa , benchè debba fare molti sforzi per studiare il suo strumento. Il suo entusiasmo per la musica, può comunicarlo ad altri al punto che si avvicineranno ad uno strumento o proveranno a cantare. Forse a furia di provare diventeranno dei veri artisti.Io non sono particolarmente dotata per la musica. Io suono il corno di caccia con più ardore che abilità, ma non abbandono. Tuttavia, ho un talento di natura religiosa: " La gioia nel Signore è la mia forza" (Sal 36, 4).Ho cercato di trovare nei sacerdoti un pò di comprensione per la mia inclinazione. Avevo sperato che essi mi capissero davvero, me e la mia vocazione, ma alla fine, mi hanno lasciato sola di fronte alle decisioni da prendere. Durante la mia giovinezza , alcuni fattori hanno giocato un ruolo importante: un soggiorno a Taizè, dei fine settimana della Gioventù cattolica, in particolare all'abbazia di Prémontrés à Schlägl, delle riunioni con altri giovani alla ricerca, come me, di risposte che ancora non avevano trovato.

Con i miei fratelli e sorelle, mi piaceva giocare alla messa. Con delle forbici , tagliavamo pazientemente delle ostie su una carta di riso e le mettevamo in un portauova. Mio fratello voleva essere sempre il prete ma conosceva a memoria solo le parole della consacrazione. Era un ragazzo, e pensava che il ruolo di prete gli toccasse ma mia sorella ed io conoscevamo tutti gli altri testi della messa. a memoria.

Intorno ai 14 anni, assistevo a tutti gli uffici religiosi celebrati nella parrocchia. Contro la sua volontà, invogliai mio fratello a diventare accolito, ruolo che era fuori dalla mia portata poichè io ero una ragazza. Gli fu permesso di mettere un abito da chierichetto sebbene non potesse ancora servire. Il curato aveva notato la mia irritazione davanti a mio fratello e mi lasciò servire qualche volta, ma senza l'abito tanto desiderato. Di li a qualche anno, volli scrivere al Papa per chiedergli che levasse l'interdizione ridicola di ammettere le ragazze come accolite. Ma non conoscevo l'indirizzo, e la lettera rimase nel cassetto.

Agli inizi degli anni 70, c'era nella mia parrocchia un gruppo liturgico col quale collaboravo su invito del curato. Quanto meno, potevo mettermi vicino all'altare o al leggio e 'collaborare' alla messa. In quel periodo, non avevo ancora osato esprimere concretamente il mio desiderio di diventare sacerdote; perchè non avevo nessuno a cui avrei potuto dirlo. La vita secondo la regola, la liturgia, la preghiera comune diventarono il riscontro spirituale delle attività parrocchiale. Volevo acquistare un breviario ma non sapevo dove acquistarlo e con chi. Un amico devoto di mia zia mi regalò l'edizione per gli studenti che stava giusto per essere pubblicata: ero una donna nuova ! Di colpo;comprai una copertina di valore con galloni dorati, e leggevo il mio breviario nel tram, il pomeriggio, durante le lezioni e a letto. Andavo a trovare le religiose e i sacerdoti per informarmi dei conventi e delle loro regole, del modo di entrare e di uscire. Una amica di mia zia era priora del convento Benedettino di . Steinerkirchen, che era stato creato per dare aiuto pastorale alle religiose che lavoravano in parrocchia. Mi parve interessante.

Quando lasciai la scuola, sono entrata nel convento delle Benedettine del Cuore Immacolato di Maria .Mi hanno dato come nome quello di 'Maria Cristina' ed ho scelto la 'Santissima Trinità' come titolo di nobiltà .Speravo di raggiungere quello che desideravo. Ho preso la mia formazione molto sul serio, servivo a tavola, ho sopportato le lezioni della Maestra delle novizie e quelle di uno stupido direttore spirituale, lavavo la cappella, ho imparato a fare la genuflessione con la tunica, con l'incensiere e la navetta, e amavo ed assaporavo le ore trascorse a pregare nel coro. Il ruolo delle religiose che erano le sole responsabili di una parrocchia mi sembrava interessante. Dopo il mio postulato, due anni di noviziato ed i miei voti , volli studiare teologia Salisburgo. Ma per il voto di obbedienza, dovetti andare all'Accademia di Linz per formarmi come insegnante di religione. La formazione che vi si dava era eccellente, ma non era quello che volevo. Ne seguirono dei conflitti con i miei superiori ed ho fatto alcune esperienze che mi spinsero a ripartire da zero nella mia ricerca di Dio ( La ricerca di Dio è la sola questione da porre a chi bussa alla porta di un monastero benedettino in vista di entrarvi)

Dopo circa cinque anni, ho lasciato il convento alla fine della mia prima prova, col cuore gonfio per non essere ancora riuscita a trovare quello che cercavo, ma molto arricchito di scoperte spirituali. In fondo a me stessa, sono rimasta Benedettina, anche se non porto più l'abito. I miei voti, che sono stati un impegno serio con Dio, mi impegnano ancora.

All'ultimo anno dei miei studi, ho insegnato religione in una scuola speciale. Io ero fortemente impegnata, come Michel, mio marito. Dopo aver terminato gli studi, ho imparato ad amarlo, a vivere con lui e a sposarlo. Egli aveva divorziato dalla sua prima moglie ed aveva quattro figli. La mia " missio canonica " mi fu ritirata. Per completare questa difficile situazione , la gente di Chiesa cominciò a prendere le distanze da me; ho avuto dei conflitti con l'Istituzione a proposito di un impiego eventuale, di cui avevo disperatamente bisogno per ragioni finanziarie, il che rivela una mancanza totale di comprensione del mio entourage cattolico. Ed il mio matrimonio fu certamente un gesto di solidarietà voluto con un uomo che, nei termini della Chiesa, costituiva un fallimento. Dove era la solidarietà cristiana verso di me ?

Dopo qualche anno di sofferenza, ho cominciato poco a poco a lavorare di nuovo nella parrocchia. L'arrivo di un nuovo curato non ha cambiato le cose. La mia competenza e la mia esperienza mi hanno aiutato , ma restavo una spina nel fianco delle autorità superiori. Dopo sette anni, ho iniziato il lavoro pastorale in un ospedale, sempre come volontaria. Per la prima volta, i miei contatti con gente nuova in un ambiente nuovo sono stati senza dubbio eccellenti. Si, questo lavoro mi piaceva. Ero accettata dai malati e io ne traevo energia. Nello stesso tempo, cresceva in me l'aspirazione a diventare curato di una vera comunità. Da quel momento, fu evidente per me che la mia vocazione fosse quella di essere sacerdote. Ne sono capace ed è ciò che voglio.

La "gioia nel Signore ", a messa, nella proclamazione della Parola, nella mia vita di fede, di speranza e di carità e nella solitudine mi spinge verso ciò che ho percepito lungo tutta la mia vita. Fino alla mia vita in convento, ero incapace di formulare chiaramente la mia aspirazione al sacerdozio. Lavorare in una parrocchia mi sembrava sufficiente. Ma più l'impegno al servizio della Chiesa si allungava, più forte era il mio " E' ciò che voglio ". Tra i servizi che svolgevo , c'era anche la predicazione. Ho seguito un corso sul modo di presiedere le celebrazioni ( la mia iscrizione è stata un pò un caso, ed io credo che all'epoca non ci fosse alcun mandato ufficiale promesso a quelli che seguivano questo corso, poichè in questa eventualità io avrei dovuto abbandonare) . E quindi, di tanto in tanto,ho presieduto delle celebrazioni nella mia parrocchia. Mi sembrava del tutto naturale che le infermiere dell'ospedale pubblico parlassero di me come del 'prete' e che i malati si aspettassero che amministrassi loro tutti i sacramenti. Avevo fatto una tunica per presiedere i funerali di mia suocera. Man mano che passavano gli anni, in maniera sempre più evidente, mi comportavo come un sacerdote e questo comportamento fece gradualmente parte di me stessa. Di tanto in tanto , io mi pongo la questione di sapere se sia autorizzata a fare tutto questo; solitamente le questioni come le porge la gente rendono la risposta inutile.

Durante tutti questi anni, sono sempre rimasta rattristata quando dei sacerdoti lasciavano la loro carica per sposarsi. Come potevano abbandonare quello che era fuori dalla mia portata ?

Da qualche anno ho preso l'abitudine di andare a caccia e dunque sono spesso in compagnia di uomini che non si interessano molto della Chiesa. Alcuni hanno avuto sentore della voce secondo la quale , io, una donna, sono " qualcosa come un curato". Spesso dò qualche lezione di catechismo presso un albergo. Un giorno si intavolò una interessante discussione tra i cacciatori per sapere se la mia benedizione avesse lo stesso valore di quella di un prete . Si concluse che: "Si", perchè , anche io, portavo un vestimento liturgico.Avendo concluso in questo modo, mi chiesero di predicare alla messa dei cacciatori, il giorno di Sant'Uberto. Dalla mia esperienza, i 'credenti ordinari' accettano facilmente il mio comportamento da prete ed accolgono molto più facilmente la mia aspirazione all'ordinazione dei cattolici 'professionisti' ed in particolare dei sacerdoti.

Specialmente quando ero in convento, io non osavo seguire la mia aspirazione all'ordinazione perchè il ruolo della donna,e della donna in rapporto all'altare era chiaramente definito. Voler diventare sacerdote e celebrare all'altare sarebbe stato presuntuoso da parte mia ed avrebbe provocato un richiamo a maggiore umiltà.

Ad intervalli regolari, mi chiedo lo stesso se la mia aspirazione al sacerdozio non sia un segno di arroganza. Devo davvero farmi avanti ? e alle volte nasce una tentazione di ignavia: che bisogno c'è ? Dopo tutto, nostra 'Madre' la Santa Chiesa mi ha già causato molte sofferenze, ferite e delusioni. Dopo tutti questi anni, sarebbe potuto venire il momento di chiudermi nella mia vita privata, senza chiesa, senza parrocchia, senza obblighi domenicali. In ogni caso, allo stato attuale delle cose, io non ho la più piccola chance di ottenere un posto nella Chiesa o che mi veda conferire ufficialmente un incarico. La mia interdizione all'insegnamento della religione è tuttora in vigore ed essa non sarà mai ritirata. Certo, se io divorziassi, l'apparenza sarebbe bella, e agli occhi della Chiesa, io sarei di nuovo " in regola ".

Dopo aver perso l'autorizzazione ad insegnare, sono rimasta disoccupata per dieci anni. Non c'erano posti accessibile nella Chiesa e non avevo nessuna possibilità di essere inserita come maestra in una scuola materna dello Stato. Per un colpo di fortuna, sei anni fa, quando ne avevo 35, ottenni un impiego molto soddisfacente come formatrice di maestre d'asilo. Alla stessa epoca, ci fu la riforma dell'insegnamento secondario di modo che ho potuto specializzarmi tardivamente come insegnante delle scuole secondarie. Attualmente insegno in una scuola speciale , e mi sono iscritta ad un corso per la formazione degli insegnanti poichè in questo campo c'è molta richiesta. Tuttavia, in questi anni la mia aspirazione al sacerdozio si è molto rafforzata.

Tanti anni fa, in convento, al tempo dei miei voti, le mie consorelle avevano scritto sul mio cero :"Amata da Dio" perchè ne parlavo continuamente. Non ho capito molto dei segni che si manifestavano così 'per caso' . Ma più tardi, immancabilmente il nodo si è sciolto ed è diventato evidente che tutto ha un senso. Grazie al mio lavoro molto interessante per lo Stato, non dipendo dalla Chiesa per guadagnarmi da vivere. Lavoro per la Chiesa- come volontaria- in diversi campi. Nessuno può vietarmelo. Il vescovo è al corrente delle mie attività ma non può sanzionarmi. D'altra parte, come potrebbe ? Piano piano, ho cominciato ad apprezzare questa libertà.

Per l'appunto, in rapporto con l'ordinazione delle donne, questa libertà ha grande importanza. Se una parrocchia, un gruppo, ' due o tre' mi chiedessero di celebrare l'Eucaristia con loro, lo farei. Mi sono incontrata con delle donne che lo fanno già. Esse come me hanno il potere di farlo in virtù del battesimo e della cresima , grazie cioè ai doni dello Spirito Santo. Sono ben cosciente che ciò è vietato dal Diritto canonico e che ciò può comportare una condanna da parte della Chiesa. . Ma chi mi può separare dall'amore del Cristo ? (Rom 8, 35, 39). Queste parole di San Paolo mi hanno dato coraggio. Ho avuto l'occasione di parlare con delle donne incaricate dalla Chiesa. Esse danno speranza alle donne come me che non hanno da temere per il loro guadagnarsi il pane se fanno quello che il Signore ci ha ordinato di fare: celebrare in memoria di lui.

Oggi ho 40 anni. Dopo 25 anni, io lotto per realizzare il mio sogno di diventare donna sacerdote. Avevo sperato molto che il periodo seguito al Concilio Vaticano II restasse favorevole alla presa di coscienza ed al rinnovamento. Ero lieta di essere giovane a quell'epoca. Mi sono rallegrata del rinnovamento liturgico ed ho sperato che le cose avrebbero continuato ad evolvere.Giovanni Paolo II venne eletto Papa quando ero ancora religiosa e quasi quel giorno stesso la corrente del rinnovamento venne fermata. Ho lasciato un convento diverso da quello in cui ero entrata.

Temo di non esserci quando la Chiesa riprenderà la sua marcia in avanti. Riconosco che io sento questa spinta in me stessa ed in molte altre persone, ma vivrò abbastanza ? Non voglio essere un vecchia donna all'altare e predicare a della gente per la quale il Vangelo è già completamente estraneo ed alla quale non interessa affatto una Chiesa che rinnega il testamento di Gesù. Io amo parlare del Gesù che i bambini hanno conosciuto dai loro genitori. Temo che la mia generazione sia l'ultima ad investire tanta energia nella Chiesa. Io ho già speso molta della mia forza. Ho paura di non poter resistere fino al momento in cui nascerà una Chiesa di fratelli e sorelle alla quale io possa prender parte come ministro ordinato.

Qualunque cosa accada, vado ad iscrivermi all'Università Teologica e tentare di seguire gli studi universitari mentre svolgo il mio lavoro . Non vorrei che non mi ammettessero all'ordinazione perchè non ho fatto gli studi necessari.

Ecco come vedo la Chiesa di domani:

  1. Una Chiesa dove tutti sono fratelli e sorelle, dove poco importa se si è uomo o donna. Dove l'importante è cercare Dio e voler proclamare il suo messaggio.
  2. I vescovi - di sesso maschile- operano una conversione di cuore; lo Spirito Santo è sceso su di loro in una nuova Pentecoste. Essi interpretano in maniera completamente nuova il messaggio di Gesù e diventano sensibili ai bisogni dell'umanità. Dei fardelli inutili sono levati dalle spalle di quelli che lottano o che sono sovraccarichi . Ogni debolezza , nella Chiesa di Gesù Cristo,è oggetto di compassione divina e non più della (in)giustizia umana.
  3. I conflitti sono risolti secondo lo spirito di Gesù. Gli sforzi verso l'amore reciproco sono sostenuti da guide spirituali esperte.
  4. La conversione che segue la rinascita diventa una magnifica e santa opportunità .
  5. I sacerdoti -uomini e donne- non sono più obbligati a vivere nel celibato. Essi scelgono liberamente il genere di vita che desiderano. Nessuno è più costretto a indossare una maschera.
  6. I responsabili ecclesiastici non hanno più bisogno di ricorrere alla forza. La loro autorità deriva dalle loro capacità. Il Magistero è impregnato di saggezza e non è più dispendatore di argomenti ingannevoli .
  7. I sacerdoti sono scelti secondo il loro genere di vita. Ogni comunità dispone di sacerdoti dei due sessi, nel numero che è necessario e compatibile con le possibilità. Essi hanno una buona formazione teologica e sono esperti del concreto,mai esageratamente accademici. La maggior parte ha anche un'altra vocazione, o una famiglia, la sera tengono le loro 'consulte' e vivono in mezzo alla gente che essi animano spiritualmente. Presiedono le celebrazioni a turno nelle loro parrocchie e celebrano l'Eucaristia in gruppi di dimensioni ragionevoli. Conoscono bene la gente che, come sacerdoti, hanno a cura , sono al corrente dei loro problemi; visitano i malati. I sacerdoti sostengono i responsabili dei vari gruppi ed i volontari. Hanno imparato a delegare e riescono, senza gelosia, a gioire del successo degli altri.

Vorrei lavorare in una piccola parrocchia, in un quartiere residenziale, in un ospedale ..Non voglio essere spossata da molteplici responsabilità perchè tutto, apparentemente, deve dipendere dal sacerdote. L'ordinazione non fornisce la competenza in tutto. Devono esserci certamente delle persone che sono più idonee all'amministrazione ed all'organizzazione che al sacerdozio.

Vorrei esser con la gente nel loro cammino verso Dio, celebrare i sacramenti con loro, discutere con loro delle cose della vita come una sorella, perchè so che proprio come loro io ho bisogno dell'amore, della compassione e del perdono di Dio. So di essere amata, chiamata, scelta da Dio, ma anche talvolta abbandonata. Ancora e sempre , ho cercato me stessa anche allo scopo di accedere ai misteri; perchè averli trovati all'improvviso significa averli perduti. Io voglio essere sacerdote nella mia particolare condizione, per quelli che amo, che mi sono affidati e che mi danno fiducia, nel tempo in cui vivo, con le sue domande ed i suoi problemi. Non voglio dover lottare per la Chiesa tra un secolo, perchè è oggi che io vivo. Io voglio mettere a profitto il tempo in cui vivo e non inseguire dei fantasmi.

Mi sono decisa a scrivere queste righe a dispetto di una forte resistenza interiore e ho dovuto vincere le mie esitazioni . Mi sono molto scoperta ed ho svelato il mio mistero personale. Ma sono convinta che era indispensabile perchè si parli dell'ordinazione delle donne e che una donna in carne ed ossa raccontando la sua storia possa servire da riferimento. E' così che vorrei che venisse interpretata la mia storia.

Le Benedettine terminano sempre i testi che esse scrivono con una citazione delle Regola dell'Ordine :: "Ut in omnibus glorificetur Deus" : Che Dio sia glorificato in tutte le cose !

Christine Mayr-Lumetzberger - 1997

Indice di ‘vocazione’

Segni di una vocazione

Viaggio nella vocazione

Tappe

Rispondere alle critiche

Scrivere la vostra testimonianza


This website is maintained by the Wijngaards Institute for Catholic Research.

John Wijngaards Catholic Research

since 11 Jan 2014 . . .

John Wijngaards Catholic Research

Versione italiana di www.womenpriests.org curata da Francesco Rocca.