DONNE SACERDOTE? SI!
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Renata Put

Renate Put

Questa testimonianza è estratta da Zum Priesterin berufen [Essere chiamata ad essere donna sacerdote], pubblicato da Ida Raming, Gertrud Jansen, Iris Müller e Mechtilde Neuendorff, Editrice Thaur (Krumerweg 9, A-6065 Thaur, Austria) 1998, pp. 157-161.

I miei genitori erano originari della Renania, in Germania e dell'Olanda. Sono nata nella Westfalia durante l'ultimo anno della seconda guerra mondiale e sono cresciuta in un ambiente in gran parte protestante.

Mia nonna tedesca era molto 'spirituale' , in una maniera molto serena, spontanea. Mi ha trasmesso il suo senso di spiritualità e di preghiera. Dopo aver terminato i miei studi di infermiera, sono entrata nelle Carmelitane. Dopo due anni e mezzo, la mia malattia mi ha costretto a lasciare il convento. Il periodo successivo è stato molto agitato.Completai i miei studi di infermiera nei corsi serali per ottenere un diploma di scuola secondaria. Poi decisi di studiare teologia. Nel corso della mia vita, non ho mai dubitato di aver preso delle giuste decisioni sebbene durante il mio impegno al servizio della Chiesa abbia sempre avuto la sensazione di non essere al mio posto.

Oggi sono membro della Santa Caterina Werk, un istituto secolare .Vivo in Svizzera.Sono responsabile della formazione( in un ordine religioso la chiamerebbero Maestra delle novizie) e Vicario Generale. OLtre a queste responsabilità in seno alla mia comunità, faccio dei corsi nell'ambito della Chiesa. Aiuto anche le comunità religiose per la formazione permanente e rendo loro altri servizi in caso di necessità.

A 50 anni mi sono fermata e sono andata in ritiro per fare il punto: " Dove sono ? ". Ho passato in rivista numerose domande che riguardano la mia vita. In particolare, sono venuta a considerare la possibilità di diventare sacerdote o, per essere più precisa, ho preso via via coscienza della mia vocazione sacerdotale. Riprendo qui le annotazioni che feci allora.

50 anni : “la vecchia donna saggia ?”

Spesso mi considero come una vecchia donna saggia . Essa sa che è stata consacrata al servizio di Dio e si sforza ogni giorno di vivere questo impegno. Tenta di fare l'esperienza personale della saggezza di Dio prima di affrontare gli incontri e le discussioni che comporterà la giornata. Da questo ponte gettato tra passato e presente è derivata una qualità di vita che so essere legata ad alcune migliaia di anni di spiritualità femminile. Al momento, mi sento profondamente in armonia con le donne sacerdote di tutte le culture e di tutte le religioni. Ho osservato che era dentro di me la potenza di Dio, quella stessa potenza che era all'opera in numerose donne mistiche del Medioevo. E questa potenza creatrice divina consacra tutto a Dio perchè tutto Gli appartiene. Ecco che è un vero servizio sacerdotale !

Ritornano alla mia memoria dei ricordi d'infanzia. Per molto tempo ho vissuto da mia nonna che prediligevo. Andavo a scuola da lei. Dietro la sua casa, c'era un granaio e a noi, bambini, piaceva giocarci. Con altri ragazzi e ragazze , giocavamo alla 'messa'. Io ero sempre 'il sacerdote'. Celebravamo ed eravamo completamente coinvolti. Ho sempre pensato che ogni cerimonia liturgica cambi la faccia della terra. Avevo l'abitudine di incensare tutto nel granaio con un incensiere immaginario, nella coscienza della presenza di Dio.

I ragazzi che giocavano con me lo facevano con la stessa serietà e non hanno mai contestato il ruolo che avevo scelto, anche se non corrispondeva alla ripartizione dei ruoli ammessi a quell'epoca. La conoscenza e la saggezza dei ragazzi non sono sempre quelle degli adulti e questa saggezza infantile si ritrova nell'immagine della " vecchia donna saggia " . Aspiro sempre a ciò che possa migliorare la qualità spirituale della potenza vitale di Dio in me. Spero che nel prossimo periodo della mia vita potrò avvantaggiarmi ancora meglio di questa presenza di Dio.

50 anni : la donna sacerdote

Da circa dieci anni, so che Dio mi chiama al suo sacerdozio. Per una parte della mia vita, ho lottato contro questa vocazione, ora con vigore , ora debolmente. La mia vocazione a diventare sacerdote è una vocazione che non corrisponde alla tradizione. E' dunque una vocazione di ribellione contro questa tradizione e contro le teologie maschiliste del ministero.

Tuttavia, resta la possibilità di una vocazione dentro una Chiesa che, in futuro, si evolverà e si rinnoverà , che supererà le teologie patriarcali e matriarcali e non mancherà di modificare le sue strutture attuali.

Gli uomini, i nostri padri ed i nostri fratelli , sono superiori e detengono essenzialmente il potere. Essi occupano le cariche più elevate. E' quello che mi hanno insegnato la storia della donna, della famiglia e la storia della Chiesa. Si, quando vi rifletto : la mia vocazione a diventare sacerdote è una vocazione in contrasto con l'accettazione della situazione in atto.

A proposito della mia vocazione, mi ricordo di un fatto vissuto. Mi trovavo seduta nella chiesa di Kastanienbaum, a Lucerna. Mi ricordo del curato, dell'assistente e della gente che conoscevo e all'improvviso provai una sensazione molto, molto forte che mi fece quasi esplodere: avrei voluto celebrare l'eucaristia per le persone presenti. Sentii profondamente e compresi chiaramente che l'Eucaristia è il sacramento dell'unità , un atto di grazia per l' unità delle nature umana e divina nella persona del Cristo, lui unito a noi esseri umani, uniti tra noi. Fui sommersa dalla tristezza: per la sola ragione di essere una donna , mi era proibito celebrare questa unità.

Durante questa esperienza , ho preso coscienza di qualcosa che portavo nascosta nel profondo di me stessa da decenni. E' chiaro che la parte del mio subcosciente che vuole che mi adatti alla realtà non aveva permesso fino ad allora che io prendessi coscienza della mia vocazione perchè ciò presuppone che io protesi e mi rivolti. Quello che non è possibile non è permesso; anche se ciò fa parte di me stessa.

Io vivo nella Chiesa quello che ho vissuto in seno alla mia famiglia: per l'una come per l'altra , io non potevo essere quella che sono. Io non ero uguale a mio fratello. Egli godeva di privilegi che io non avevo in quanto figlia.

Era naturale che mio fratello dovesse intraprendere una professione; io ho dovuto assicurarmi una formazione professionale contro la volontà dei miei genitori: volevano che mi sposassi subito, che avessi dei figli e me ne occupassi. Fin quanto mi è stato possibile , ho resistito con forza a questo programma di vita. Altrimenti sarei diventata una donna molto infelice e - sono certa - una donna insoddisfatta ed amareggiata.

Tutto questo andava da sè. Mio fratello era autorizzato a fare tutto quello che era utile per realizzare ciò che sognava di fare della sua vita ed ha potuto scegliere la professione che desiderava, non c'era alcun dubbio. Lo si accettava senza discussione. Da parte mia, io non potevo fare quello che desideravo nella mia famiglia come non posso farlo nella 'mia' Chiesa, una Chiesa della quale sono membro e nella quale sono chiamata a servire come sacerdote: ma questo mi è proibito per la sola ragione di essere donna.

Con grande gratitudine e pienamente convinta, io oggi lo so: ho ragione. Dio mi ha fatto il dono " di avere ragione " ed io mi sono fatta un'idea di me stessa. Perchè io sento in me che la mia vocazione è di essere sacerdote , perchè Dio stesso me lo ha fatto comprendere: ho ragione. Ho seguito una lunga evoluzione spirituale e so come interpretare le mie esperienze interiori e come riconoscere i forti impulsi che vengono dal profondo di me stessa. Io lo so da me stessa e, per fatto di essere consigliere spirituale, molta gente e molte comunità religiose sanno come sia di importanza vitale prendere sul serio la propria vocazione. Conosco alcuni che, non avendo seguito la propria vocazione- compresa la vocazione di donna sacerdote- si sono ammalati. Sono sempre più intimamente convinta che farei di tutto per poter vivere quella che è la mia vocazione e quella di numerose altre donne , con il riconoscimento ufficiale della mia Chiesa. Mi ricordo di un sogno che ho fatto qualche anno fa. Ero in una grande sala. Numerosi fratelli e sorelle di Santa Caterina Werk erano riuniti con invitati che non conoscevo. Celebravamo una grande festa. Allora è entrato il Papa. Si è diretto subito verso di me e mi ha messo una stola sulle spalle.

So di avere ragione: ho la vocazione al sacerdozio. Il Papa del mio sogno sa che ho ragione. Ecco quello che ho ricavato dalle annotazioni che scrissi durante il mio ritiro. Vorrei aggiungere che verrà certamente il tempo in cui il Papa e la Chiesa lo ammetteranno ufficialmente e agiranno di conseguenza !

Si , dovranno agire, perchè cosa sarà della Chiesa del futuro senza la sua dimensione femminile? Molte donne sanno cosa vuol dire dare nascita, con difficoltà, sofferenza e pianto , alla propria identità di donna per poter vivere da donna.

La Chiesa-donna è incinta-almeno lo spero- ed essa dovrà ben presto dare alla luce la sua identità femminile. Di tutto cuore io nutro grandi speranze a dispetto di tutti gli ostacoli che continuano ad esistere nella Chiesa. Spero che il mio sogno diverrà presto realtà.

Renate Put

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