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Istruzione di Congregazione per la Dottrina della Fede
INTRODUZIONE
l. La verità che rende liberi è un dono di Gesù
Cristo (cfr. Gv 8,32). La ricerca della verità è insita nella
natura dell'uomo, mentre l'ignoranza lo mantiene in una condizione di
schiavitù. L'uomo infatti non può essere veramente libero se non
riceve luce sulle questioni centrali della sua esistenza, e in particolare su
quella di sapere da dove venga e dove vada. Egli diventa libero quando Dio si
dona a lui come un amico, secondo la parola del Signore: "Non vi chiamo
più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone;
ma vi ho chiamati amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre
l'ho fatto conoscere a voi" (Gv 15,15). La liberazione dall'alienazione del
peccato e della morte si realizza per l'uomo quando il Cristo, che è la
Verità, diventa per lui la "via" (cfr. Gv 14,6).
Nella fede cristiana conoscenza e vita, verità ed esistenza sono
intrinsecamente connesse. La verità donata nella rivelazione di Dio
sorpassa evidentemente le capacità di conoscenza dell'uomo, ma non si
oppone alla ragione umana. Essa piuttosto la penetra, la eleva e fa appello
alla responsabilità di ciascuno (Cfr. l Pt 3,15). Per questo, fin
dall'inizio della chiesa la "regola della dottrina" (Rm 6,17) è stata
legata, con il battesimo, all'ingresso del mistero di Cristo. Il servizio alla
dottrina, che implica la ricerca credente dell'intelligenza della fede e
cioè la teologia, è pertanto un'esigenza alla quale la chiesa non
può rinunciare.
In ogni epoca la teologia è importante perché la chiesa
possa rispondere al disegno di Dio, il quale vuole "che tutti gli uomini siano
salvati e arrivino alla conoscenza della verità" (1Tm 2,4). In tempi di
grandi mutamenti spirituali e culturali essa è ancora più
importante, ma è anche esposta a rischi, dovendosi sforzare di
"rimanere" nella verità (cfr. Gv 8,31) e tener conto nel medesimo tempo
dei nuovi problemi che si pongono allo spirito umano. Nel nostro secolo, in
particolare durante la preparazione e la realizzazione del concilio Vaticano
II, la teologia ha contribuito molto a una più profonda "comprensione
delle realtà e delle parole trasmesse" [Cost. dogm. Dei verbum
(DV), n. 8: EV 1/883] ma ha anche conosciuto e conosce ancora dei momenti
di crisi e di tensione.
La Congregazione per la dottrina della fede ritiene pertanto opportuno
rivolgere ai vescovi della chiesa cattolica, e tramite loro ai teologi, la
presente istruzione che si propone di illuminare la missione della teologia
nella chiesa. Dopo aver preso in considerazione la verità come dono di
Dio al suo popolo (I), essa descriverà la funzione dei teologi (II), si
soffermerà quindi sulla missione particolare dei pastori (III), e
proporrà infine alcune indicazioni sul giusto rapporto fra gli uni e gli
altri (IV). Essa intende così servire la crescita nella conoscenza della
verità (cfr. Col 1,10), che ci introduce in quella libertà per
conquistarci la quale Cristo è morto e risuscitato (cfr. Gal 5,1).
I. LA VERITÀ, DONO DI DIO AL SUO POPOLO
2. Mosso da un amore senza misura, Dio ha voluto farsi vicino all'uomo
che ricerca la propria identità e camminare con lui (cfr. Lc 24,15).
Egli lo ha anche liberato dalle insidie del "padre della menzogna" (cfr. Gv
8,44) e gli ha dato accesso alla sua intimità perché vi trovi, in
sovrabbondanza, la verità piena e la vera libertà. Questo disegno
d'amore concepito dal "Padre della luce" (Gc 1,17; cfr. 1 Pt 2,9; l Gv 1,5)
realizzato dal Figlio vincitore della morte (cfr. Gv 8,36) è reso
continuamente attuale dallo Spirito che guida "alla verità tutta intera"
(Gv 16,13).
3. La verità ha in sé una forza unificante: libera gli
uomini dall'isolamento e dalle opposizioni nelle quali sono rinchiusi
dall'ignoranza della verità e aprendo loro la via verso Dio, li unisce
gli uni agli altri. Il Cristo ha distrutto il muro di separazione che aveva
reso gli uomini estranei alla promessa di Dio e alla comunione dell'alleanza
(cfr. Ef 2,12-14). Egli invia nel cuore dei credenti il suo Spirito, per mezzo
del quale noi tutti in lui siamo "uno solo" (cfr. Rm 5,5; Gal 3,28).
Così grazie alla nuova nascita e all'unzione dello Spirito Santo (cfr.
Gv 3,5: 1Gv 2,20.27), diventiamo l'unico e nuovo popolo di Dio che, con
vocazioni e carismi diversi, ha la missione di conservare e trasmettere il dono
della verità. Infatti la chiesa tutta, come "sale della terra" e "luce
del mondo" (cfr. Mt 5,13s), deve rendere testimonianza alla verità di
Cristo che rende liberi.
4. A questa chiamata il popolo di Dio risponde "soprattutto per mezzo di
una vita di fede e di carità, e offrendo a Dio un sacrificio di lode".
Per quello che riguarda più specificatamente la "vita di fede", il
Concilio Vaticano II precisa che "la totalità dei fedeli che hanno
ricevuto l'unzione dello Spirito Santo (cfr. Gv 2,20) non può sbagliarsi
nel credere, e manifesta questa proprietà peculiare mediante il senso
soprannaturale della fede di tutto il popolo, quando "dai vescovi fino agli
ultimi fedeli laici" esprime l'universale suo consenso in materia di fede e di
costumi" [Cost. dogm. Lumen gentium (LG), n. 12; EV 1/316].
5. Per esercitare la sua funzione profetica nel mondo, il popolo di Dio
deve continuamente risvegliare o "ravvivare" la propria vita di fede (cfr. 2 Tm
1,6), in particolare per mezzo di una riflessione sempre più
approfondita, guidata dallo Spirito Santo, sul contenuto della fede stessa
tramite l'impegno di dimostrarne la ragionevolezza a coloro che gliene chiedono
i motivi (cfr. 1 Pt 3,15). In vista di questa missione lo Spirito di
verità dispensa, fra i fedeli di ogni ordine, grazie speciali date "per
l'utilità comune" (l Cor 12,7-11).
II. LA VOCAZIONE DEL TEOLOGO
6. Fra le vocazioni suscitate dallo Spirito nella chiesa si distingue
quella del teologo, che in modo particolare ha la funzione di acquisire, in
comunione con il magistero, un'intelligenza sempre più profonda della
parola di Dio contenuta nella Scrittura ispirata e trasmessa dalla tradizione
viva della chiesa.
Di sua natura la fede fa appello all'intelligenza, perché svela
all'uomo la verità sul suo destino e la via per raggiungerlo. Anche se
la verità rivelata è superiore a ogni nostro dire e i nostri
concetti sono imperfetti di fronte alla grandezza ultimamente insondabile (cfr.
Ef 3,19), essa invita tuttavia la ragione - dono di Dio fatto per cogliere la
verità - a entrare nella sua luce, diventando così capace di
comprendere in una certa misura ciò che ha creduto. La scienza
teologica, che rispondendo all'invito della voce della verità cerca
l'intelligenza della fede, aiuta il popolo di Dio, secondo il comandamento
dell'apostolo (cfr. l Pt 3,15), a rendere conto della sua speranza a coloro che
lo richiedono.
7. Il lavoro del teologo risponde così al dinamismo insito nella
fede stessa: di sua natura la Verità vuole comunicarsi, perché
l'uomo è stato creato per percepire la verità, e desidera nel
più profondo di se stesso conoscerla per ritrovarsi in essa e trovarvi
la sua salvezza (cfr. l Tm 2,4). Per questo il Signore ha inviato i suoi
apostoli perché facciano "discepole" tutte le nazioni e le ammaestrino
(cfr. Mt 28,19s). La teologia, che ricerca la "ragione della fede" e a coloro
che cercano offre questa ragione come una risposta, costituisce parte
integrante dell'obbedienza a questo comandamento, perché gli uomini non
possono diventare discepoli se la verità contenuta nella parola della
fede non viene loro presentata (cfr. Rm 10,14s).
La teologia offre dunque il suo contributo perché la fede divenga
comunicabile, e l'intelligenza di coloro che non conoscono ancora il Cristo
possa ricercarla e trovarla. La teologia, che obbedisce all'impulso della
verità che tende a comunicarsi, nasce anche dall'amore e dal suo
dinamismo: nell'atto di fede l'uomo conosce la bontà di Dio e comincia
ad amarlo, ma l'amore desidera conoscere sempre meglio colui che ama [cfr.
Bonaventura, Prooem. in I Sent., q. 2, ad 6: "Quando fides non assentit
propter rationem, sed propter amorem eius cui assentit, desiderat habere
rationes"]. Da questa duplice origine della teologia, iscritta nella vita
interna del popolo di Dio e nella sua vocazione missionaria, consegue il modo
con cui essa deve essere elaborata per soddisfare alle esigenze della sua
natura.
8. Poiché oggetto della teologia è la Verità, il
Dio vivo e il suo disegno di salvezza rivelato in Gesù Cristo, il
teologo è chiamato a intensificare la sua vita di fede e a unire sempre
ricerca scientifica e preghiera [cfr. Giovanni Paolo II, Discorso in
occasione della consegna del premio internazionale Paolo VI a Hans Urs von
Balthasar, 23.6.1984; in Insegnamenti di Giovanni Paolo II, VII, 1
1984, pp. 1911-1917]. Sarà così più aperto al "senso
soprannaturale della fede" da cui dipende e che gli apparirà come una
sicura regola per guidare la sua riflessione e misurare la correttezza delle
sue conclusioni.
9. Nel corso dei secoli la teologia si è progressivamente
costituita in vero e proprio sapere scientifico. E' quindi necessario che il
teologo sia attento alle esigenze epistemologiche della sua disciplina, alle
esigenze di rigore critico, e quindi al controllo razionale di ogni tappa della
sua ricerca. Ma l'esigenza critica non va identificata con lo spirito critico,
che nasce piuttosto da motivazioni di carattere affettivo o da pregiudizio. Il
teologo deve discernere in se stesso l'origine e le motivazioni del suo
atteggiamento critico e lasciare che il suo sguardo sia purificato dalla fede.
L'impegno teologico esige uno sforzo spirituale di rettitudine e di
santificazione.
10. Pur trascendendo la ragione umana, la verità rivelata
è in profonda armonia con essa. Ciò suppone che la ragione sia
per sua natura ordinata alla verità in modo che, illuminata dalla fede,
essa possa penetrare il significato della rivelazione. Contrariamente alle
affermazioni di molte correnti filosofiche, ma conformemente a un retto modo di
pensare che trova conferma nella Scrittura, si deve riconoscere la
capacità della ragione umana di raggiungere la verità,
così come la sua capacità metafisica di conoscere Dio a partire
dal creato [Cfr. Concilio Vaticano I, cost. dogm. De fide catholica, De
revelatione, can. 1: DS 3026].
Il compito proprio alla teologia di comprendere il senso della
rivelazione esige pertanto l'utilizzo di acquisizioni filosofiche che
forniscano "una solida e armonica conoscenza dell'uomo, del mondo e di Dio"
[Decr. Optatam totius (OT), n. 15: EV 1/802], e possano essere assunte
nella riflessione sulla dottrina rivelata. Le scienze storiche sono egualmente
necessarie agli studi del teologo, a motivo innanzitutto del carattere storico
della rivelazione stessa, che ci è stata comunicata in una "storia di
salvezza". Si deve infine fare ricorso anche alle "scienze umane", per meglio
comprendere la verità rivelata sull'uomo e sulle norme morali del suo
agire, mettendo in rapporto con essa i risultati validi di queste scienze.
In questa prospettiva è compito del teologo assumere dalla
cultura del suo ambiente elementi che gli permettano di mettere meglio in luce
l'uno o l'altro aspetto dei misteri della fede. Un tale compito è
certamente arduo e comporta dei rischi, ma è in se stesso legittimo e
deve essere incoraggiato.
A questo proposito è importante sottolineare che l'utilizzazione
da parte della teologia di elementi e strumenti concettuali provenienti dalla
filosofia o da altre discipline esige un discernimento che ha il suo principio
normativo ultimo nella dottrina rivelata. E' essa che deve fornire i criteri
per il discernimento di questi elementi e strumenti concettuali e non
viceversa.
11. Il teologo, non dimenticando mai di essere anch'egli membro del
popolo di Dio, deve nutrire rispetto nei suoi confronti e impegnarsi nel
dispensargli un insegnamento che non leda in alcun modo la dottrina della
fede.
La libertà propria alla ricerca teologica si esercita all'interno
della fede della chiesa. L'audacia pertanto che si impone spesso alla coscienza
del teologo non può portare frutti ed "edificare" se non si accompagna
alla pazienza della maturazione. Le nuove proposte avanzate dall'intelligenza
della fede "non sono che un'offerta fatta a tutta la chiesa. Occorrono molte
correzioni e ampliamenti di prospettiva in un dialogo fraterno, prima di
giungere al momento in cui tutta la chiesa possa accettarle". Di conseguenza la
teologia, in quanto "servizio molto disinteressato alla comunità dei
credenti, comporta essenzialmente un dibattito oggettivo, un dialogo fraterno,
un'apertura e una disponibilità a modificare le proprie opinioni"
[Giovanni Paolo II, Discorso ai teologi ad Altotting, 18.11.1980; AAS 73(1981),
104; cfr. anche Paolo VI, Discorso ai membri della Commissione teologica
internazionale, 11.10.1972: AAS 64(1972), 682s; Giovanni Paolo II, Discorso ai
membri della Commissione teologica internazionale, 26.10.1979: AAS 71(1979),
1428-1433].
12. La libertà di ricerca, che giustamente sta a cuore alla
comunità degli uomini di scienza come uno dei suoi beni più
preziosi, significa disponibilità ad accogliere la verità
così come essa si presenta, al termine di una ricerca, nella quale non
sia intervenuto alcun elemento estraneo alle esigenze di un metodo che
corrisponda all'oggetto studiato.
In teologia questa libertà di ricerca si iscrive all'interno di
un sapere razionale il cui oggetto è dato dalla rivelazione, trasmessa e
interpretata nella chiesa sotto l'autorità del magistero, e accolta
dalla fede. Trascurare questi dati, che hanno un valore di principio,
equivarrebbe a smettere di fare teologia. Per ben precisare le modalità
di questo rapporto con il magistero, è ora opportuno riflettere sul
ruolo di quest'ultimo nella chiesa.
III. IL MAGISTERO DEI PASTORI
13. "Dio, con somma benignità, dispose che quanto egli aveva
rivelato, per la salvezza di tutte le genti, rimanesse sempre integro e venisse
trasmesso a tutte le generazioni" [DV 7; EV 1/880]. Egli ha dato alla sua
chiesa, mediante il dono dello Spirito Santo, una partecipazione alla propria
infallibilità [cfr. Congregazione per la Dottrina della Fede, dich.
Mysterium ecclesiae (ME), n. 2: AAS 65(1973), 398s; EV 4/2567]. Il
popolo di Dio, grazie al "senso soprannaturale della fede", gode di questa
prerogativa, sotto la guida del magistero vivo della chiesa, che, per
l'autorità esercitata nel nome di Cristo, è il solo interprete
autentico della parola di Dio, scritta o trasmessa [Cfr. DV 10: EV 1/887].
14. Come successori degli apostoli, i pastori della chiesa "ricevono dal
Signore... la missione di insegnare a tutte le genti e di predicare il Vangelo
a ogni creatura, affinché tutti gli uomini... ottengano la salvezza" [LG
24: EV 1/342]. Ad essi è quindi affidato il compito di conservare,
esporre e diffondere la parola di Dio, della quale sono servitori [DV 10: EV
1/887].
La missione del magistero è quella di affermare, coerentemente
con la natura "escatologica" propria dell'evento di Gesù Cristo, il
carattere definitivo dell'alleanza instaurata da Dio per mezzo di Cristo con il
suo popolo, tutelando quest'ultimo da deviazioni e smarrimenti, e garantendogli
la possibilità obiettiva di professare senza errori la fede autentica,
in ogni tempo e nelle diverse situazioni. Ne consegue che il significato del
magistero e il suo valore sono comprensibili solo in relazione alla
verità della dottrina cristiana e alla predicazione della Parola vera.
La funzione del magistero non è quindi qualcosa di estrinseco alla
verità cristiana né di sovrapposto alla fede; essa emerge
direttamente dall'economia della fede stessa, in quanto il magistero è,
nel suo servizio alla parola di Dio, un'istituzione voluta positivamente da
Cristo come elemento costitutivo della chiesa. Il servizio alla verità
cristiana reso dal magistero è perciò a favore di tutto il popolo
di Dio, chiamato a entrare in quella libertà della verità che Dio
ha rivelato in Cristo.
15. Perché possano adempiere pienamente il compito loro affidato
di insegnare il Vangelo e di interpretare autenticamente la rivelazione,
Gesù Cristo ha promesso ai pastori della chiesa l'assistenza dello
Spirito Santo. Egli li ha dotati in particolare del carisma di
infallibilità per quanto concerne materie di fede e di costumi.
L'esercizio di questo carisma può avere diverse modalità. Si
esercita in particolare quando i vescovi, in unione con il loro capo visibile,
mediante un atto collegiale, come nel caso dei concili ecumenici, proclamano
una dottrina, o quando il pontefice romano, esercitando la sua missione di
pastore e dottore supremo di tutti i cristiani, proclama una dottrina "ex
cathedra" [cfr. LG 25: EV 1/344ss; ME 3: AAS 65(1973), 400s; EV 4/2571].
16. Il compito di custodire santamente e di esporre fedelmente il
deposito della divina rivelazione implica, di sua natura, che il magistero
possa proporre "in modo definitivo" [cfr. Professio fidei et Iusiurandum
fidelitatis; AAS 81(1989), 104s: "omnia et singula quae circa doctrinam de
fide vel moribus ab eadem definitive proponuntur"; cfr. Regno-doc. 7(1989),
200] enunciati che, anche se non sono contenuti nelle verità di fede,
sono a esse tuttavia intimamente connessi, così che il carattere
definitivo di tali affermazioni deriva, in ultima analisi, dalla rivelazione
stessa [cfr. LG 25: EV 1/347; ME 3-5: AAS 65(1973), 400-404; EV 4/2570ss;
Professio fidei et Iusiurandum fidelitatis; AAS 81(1989), 104s].
Ciò che concerne la morale può essere oggetto di magistero
autentico, perché il Vangelo, che è parola di vita, ispira e
dirige tutto l'ambito dell'agire umano. Il magistero ha dunque il compito di
discernere, mediante giudizi normativi per la coscienza dei fedeli, gli atti
che sono in se stessi conformi alle esigenze della fede e ne promuovono
l'espressione nella vita, e quelli che al contrario, per la loro malizia
intrinseca, sono incompatibili con queste esigenze. A motivo del legame che
esiste fra l'ordine della creazione e l'ordine della redenzione, e a motivo
della necessità di conoscere e osservare tutta la legge morale in vista
della salvezza, la competenza del magistero si estende anche a ciò che
riguarda la legge naturale [cfr. Paolo VI, encicl. Humanae vitae, n. 4:
AAS 60(1968), 483; EV 3/590].
D'altra parte la rivelazione contiene insegnamenti morali che di per
sé potrebbero essere conosciuti dalla ragione naturale, ma a cui la
condizione dell'uomo peccatore rende difficile l'accesso. E' dottrina di fede
che queste norme morali possono essere infallibilmente insegnate dal magistero
[cfr. Concilio Vaticano I, cost. dogm. Dei Filius, e. 2: DS 3005].
17. L'assistenza divina è data inoltre ai successori degli
apostoli, che insegnano in comunione con il successore di Pietro, e, in una
maniera particolare, al romano pontefice, pastore di tutta la chiesa, quando,
senza giungere a una definizione infallibile e senza pronunciarsi in un "modo
definitivo", nell'esercizio del loro magistero ordinario propongono un
insegnamento, che conduce a una migliore comprensione della rivelazione in
materia di fede e di costumi, e direttive morali derivanti da questo
insegnamento.
Si deve dunque tener conto del carattere proprio di ciascuno degli
interventi del magistero e della misura in cui la sua autorità è
coinvolta, ma anche dal fatto che essi derivano tutti dalla stessa fonte e
cioè da Cristo che vuole che il suo popolo cammini nella verità
tutta intera. Per lo stesso motivo le decisioni magisteriali in materia di
disciplina, anche se non sono garantite dal carisma dell'infallibilità,
non sono sprovviste dell'assistenza divina, e richiedono l'adesione dei
fedeli.
18. Il pontefice romano adempie la sua missione universale con l'aiuto
degli organismi della Curia romana e in particolare della Congregazione per la
dottrina della fede per ciò che riguarda la dottrina sulla fede e sulla
morale. Ne consegue che i documenti di questa congregazione approvati
espressamente dal papa partecipano al magistero ordinario del successore di
Pietro [cfr. CIC cann. 360-361; Paolo VI, cost. apost. Regimini ecclesiae
universae, 15.8.1967, nn. 29-40: AAS 59(1967), 897-899; EV 2/1569ss;
Giovanni Paolo II, cost. apost. Pastor bonus, 28.6.1988, artt. 48-55:
AAS 80(1988), 873-874; Regno-doc. 15(1988), 458s.].
19. Nelle chiese particolari spetta al vescovo custodire e interpretare
la parola di Dio e giudicare con autorità ciò che le è
conforme o meno. L'insegnamento di ogni vescovo, preso singolarmente, si
esercita in comunione con quello del pontefice romano, pastore della chiesa
universale, e con gli altri vescovi dispersi per il mondo o riuniti in concilio
ecumenico. Questa comunione è condizione della sua
autenticità.
Membro del collegio episcopale in forza della sua ordinazione
sacramentale e della comunione gerarchica, il vescovo rappresenta la sua
chiesa, così come tutti i vescovi in unione con il papa rappresentano la
chiesa universale nel vincolo della pace, dell'amore, dell'unità e della
verità. Convergendo nell'unità, le chiese locali, con il loro
proprio patrimonio, manifestano la cattolicità della chiesa. Da parte
loro, le conferenze episcopali contribuiscono alla realizzazione concreta dello
spirito ("affectus") collegiale [cfr. LG 22-23: EV 1/336ss. Come è noto,
a seguito della seconda Assemblea generale straordinaria del sinodo dei
vescovi, il santo padre ha affidato alla Congregazione per i vescovi l'incarico
di approfondire lo "status teologico - giuridico delle conferenze
episcopali"].
20. Il compito pastorale del magistero, che ha lo scopo di vigilare
perché il popolo di Dio rimanga nella verità che libera, è
dunque una realtà complessa e diversificata. Il teologo, nel suo impegno
al servizio della verità, dovrà, per restare fedele alla sua
funzione, tener conto della missione propria al magistero e collaborare con
esso. Come si deve intendere questa collaborazione? Come si realizza
concretamente e quali ostacoli può incontrare? E' ciò che occorre
adesso esaminare più da vicino.
IV. MAGISTERO E TEOLOGIA
A. I rapporti di collaborazione
21. Il magistero vivo della chiesa e la teologia, pur avendo doni e
funzioni diverse, hanno ultimamente il medesimo fine: conservare il popolo di
Dio nella verità che libera e farne così la "luce delle nazioni".
Questo servizio alla comunità ecclesiale mette in relazione reciproca il
teologo con il magistero. Quest'ultimo insegna autenticamente la dottrina degli
apostoli e, traendo vantaggio dal lavoro teologico, respinge le obiezioni e le
deformazioni della fede, proponendo inoltre con l'autorità ricevuta da
Gesù Cristo nuovi approfondimenti, esplicitazioni e applicazioni della
dottrina rivelata. La teologia invece acquisisce, in modo riflesso,
un'intelligenza sempre più profonda della parola di Dio, contenuta nella
Scrittura e trasmessa fedelmente dalla tradizione viva della chiesa sotto la
guida del magistero, cerca di chiarire l'insegnamento della rivelazione di
fronte alle istanze della ragione, e infine gli dà una forma organica e
sistematica [cfr. Paolo VI, Discorso ai partecipanti al Congresso
internazionale sulla teologia del concilio Vaticano II, 1.10.1966: AAS
58(1966), 892s].
22. La collaborazione fra il teologo e il magistero si realizza in modo
speciale quando il teologo riceve la missione canonica o il mandato di
insegnare. Essa diventa allora, in un certo senso, una partecipazione all'opera
del magistero al quale la collega un vincolo giuridico. Le regole di
deontologia che derivano per se stesse e con evidenza dal servizio alla parola
di Dio vengono corroborate dall'impegno assunto dal teologo accettando il suo
ufficio ed emettendo la Professione di fede e il Giuramento di fedeltà
[cfr. CIC can. 833; Professio fidei et Iusiurandum fidelitatis; AAS 81 (1989),
104s].
Da quel momento egli è investito ufficialmente del compito di
presentare e illustrare, con tutta esattezza e nella sua integralità, la
dottrina della fede.
23. Quando il magistero della chiesa si pronuncia infallibilmente
dichiarando solennemente che una dottrina è contenuta nella rivelazione,
l'adesione richiesta è quella della fede teologale. Questa adesione si
estende all'insegnamento del magistero ordinario e universale quando propone a
credere una dottrina di fede come divinamente rivelata.
Quando esso propone "in modo definitivo" delle verità riguardanti
la fede e i costumi, che, anche se non divinamente rivelate, sono tuttavia
strettamente e intimamente connesse con la rivelazione, queste devono essere
fermamente accettate e ritenute [il testo della nuova Professione di fede
(cfr. nota 15) precisa l'adesione a questi insegnamenti in questi termini:
"Firmiter etiam amplector et retineo ... "].
Quando il magistero, anche senza l'intenzione di porre un atto
"definitivo", insegna una dottrina per aiutare a un'intelligenzapiù
profonda della rivelazione e di ciò che ne esplicita il contenuto,
ovvero per richiamare la conformità di una dottrina con le verità
di fede, o infine per mettere in guardia contro concezioni incompatibili con
queste stesse verità, è richiesto un religioso ossequio della
volontà e dell'intelligenza [cfr. LG 25: EV 11344; CIC can. 752, 14].
Questo non può essere puramente esteriore e disciplinare, ma deve
collocarsi nella logica e sotto la spinta dell'obbedienza della fede.
24. Infine il magistero, allo scopo di servire nel miglior modo
possibile il popolo di Dio, e in particolare per metterlo in guardia nei
confronti di opinioni pericolose che possono portare all'errore, può
intervenire su questioni dibattute nelle quali sono implicati, insieme ai
principi fermi, elementi congetturali e contingenti. E spesso è solo a
distanza di un certo tempo che diviene possibile operare una distinzione fra
ciò che è necessario e ciò che è contingente.
La volontà di ossequio leale a questo insegnamento del magistero
in materia per sé non irreformabile deve essere la regola. Può
tuttavia accadere che il teologo si ponga degli interrogativi concernenti, a
seconda dei casi, l'opportunità, la forma o anche il contenuto di un
intervento. Il che lo spingerà innanzitutto a verificare accuratamente
quale è l'autorevolezza di questi interventi, così come essa
risulta dalla natura dei documenti, dall'insistenza nel riproporre una dottrina
e dal modo stesso di esprimersi [Cfr. LG 25 § 1: EV 1/344].
In questo ambito degli interventi di ordine prudenziale, è
accaduto che dei documenti magisteriali non fossero privi di carenze. I pastori
non hanno sempre colto subito tutti gli aspetti o tutta la complessità
di una questione. Ma sarebbe contrario alla verità se, a partire da
alcuni determinati casi, si concludesse che il magistero della chiesa possa
ingannarsi abitualmente nei suoi giudizi prudenziali, o non goda
dell'assistenza divina nell'esercizio integrale della sua missione. Di fatto il
teologo, che non può esercitare bene la sua disciplina senza una certa
competenza storica, è cosciente della decantazione che si opera con il
tempo. Ciò non deve essere inteso nel senso di una relativizzazione
degli enunciati della fede. Egli sa che alcuni giudizi del magistero potevano
essere giustificati al tempo in cui furono pronunciati, perché le
affermazioni prese in considerazione contenevano in modo inestricabile
asserzioni vere e altre che non erano sicure. Soltanto il tempo ha permesso di
compiere un discernimento e, a seguito di studi approfonditi, di giungere a un
vero progresso dottrinale.
25. Anche quando la collaborazione si svolge nelle condizioni migliori,
non è escluso che nascano tra il teologo e il magistero delle tensioni.
Il significato che a queste si conferisce e lo spirito con il quale le si
affronta non sono indifferenti: se le tensioni non nascono da un sentimento di
ostilità e di opposizione, possono rappresentare da un fattore di
dinamismo e uno stimolo che sospinge il magistero e i teologi ad adempiere le
loro rispettive funzioni praticando il dialogo.
26. Nel dialogo deve dominare una duplice regola: là ove la
comunione di fede è in causa vale il principio dell'"unitas veritatis";
là ove rimangono delle divergenze che non mettono in causa questa
comunione, si salvaguarderà l'"unitas caritatis".
27. Anche se la dottrina della fede non è in causa, il teologo
non presenterà le sue opinioni o le sue ipotesi divergenti come se si
trattasse di conclusioni indiscutibili. Questa discrezione è esigita dal
rispetto della verità così come dal rispetto per il popolo di Dio
(cfr. Rm 14,1-15; 1Cor 8; 10; 23-33). Per gli stessi motivi egli
rinuncerà a una loro espressione pubblica intempestiva.
28. Ciò che precede ha un'applicazione particolare nel caso del
teologo che trovasse serie difficoltà, per ragioni che gli paiono
fondate, ad accogliere un insegnamento magisteriale non irreformabile.
Un tale disaccordo non potrebbe essere giustificato se si fondasse
solamente sul fatto che la validità dell'insegnamento dato non è
evidente o sull'opinione che la posizione contraria sia più probabile.
Così pure non sarebbe sufficiente il giudizio della coscienza soggettiva
del teologo, perché questa non costituisce un'istanza autonoma ed
esclusiva per giudicare della verità di una dottrina.
29. In ogni caso non potrà mai venir meno un atteggiamento di
fondo di disponibilità ad accogliere lealmente l'insegnamento del
magistero, come si conviene a ogni credente nel nome dell'obbedienza della
fede. Il teologo si sforzerà pertanto di comprendere questo insegnamento
nel suo contenuto, nelle sue ragioni e nei suoi motivi. A ciò egli
consacrerà una riflessione approfondita e paziente, pronto a rivedere le
sue proprie opinioni e a esaminare le obiezioni che gli fossero fatte dai suoi
colleghi.
30. Se, malgrado un leale sforzo, le difficoltà persistono,
è dovere del teologo far conoscere alle autorità magisteriali i
problemi suscitati dall'insegnamento in se stesso, nelle giustificazioni che ne
sono proposte o ancora nella maniera con cui è presentato. Egli lo
farà in uno spirito evangelico, con il profondo desiderio di risolvere
le difficoltà. Le sue obiezioni potranno allora contribuire a un reale
progresso, stimolando il magistero a proporre l'insegnamento della chiesa in
modo più approfondito e meglio argomentato.
In questi casi il teologo eviterà di ricorrere ai "mass-media"
invece di rivolgersi all'autorità responsabile, perché non
è esercitando in tal modo una pressione sull'opinione pubblica che si
può contribuire alla chiarificazione dei problemi dottrinali e servire
la verità.
31. Può anche accadere che al termine di un esame
dell'insegnamento del magistero serio e condotto con volontà di ascolto
senza reticenze, la difficoltà rimanga, perché gli argomenti in
senso opposto sembrano al teologo prevalere. Davanti a un'affermazione, alla
quale non sente di poter dare la sua adesione intellettuale, il suo dovere
è di restare disponibile per un esame più approfondito della
questione.
Per uno spirito leale e animato dall'amore per la chiesa, una tale
situazione può certamente rappresentare una prova difficile. Può
essere un invito a soffrire nel silenzio e nella preghiera, con la certezza che
se la verità è veramente in causa, essa finirà
necessariamente per imporsi.
B. Il problema dei dissenso
32. A più riprese il magistero ha attirato l'attenzione sui gravi
inconvenienti arrecati alla comunione della chiesa da quegli atteggiamenti di
opposizione sistematica, che giungono perfino a costituirsi in gruppi
organizzati [cfr. Paolo VI, esort. apost. Paterna cum benevolentia
(PcB), 8.12.1974; AAS 67(1975), 5-23; EV 5/815ss. Si veda anche ME: AAS 65
(1973), 396-408; EV 4/2564ss]. Nell'esortazione apostolica Paterna cum
benevolentia Paolo VI ha proposto una diagnosi che conserva ancora tutta la
sua pertinenza. In particolare qui si intende parlare di quell'atteggiamento
pubblico di opposizione al magistero della chiesa, chiamato anche "dissenso", e
che occorre ben distinguere dalla situazione di difficoltà personale, di
cui si è trattato più sopra. Il fenomeno del dissenso può
avere diverse forme, e le sue cause remote o prossime sono molteplici.
Tra i fattori che possono esercitare la loro influenza in maniera remota
o indiretta, occorre ricordare l'ideologia del liberalismo filosofico che
impregna anche la mentalità della nostra epoca. Di qui proviene la
tendenza a considerare che un giudizio ha tanto più valore quanto
più procede dall'individuo che si appoggia sulle proprie forze.
Così si oppone la libertà di pensiero all'autorità della
tradizione, considerata causa di schiavitù. Una dottrina trasmessa e
generalmente recepita è a priori sospetta e il suo valore veritativo
contestato. Al limite, la libertà di giudizio così intesa
è più importante della verità stessa. Si tratta quindi di
tutt'altro che dell'esigenza legittima della libertà, nel senso di
assenza di costrizione, come condizione richiesta per la ricerca leale della
verità. In virtù di questa esigenza la chiesa ha sempre sostenuto
che "nessuno può essere costretto ad abbracciare la fede contro la sua
volontà" [Dich. Dignitatis humanae (DH), n. 10: EV 1/1070].
Il peso di un'opinione pubblica artificiosamente orientata e dei suoi
conformismi esercita anche la sua influenza. Sovente i modelli sociali diffusi
dai "mass-media" tendono ad assumere un valore normativo; si diffonde in
particolare il convincimento che la chiesa non dovrebbe pronunciarsi che sui
problemi ritenuti importanti dall'opinione pubblica e nel senso che a questa
conviene. Il magistero, per esempio, potrebbe intervenire nelle questioni
economiche e sociali, ma dovrebbe lasciare al giudizio individuale quelle che
riguardano la morale coniugale e familiare.
Infine anche la pluralità delle culture e delle lingue, che
è in se stessa un ricchezza, può indirettamente portare a dei
malintesi, motivo di successivi disaccordi.
In questo contesto un discernimento critico ben ponderato e una vera
padronanza dei problemi sono richiesti dal teologo, se vuole adempiere la sua
missione ecclesiale e non perdere, conformandosi al mondo presente (cfr. Rm
12,2; Ef 4,23), l'indipendenza del giudizio che deve essere quella dei
discepoli di Cristo.
33. Il dissenso può rivestire diversi aspetti. Nella sua forma
più radicale esso ha di mira il cambiamento della chiesa, secondo un
modello di contestazione ispirato da ciò che si fa nella società
politica. Più frequentemente si ritiene che il teologo sarebbe obbligato
ad aderire all'insegnamento infallibile del magistero, mentre invece, adottando
la prospettiva di una specie di positivismo teologico, le dottrine proposte
senza che intervenga il carisma dell'infallibilità non avrebbero nessun
carattere obbligatorio, lasciando al singolo piena libertà di aderirvi o
meno. Il teologo sarebbe quindi totalmente libero di mettere in dubbio o di
rifiutare l'insegnamento non infallibile del magistero, in particolare in
materia di norme morali particolari. Anzi con questa opposizione critica egli
contribuirebbe al progresso della dottrina.
34. La giustificazione del dissenso si appoggia in generale su diversi
argomenti, due dei quali hanno un carattere più fondamentale. Il primo
è di ordine ermeneutico: i documenti del magistero non sarebbero niente
altro che il riflesso di una teologia opinabile. Il secondo invoca il
pluralismo teologico, spinto talora fino a un relativismo che mette in causa
l'integrità della fede: gli interventi magisteriali avrebbero la loro
origine in una teologia fra molte altre, mentre nessuna teologia particolare
può pretendere di imporsi universalmente. In opposizione e in
concorrenza con il magistero autentico sorge così una specie di
"magistero parallelo" dei teologi [L'idea di un "magistero parallelo" dei
teologi in opposizione e in concorrenza con il magistero dei pastori si
appoggia talvolta su alcuni testi in cui san Tommaso d'Aquino distingue tra
"magisterium cathedrae pastoralis" e "magisteriurn cathedrae magisterialis"
(Contra impugnantes, c. 2; Quodlib. III, q. 4, a. 1 (9); In IV
Sent. 19, 2, 2, q. 3 sol: 2 ad 4). In realtà questi testi non
offrono alcun fondamento a questa posizione, perché san Tommaso è
assolutamente certo che il diritto di giudicare in materia di dottrina spetta
solo all'"officium praelationis"].
Uno dei compiti del teologo è certamente quello di interpretare
correttamente i testi dei magistero, e allo scopo egli dispone di regole
ermeneutiche, tra le quali figura il principio secondo cui l'insegnamento del
magistero - grazie all'assistenza divina - vale al di là
dell'argomentazione, talvolta desunta da una teologia particolare, di cui esso
si serve. Quanto al pluralismo teologico, esso non è legittimo se non
nella misura in cui è salvaguardata l'unità della fede nel suo
significato obiettivo [cfr. PcB 4: AAS 67(1975), 14-15; EV 5/830ss]. I diversi
livelli che sono l'unità della fede, l'unità-pluralità
delle espressioni della fede e la pluralità delle teologie sono infatti
essenzialmente legati fra loro. La ragione ultima della pluralità
è l'insondabile mistero di Cristo che trascende ogni sistematizzazione
oggettiva. Ciò non può significare che siano accettabili
conclusioni che gli siano contrarie, e ciò non mette assolutamente in
causa la verità di asserzioni per mezzo delle quali il magistero si
è pronunciato [cfr. Paolo VI, Discorso ai membri della Commissione
teologica internazionale, 11.10.1973: AAS 65(1973), 555-559]. Quanto al
"magistero parallelo", esso può causare grandi mali spirituali
opponendosi a quello dei pastori. Quando infatti il dissenso riesce a estendere
la sua influenza fino a ispirare un'opinione comune, tende a diventare regola
di azione, e ciò non può non turbare gravemente il popolo di Dio
e condurre ad una disistima della vera autorità [cfr. Giovanni Paolo II,
encicl. Redemptor hominis (RH), n. 19: AAS 71(1979), 308; EV 6/1248;
Discorso ai fedeli di Managua, 4.3.1983, n. 7: AAS 75(1983), 723;
Regno-doc. 7(1983), 215s; Discorso ai religiosi a Guatemala, 8.3.1983,
n. 3: AAS 75(1983), 746; Discorso ai vescovi a Lima, 2.2.1985, n. 5: AAS
77(1985), 874; Regno-doc 5(1985), 137; Discorso alla Conferenza dei vescovi
belgi a Malines, 18.5.1985, n. 5: Insegnamenti di Giovanni Paolo II, VIII,
1(1985), 1481; Regno-doc. 11(1985), 328; Discorso ad alcuni vescovi
americani in visita "ad limina", 15.10.1988, n. 6: L'Osservatore
romano, 16.10.1988, 4].
35. Il dissenso fa appello anche talvolta a un'argomentazione
sociologica, secondo la quale l'opinione di un gran numero di cristiani sarebbe
un'espressione diretta e adeguata del "senso soprannaturale della fede".
In realtà le opinioni dei fedeli non possono essere puramente e
semplicemente identificate con il "sensus fidei" [cfr. Giovanni Paolo II,
esort. apost. Familiaris consortio (FC), n. 5: AAS 74(1982), 85s; EV
7/1538]. Quest'ultimo è una proprietà della fede teologale la
quale, essendo un dono di Dio che fa aderire personalmente alla Verità,
non può ingannarsi. Questa fede personale è anche fede della
chiesa, poiché Dio ha affidato alla chiesa la custodia della Parola e,
di conseguenza, ciò che il fedele crede è ciò che crede la
chiesa. Il "sensus fidei" implica pertanto, di sua natura, l'accordo profondo
dello spirito e del cuore con la chiesa, il "sentire cum ecclesia".
Se quindi la fede teologale in quanto tale non può ingannarsi, il
credente può invece avere delle opinioni erronee, perché tutti i
suoi pensieri non procedono dalla fede [cfr. la formula del concilio di Trento,
sess. VI, c. 9: fides "cui non potest subesse falsum": DS 1534; cfr. Tommaso
d'Aquino, Summa Theologiae, II-II, q. 1, a. 3, ad 3: "Possibile est enim
hominem fidelem ex coniectura humana falsum aliquid aestimare. Sed quod ex fide
falsum aestimet, hoc est impossibile"]. Le idee che circolano nel popolo di Dio
non sono tutte in coerenza con la fede, tanto più che possono facilmente
subire l'influenza di un'opinione pubblica veicolata da moderni mezzi di
comunicazione. Non è senza motivo che il concilio Vaticano II sottolinei
il rapporto indissolubile fra il "sensus fidei" e la guida del popolo di Dio da
parte del magistero dei pastori: le due realtà non possono essere
separate l'una dall'altra [cfr. LG 12: EV 1/316s]. Gli interventi del magistero
servono a garantire l'unità della chiesa nella verità del
Signore. Essi aiutano a "dimorare nella verità" di fronte al carattere
arbitrario delle opinioni mutevoli, e sono l'espressione dell'obbedienza alla
parola di Dio [cfr. DV 10: EV 1/886]. Anche quando può sembrare che essi
limitino la libertà dei teologi, essi instaurano, per mezzo della
fedeltà alla fede che è stata trasmessa, una libertà
più profonda che non può venire se non dall'unità nella
verità.
36. La libertà dell'atto di fede non può giustificare il
diritto al dissenso. In realtà essa non significa affatto la
libertà nei confronti della verità, ma il libero
auto-determinarsi della persona in conformità con il suo obbligo morale
di accogliere la verità. L'atto di fede è un atto volontario,
perché l'uomo, riscattato dal Cristo redentore e chiamato da lui
all'adozione filiale (cfr. Rm 8,15; Gal 4,5; Ef 1,5; Gv 1,12), non può
aderire a Dio se non a condizione che, "attirato dal Padre" (Gv 6,44), egli
faccia a Dio l'omaggio ragionevole della sua fede (cfr. Rm 12,1). Come ha
ricordato la dichiarazione Dignitatis humanae [cfr. DH 9-10: EV
1/1069s], nessuna autorità umana ha il diritto di intervenire,
con costrizioni o pressioni, in questa scelta che supera i limiti delle sue
competenze. Il rispetto del diritto alla libertà religiosa è il
fondamento del rispetto dell'insieme dei diritti dell'uomo.
Non si può pertanto fare appello a questi diritti dell'uomo per
opporsi agli interventi del magistero. Un tale comportamento misconosce la
natura e la missione della chiesa, che ha ricevuto dal suo Signore il compito
di annunciare a tutti gli uomini la verità della salvezza, e lo realizza
camminando sulle tracce del Cristo, sapendo che "la verità non si impone
che in forza della stessa verità, la quale penetra nelle menti
soavemente e insieme con vigore" [DH 1: EV 1/1044].
37. In forza del mandato divino che gli è stato dato nella
chiesa, il magistero ha per missione di proporre l'insegnamento del vangelo, di
vegliare sulla sua integrità e di proteggere così la fede del
popolo di Dio. Per realizzare questo talvolta può essere condotto a
prendere delle misure onerose, come per esempio quando ritira a un teologo che
si discosta dalla dottrina della fede la missione canonica o il mandato
dell'insegnamento che gli aveva affidato, ovvero dichiara che degli scritti non
sono conformi a questa dottrina. Agendo così esso intende essere fedele
alla sua missione, perché difende il diritto del popolo di Dio a
ricevere il messaggio della chiesa nella sua purezza e nella sua
integralità, e quindi a non essere turbato da un'opinione particolare
pericolosa.
Il giudizio espresso dal magistero in tali circostanze, al termine di un
esame approfondito, condotto in conformità con procedure stabilite, e
dopo che all'interessato è stata concessa la possibilità di
dissipare eventuali malintesi sul suo pensiero, non tocca la persona del
teologo, ma le sue posizioni intellettuali pubblicamente espresse. Il fatto che
queste procedure possano essere perfezionate non significa che esse siano
contrarie alla giustizia e al diritto. Parlare in questo caso di violazione dei
diritti dell'uomo è fuori luogo, perché si misconoscerebbe
l'esatta gerarchia di questi diritti, come anche la natura della
comunità ecclesiale e del suo bene comune. Peraltro il teologo, che non
è in sintonia con il "sentire cum ecclesia", si mette in contraddizione
con l'impegno da lui assunto liberamente e consapevolmente di insegnare in nome
della chiesa [cfr. Giovanni Paolo II, cost. apost. Sapientia christiana,
15.4.1979, art. 27 § 1: AAS 71(1979), 483; EV 6/1385; CIC can. 812].
38. Infine l'argomentazione che si rifà al dovere di seguire la
propria coscienza non può legittimare il dissenso. Innanzitutto
perché questo dovere si esercita quando la coscienza illumina il
giudizio pratico in vista di una decisione da prendere, mentre qui si tratta
della verità di un enunciato dottrinale. Inoltre perché se il
teologo deve, come ogni credente, seguire la sua coscienza, egli è anche
tenuto a formarla. La coscienza non è una facoltà indipendente e
infallibile, essa è un atto di giudizio morale che riguarda una scelta
responsabile. La coscienza retta è una coscienza debitamente illuminata
dalla fede e dalla legge morale oggettiva, e suppone anche la rettitudine della
volontà nel perseguimento del vero bene.
La coscienza retta del teologo cattolico suppone pertanto la fede nella
parola di Dio di cui deve penetrare le ricchezze, ma anche l'amore alla chiesa
da cui egli riceve la sua missione e il rispetto del magistero divinamente
assistito. Opporre al magistero della chiesa un magistero supremo della
coscienza è ammettere il principio del libero esame, incompatibile con
l'economia della rivelazione e della sua trasmissione nella chiesa, così
come con una concezione corretta della teologia e della funzione del teologo.
Gli enunciati della fede non risultano da una ricerca puramente individuale e
da una libera critica della parola di Dio, ma costituiscono un'eredità
ecclesiale. Se si separa dai pastori che vegliano per mantenere viva la
tradizione apostolica, è il legame con Cristo che si trova
irreparabilmente compromesso [Cfr. PcB 4: AAS 67(1975), 15; EV 5/833].
39. La chiesa, traendo la sua origine dall'unità del Padre, del
Figlio e dello Spirito Santo [Cfr. LG 4: EV 1/288], è un mistero di
comunione, organizzata, secondo la volontà del suo fondatore, intorno a
una gerarchia stabilita per il servizio del vangelo e del popolo di Dio che ne
vive. A immagine dei membri della prima comunità, tutti i battezzati,
con i carismi che sono loro propri, devono tendere con cuore sincero verso
un'unità armoniosa di dottrina, di vita e di culto (cfr. At 2,42). E'
questa una regola che scaturisce dall'essere stesso della chiesa. Non si
possono pertanto applicare a quest'ultima, puramente e semplicemente, dei
criteri di condotta che hanno la loro ragione d'essere nella società
civile o nelle regole di funzionamento di una democrazia. Ancor meno, nei
rapporti all'interno della chiesa, ci si può ispirare alla
mentalità del mondo circostante (Rm 12,2). Chiedere all'opinione
maggioritaria ciò che conviene pensare e fare, ricorrere contro il
magistero a pressioni esercitate dall'opinione pubblica, addurre a pretesto un
"consenso" dei teologi, sostenere che il teologo sia il portaparola profetico
di una "base" o comunità autonoma che sarebbe così l'unica fonte
della verità, tutto questo denota una grave perdita del senso della
verità e del senso della chiesa.
40. La chiesa è "come il sacramento, cioè il segno e lo
strumento dell'intima unione con Dio e dell'unità di tutto il genere
umano" [LG 1; EV 1/284]. Di conseguenza ricercare la concordia e la comunione
è aumentare la forza della sua testimonianza e la sua
credibilità; cedere invece alla tentazione del dissenso è
lasciare che si sviluppino "fermenti di infedeltà allo Spirito Santo"
[cfr. PcB 2-3: AAS 67(1975), 10-11; EV 5/824ss].
Pur essendo la teologia e il magistero di natura diversa e pur avendo
missioni diverse che non possono essere confuse, si tratta tuttavia di due
funzioni vitali nella chiesa, che devono compenetrarsi e arricchirsi
reciprocamente per il servizio del popolo di Dio.
Spetta ai pastori, in forza dell'autorità che deriva loro da
Cristo stesso, vigilare su questa unità e impedire che le tensioni che
nascono dalla vita degenerino in divisioni. La loro autorità, andando al
di là delle posizioni particolari e delle opposizioni, deve unificarle
tutte nell'integrità del vangelo, che è "la parola della
riconciliazione" (cfr. 2Cor 5,18-20).
Quanto ai teologi, in forza del loro proprio carisma, spetta anche a
essi partecipare all'edificazione del corpo di Cristo nell'unità e nella
verità, e il loro contributo è più che mai richiesto per
un'evangelizzazione a scala mondiale, che esige gli sforzi di tutto quanto il
popolo di Dio [cfr. Giovanni Paolo II, esort. apost. post-sinodale
Christifideles laici, nn. 32-35: AAS 81(1989), 451-459; Regno-doc.
5(1989), 145ss]. Se può a essi accadere di incontrare delle
difficoltà a causa del carattere della loro ricerca, essi devono
cercarne la soluzione in un dialogo fiducioso con i pastori, nello spirito di
verità e di carità che è quello della comunione della
chiesa.
41. Gli uni e gli altri avranno sempre presente che il Cristo è
la parola definitiva del Padre (cfr. Eb 1,2) nel quale, come osserva san
Giovanni della Croce, "Dio ci ha detto tutto insieme e in una sola volta"
[Giovanni della Croce, Salita al Monte Carmelo, II, 22, 3], e che, come
tale, egli è la Verità che libera (cfr. Gv 8,36; 14,6). Gli atti
di adesione e di ossequio alla Parola affidata alla chiesa sotto la guida del
magistero si riferiscono in definitiva a lui e introducono nello spazio della
vera libertà.
CONCLUSIONE
42. Madre e perfetta icona della chiesa, la vergine Maria è stata
fin dagli inizi del Nuovo Testamento proclamata beata, a motivo della sua
adesione di fede immediata e senza incertezze alla parola di Dio (cfr. Lc
1,38.45), che continuamente conservava e meditava nel suo cuore (cfr. Lc
2,19.51). Ella è così diventata, per tutto il popolo di Dio
affidato alla sua materna sollecitudine, un modello e un sostegno. Ella mostra
ad esso la via dell'accoglienza e del servizio della Parola, e insieme il fine
ultimo da non perdere mai di vista: l'annuncio a tutti gli uomini e la
realizzazione della salvezza portata al mondo dal suo Figlio Gesù
Cristo.
Concludendo questa istruzione, la Congregazione per la dottrina della
fede invita caldamente i vescovi a mantenere e a sviluppare con i teologi
relazioni fiduciose, nella condivisione di uno spirito di accoglienza e di
servizio della Parola, e in una comunione di carità, nel cui contesto si
potranno più facilmente superare alcuni ostacoli inerenti alla
condizione umana sulla terra. In tal modo tutti potranno essere sempre di
più servitori della Parola e servitori del popolo di Dio, perché
questo, perseverando nella dottrina di verità e di libertà udita
fin dall'inizio, rimanga anche nel Figlio e nel Padre, e ottenga la vita
eterna, realizzazione della promessa (cfr. l Gv 2,24-25).
Il sommo pontefice Giovanni Paolo II, nel corso dell'udienza concessa
al sottoscritto cardinale prefetto, ha approvato la presente istruzione, decisa
nella riunione ordinaria di questa congregazione, e ne ha ordinato la
pubblicazione.
Roma, dalla sede della Congregazione per la dottrina della fede, il 24
maggio 1990, nella solennità dell'Ascensione del Signore.
JOSEPH card. RATZINGER,
prefetto
+ ALBERTO
BOVONE
arcivescovo tit. di Cesarea di Numidia,
segretario
Cristo ha Escluso
le Donne dal Sacerdozio? - titolo di un libro classico.
Trovate qui la traduzione italiana
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dellordinazione delle donne diacono.
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Nè Eva,
nemmeno Maria
Lordinazione
sacerdotale delle donne nella Chiesa cattolica
Autore: J. Wijngaards
Edizioni La Meridiana 2002,
via G.
Di Vittorio, 7 - 70056 Molfetta (BA) - tel. 080/3346971
pagine: 232; ISBN:
88-87507-63-5; Prezzo: Euro 15,00.
Versione italiana di
www.womenpriests.org curata da Francesco Rocca.