Perche' Continuare il Dibattito?
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Perché Continuare il Dibattito?

par John Wijngaards

Pubblicazione originale Inglese: Did Christ Rule Out Women Priests?, par John Wijngaards, McCrimmons, Great Wakering 1977 (altera editione 1986), 104 pagg.; editione Indiana, ATC, Bangalore 1978; editione ollandese, KBS, Brugge 1979; traduzione italiana par E. L. Lanzarini, 1981. Questo è capitolo 1 del libro.

Recentemente il Papa ha emesso un documento in cui si esclude la possibilità di ammettere le donne al sacerdozio, ed ha af£ermato che la Chiesa non potra mai cambiare atteggiarnento su questo punto, perchè esso fa parte della dottrina cattolica ed è insegnato dalla Sacra Scrittura. Poichè non si può pensare che il Papa sia spinto dal desiderio di discriminare le donne, egli parla evidentemente per un senso del dovere. Cosi stando le cose, che senso ha continuare il dibattito. sul sacerdozio femminile, prolungando in tal modo un: inutile disagio ?

I teologi del giorno d’oggi non sono mai soddisfatti e continuano a mettere in questione certe cose, senza far molto conto di ciò che dice la Chiesa,. Non è pensabile che il Papa non sia versato in teologia, e certamente non avrebbe fatto un’affermazione del genere se non fosse corroborata da molte prove. Per il bene del popolo di Dio, sarebbe più utile che i teologi fossero pronti a difendere le direttive della Santa Sede, invece di discuterle. A che cosa serve il dibattito teologico, se anzichè edificare la Chiesa sconcerta i fedeli e li rende irrequieti ?

Un obiezione come quella riportata qui sopra è piuttosto sconcertante: perfino un teologo animato dalle migliori intenzioni (e ce n’è qualcuno!) avra l’impressione che gli si faccia lo sgambetto, perchè: qui non viene messo in questione questo o quell’altro argomento, ma l’attivita stessa del teologo, al quale si dice in pratica che non esiste uno spazio per la ricerca, e che la sua unica funzione è quella di difendere le opinioni espresse dalla Santa Sede. E’ come se si accusasse. un medico di aggravare il male, anzichè curarlo.

Eppure io penso che tale obiezione debba essere presa sul serio, e proprio per questo sono pronto ad affrontare la questione di fondo che essa sollva.

E’ vero. che ci sono stati teologi che hanno creato una certa confusione e che parecchie pubblicazioni teologiche hanno fatto più male che bene; i fedeli ne sono giustamente irritati. Poichè un teologo adempie ad una: funzione pubblica nella Chiesa, è giusto che posaa essere chiamato a.dar conto del suo operato.

I1 punto cruciale sembra questo: i teologi hanno il dovere di mettersi immediatamente in riga, quando Roma pubblica un documento? Più specificamente: esiste uno spazio sufficiente per continuare la discussione sui ministeri femminili, nonostante il documento romano del 27 gennaio 1977 (“Inter Insigniores”)? La risposta a queste domande dipende in larga misura dalla funzione che si attribuiace alla ricerca teologica. Se si parte dal. principio che la teologia ha soltanto la funzione di dare una giustificazione intellettuale alla “linea del-partito”, la risposta è ovvia; se però si ritiene che il suo compito sia quello di cercare la verità, allora le cose cominciano a complicarsi.

In effetti la teologia è precisamente al servizio della verità; essa e per definizione una riflessione sulla verita rivelata, ed ha il dovere di aderire alla verità in qualsiasi forma si presenti. Il Concilio Vaticano I (1869-70) ha dato un esplicito avallo a questa ricerca della verita, asserendo fiduciosamente che non può esserci.contrasto tra la verità rivelata e quella conosciuta per altre vie. E la ragione è ovvia: poichè Dio è autore di ogni verità, non puo contraddirsi; e in quanto la teologia e fedele alla verità, non puo mancare di essere: fedele a Dio ed alla sua rivelazione. ( 1 )

La cosa è semplice in teoria, rna in practica porta spesso a conflitti o per meglio dire in practica avviene che si arrive alla verità solo dopo dibattiti teologici molto serrati. I1 magistero dà le direttive in materia di dottrina e di morale, ma se tali direttive non sembrano essere in armonia con la verità così come la vede il teologo, verge un conflitto. I1 teologo sarà obbligato in coscienza; a continuare a cercare la verità, e talvolta .egli può non essere d’accordo e anche esprimere il suo dissenso: ciò fa parte della funzione che il teologo svolge nella Chiesa.

Un conflitto con il Santo Padra?

E’ spiacevole che le discussioni teologiche entro la Chiesa possano confondere le idee alla gente o dar l’impressione che ‘la comunità ecclesiale stia perdendo la sua unità di fede, Dopo la pubblicazione di un documento come quello sopra citato sul sacerdozio femminile, ci sarà chi considererà 1a discussione su tale argomento come un conflitto tra il Papa da un lato ed alcuni teologi ‘ribelli’ dall’altro, e potrà perfino interpretaria come una sfida.ed:un rifiuto di sottomettersi al magistero ufficiale. Una pubblicazione come questa potrà addirittura apparirgli come unai ribellione alla supremazia del Santo Padre!

Ma siccome un interpretazione simile sarebbe de tutto errata, vorrei precisare qual è il mio ruolo come teologo cattolico.

Il Concilio Vaticano II ha cosi. descritto quello che e un atteggiamento corretto verso l’insegnamento del Papa: “Questo religioso rispetto di volontà e di intelligenza lo si deve in modo particolare prestare al magistero autentico del romano pontefice, anche quando non parla excathedra; in modo tale cioe che il suo supremo magistero sia con riverenza accettato, e con sincerità si aderisca alle sentenze da lui date, secondo la mente e la volontà da lui manifestata, la quale si palesa specialmente sia dalla natura dei documenti, sia dal frequente riproporre la stessa dottrina, sia dal tenore dell’espressione verbale." (Lumen Gentium, 25)

Da un punto: di vista strettamente legale, si può osservare che il documento riguardante il sacerdozio femminile è una dichiarazione firmata e pubblicata dalla Sacra Congregazione per la Dottrina della Fede, che aveva avuto l’approvazione di Paolo VI in un udienza del 15 ottobre l976. Secondo l’interpretazione ecclesiastica comune, dichiarazioni dottrinali del genere da parte di questa Congregazione non impediscono ulteriori dibattiti. In almeno due interpretazioni ufficiali fu affermato che tali documenti "non intendono affatto impedire agli studiosi cattolici di approfondire l’argomento e, dopo avere accuratamente valutato le ragioni di entrambe le parti, di aderire all’opinione contraria... " (27 giugno 1927); e che "tali decisioni non precludono in alcun modo uno studio ulteriore, veramenete scientifico, della questione" (16 gennaio 1948). Ancor prima del Vaticano II, era generalmente ammesso che questa interpretazione doveva estendersi a tutti i documenti dello stesso tipo i quali, per la loro stessa natura, non escludono ulteriori approfondimenti. ( 2).

Durante il Concilio Vaticano II la questione della liberta della discus sione teologica fu incorporate nelle dichiarazioni conciliari. L’opinione pubblica, che ha come necessario elemento costitutivo la liberta di espressione, svolge una precisa funzione, quella di promuovere il dialogo nella Chiesa. (3) La Costituzione sulla Chiesa nel mondo contemporaneo si riferisce proprio a ta1e opinione teologica quando dice: “Sia riconosciuta ai fedeli, sia ecclesiastici che laici, la giusta libertà di ricercare, di pensare, di manifestare con umiltà e coraggio la propria opinione nel campo in cui sono competenti. ” (Gaudium et Spes, 62). In altre parole, il magistero ordinario non esclude la libertà di espressione. Che ciò sia stato riconosciuto nello stesso Concilio può essere dimostrato dai cambiamenti nella bozza (10 novembre 1962) che conteneva la seguente frase ripresa dall’enciclica Humani Generis: “Se i Sommi Pontefici (nel magistero ordinario) deliberatamente danno un giudizio su una questione fino allora controversa, dovrebbe essere chiaro a tutti che secondo la mente e la volontà dei Papi la questione non più più venire pubblicamente discussa dai tealogi”. Questa frase però è stata eliminata dal testo finale (4), e l’implicazione è ovvia.

Nella loro lettera pastorale del 22 settembre 1967 i vescovi tedeschi parlarono a lungo del problema posto da dichiarazioni difficili del magistero ordinario. Essi riconoscono che in tale magistero ordinario ‘la Chiesa può essere soggetta all’errore, e di fatto talvolta ha errato", ed affermano che, a certe condizioni, i singoli fedeli possono trovarsi in disaccordo con questo magistero ordinario, e che “in alcune circostanze si dovrebbe spiegare ai fedeli la natura e l’ambito limitato di questi pronunciamenti provvisori (del magistero)”. Le condizioni menzionate dai vescovi tedeschi erano la gravità della materia, le competenza del giudizio ed una prudente applicazione pastorale. (5)

Dopo essermi indugiato su alcuni degli aspetti legali (forse troppo a lungo, ma ciò era pur necessario), vorrei ora soffermarmi in particolare sullo spirito dell’obbedienza teologica. Quando la Chiesa domanda “un religioso rispetto di volonta e di intelletto” non ci chiede di rinunciare a pensare, ma domanda un servizio ben piu prezioso, e cioè l’onesto sforzo di servire la fede con tutte le nostre energie intellettuali. Parlando dell’obbedienza, il Concilio Vaticano II chiede proprio questo impegno totale: “.. . mettano a disposizione tanto le energie della mente e della volonta, quanto i doni di natura e di grazia, nelltesecuzione degli ordini e nel compimento degli uffici loro assegnati” (Perfectae Caritatis, 14). Perciò una lealta rettamente intesa verso la verit ma anche verso il magistero richiede una disponibilita all’approfondimento, piuttosto che la pura e semplice prontezza nell’esecuzione. Quella che all’inizio poteva apparire come un’opposizione può dimostrarsi in seguito una cooperazione attiva tra il magistero e i teologi, per una migliore formulazione della dottrina. I teologi svolgono un ruolo importante in quella continua riforma “della quale la Chiesa ha sempre bisogno”, una riforma che riguarda anche eventuali carenze nel modo in cui l’insegnamento della Chiesa e stato formulato (Unitatis Redintegratio, 6). Anzichè parlare di un conflitto tra il magistero ed un’opinione teologica dissenziente, si dovrebbe piuttosto pensarli come elementi di un dialogo vivo, entrambi equalmente necessari per la riforma della Chiesa.

Il Papa stesso vede in questa luce questa reciproca influenza tra l’autorità del magistero e l’approfondimento teologico. Nell’allocuzione del 1 ottobre 1966 ad un simposio di teologi diceva infatti: I1 magistero ritrae un grande vantaggio da una ricerca teologica fervida ed industriosa e dalla cordiale collaborazione dei teologi... Senza l’ausilio del la teologia I1 magistero sarebbe certamente in grado di preservare e tramandare la fede, ma giungerebbe solo con difficolta a quella alta e piena conoscenza che gli e necessaria per svolgere la sua missione; esso è ben consapevole di non godere di una rivelazione o carisma di ispirazione, ma soltanto dell’assistenza dello Spirito.(6) Un episodio interessante su come la teologia e il magistero si influenzino reciprocamente e riportato da G. Baum:

“L’ll luglio 1966 Paolo VI si rivolse ad un simposio teologico che si teneva a Roma sul tema del peccato originale. Nel suo discorso il Papa ribadiva che i teologi cattolici devono so stenere che il peccato universale in cui nasce l’uomo è conseguenza della disobbedienza di quel singolo uomo che fu Adamo. Essi devono quindi difendere il principio che tutta l’umanità discende da un solo antenato. Secondo quanto riferì la stampa, i teologi presenti fecero osservare al Santo Padre che il simposio aveva per l’appunto approfondito tale questione, e che i dati attualamente disponibili non consentivano ,di fare affermazioni categoriche sull’esistenza di un unico antenato, Adamo. Quando l’allocuzione del Papa venne pubblicata dall’Osservatore Romano del 15 luglio, il testo aveva subito modifiche significative: invece di parlare di Adamo come persona singola il testo si riferiva semplicemente ad Adamo, 1asciando spazio adn’interpretazione piu ampia di cio che questo nome rappresenta.

Tale episodio e estremamente significativo, e non ne conosco altri analoghi. Si deve essere grati ai teologi che, da "servi fedeli", fecero il loro dovere, e si deve essere altresi grati al Papa per avere riveduto il suo giudizio, dopo avere fatto pubblicamente una diversa affermazione. C’è qui l’introduzione di un dialogo nell’esercizio del magistero. Caso mai ciò che può preoccupare e l’aspetto incidentale dell’episodio: che cosa sarebbe avvenuto se quei teologi fossero stati pavidi? Al giorno d’oggi le questioni teologiche e dottrinali sono diventate cosi complesse che una persona, da sola, non è più in grado di esaminare tutto il materiale che dovrebbe essere studiato. . . " (7)

La dichiarazione sul sacerdozio femminile e fondamentalmente, un documento redatto da alcuni teologi che il Papa aveva incaricato di studiare la questione. Paolo VI ha approvato le loro conclusioni e ha ordinato che il documento venisse pubblicato con la sua approvazione; perciò esso merita tutto i1 rispetto dovuto a documenti del genere. Se no nostante ciò io ritengo mio dovere esprirnere il mio disaccordo sugli argomenti biblici e teologici ivi esposti, non e per oppormi al Santo Padre o minimizzarne l’autorità; ma è perchè l’argomento è così importante e ha tali implicazioni pastorali che uno studioso della Sacra Scrittura non può tacere. A me sembra che le conclusioni teologiche del documento siano del tutto inaccettabili, e che quindi nuocciano alla Chiesa; e offro questa mia opinione nello spirito di quella lealta intellettuale sopra citata.

Una tempesta per un versetto della Bibbia

Ciò che ho detto finora potra sembrare un’argomentazione astratta e generale. Chi non è familiare con la teologia potrà domandarsi come fun zionino poi in pratica questi principi, per chiarire la cosa vorrei citare due esempi tipici di come la teologia possa essere un procedimento laborioso, che implica lacrime e sofferenza e disaccordo con l’opinione teologica corrente. I1 primo esempio può sembrare banale - infatti riguarda soltanto un versetto della Sacra Scrittura - ma in realtà rappresento un caso tipico di guerra teologica.

Nel 1897 il Sant’Uffizio decretò che i cattolici erano tenuti a credere che un certo versetto della prima Lettera di San Giovanni (1 Gv 5, 3-5, il cosiddetto “comma ioannaeum”) era parte autentica ed ispirata della Bibbia. I1 decreto, approvato dal Papa, si fondava su un passo del Concilio di Trento in cui si diceva che “tutte le parti della Scrittura, cosi come si trovano nella Volgata, sono canoniche ed ispirate”. I1 versetto in questione si trovava nella Volgata; e poichè una dottrina proposta da un Concilio ecumenico non può essere discussa, il Sant’Uf£izio ne traevala conclusione che anche quel versetto doveva essere autentico ed ispirato. (8)

I1 decreto venne preso sul serio da molti “leali” cattolici. Per esem pio E. Mangenot sostenne che ogni cattolico aveva il dovere di sottomettersi a questo decreto disciplinare; M, Hetzenauer affermo che il decre to aveva valore dottrinale, che concerneva l’integrità della fede, e che dubitare dell’autenticita del versetto in questione equivaleva a negare chela Chiesa cattolica sia la custode e giudice infallibile della Sacra Scrittura. (9)

I biblisti ne furono scandalizzati, perchè il versetto in questione non si trovava negli antichi codici greci e mancava anche nelle versioni latine fino a circa il sesto secolo. Non occorreva essere un esperto per capire che il passo in questione era stato aggiunto al testo ispirato più di cinque secoli dopo che San Giovanni aveva scritto la sua lettera. Ciò che Alfred Loisy scrisse nelle sue memorie è tipico della reazione del la maggior parte degli studiosi (10): a dir il vero, questa recentissima decisione sul comma ioannaeum e stata l’errore piu ridicolo che si possa immaginare... In Francia gli studiosi, perfino quelli anticlericali, si sono astenuti dal prendere in giro il Sant’Uffizio, ma in Germania, e ancor più in Inghilterra, la cosa è parsa immensamente divertente... Dopo le cornate del toro (cioè la decisione sull’invalidità delle ordinazioni anglicane), parate con una dotta risposta dagli arcivescovi di Canterbury e di York, questa mossa del Sant’Uffizio ha fornito ai teologi anglicani una splendida occasione per vendicarsi, ed essi non hanno per duto tempo a godere del proprio trionfo". (11)

Oggi tutti i biblisti sono d’accordo che neanche con uno sforzo di immaginazione si potrebbe ritenere autentico il passo sopra citato. Quando il Concilio di Trento parlava di “tutte le parti che si trovano nella Volgata” non intendeva certo includere anche quelle frasi di cui si poteva dimostrare che erano state aggiunte in epoca successiva.

I Pontefici hanno espresso il desiderio che alle indicazioni del Sant’Uffizio si dia un assenso mentale e pubblico, ma è ovvio che nessun teologo cattolico degno di questo nome poteva accettare un decreto come quello del 1897. Anzi avrebbe mancato di lealta verso la Chiesa se non si fosse sforzato di far rilevare l’incongruenza della decisione e di far udire la sua protesta. I1 Cardinal Vaughan, che a quell’epoca si trovava a Roma, fu molto amareggiato da quell’incidente e scrisse in Inghilterra parole rassicuranti: “Ho accertato da ottime fonti che il. decreto del Sant’Uffizio sul versetto dei Tre Testimoni al quale Lei si riferisce non intende chiudere la discussione sull’autenticità del testo”.(12) . Era però una ben povera consolazione, alla luce del tono perentorio del decreto stesso. Per molti anni quei biblisti che ebbero il coraggio di pensare con la loro testa e di denunciare l’errore rischiarono la reputazione e il posto. (l3) Solo trent’anni dopo, nel 1927, il: Sant’Uffizio ammise di malagrazia di essersi sbagliato (14), ma non si scusò per l’errore, ne ebbe una parola di lode per quei teologi che, pagando di persona, avevano contribuito a ristabilire la verità (l5).

I Papi, i vescovi e i concili hanno condotto una battaglia secolare contro le molte forme di eresia che hanno minacciato di deformare la dottrina o di intaccare la fede, e nel complesso hanno fatto un buon lavoro, corne dimostra il modo in cui stata preservata la Chiesa nei venti secoli della sua esistenza; ma nella loro preoccupazione di preservare, proteggere e difendere,. quelli che nella Chiesa hanno una funzione di magistero sono stati spesso tentati di lasciarsi guidare da una teo logia che difendeva lo statu quo, piuttosto che da una ricerca teologica nuova e creativa. D’altra parte la Chiesa, quando si è trovata di fronte a situazioni nuove, è stata aiutata soprattutto dalle intuizioni creative di quelle teologie che erano sensibili alle nuove istanze. Di qui. i conflitti frequenti fra una teologia troppo prudente e conservatrice, sostenuta dall’autorità ecclesiastica, e una teologia audace, dinamica, pro posta da chi si trovava nella prima linea dell’impegno pastorale.

La teologia della schiavito

E’ istruttivo studiare lo sviluppo della teologia in una questione come quella della schiavitù. Nell’antichità e nella societa feudale del Medioevo la schiavi tu era un fatto considerato normale e accettato da tutti. Perfino i vescovi e i superiori di monasteri possedevano migliaia di schiavi di entrambi i sessi; che venivano impiegati in attività artigianali o nella coltivazione della terra; in alcuni paesi la Chiesa era la rnaggior latifondista e .proprietaria di schiavi. Con la conquista del Nuovo Mondo, il commercio degli schiavi venne esteso anche a quei paesi. Con la bolla del 1454, la “Romanus Pontifex”, Papa Nicola V die de il suo avallo alla pratica di ridurre in schiavitù le popolazioni dei territori conquistati. Negli Stati Pontifici esistette la schiavitù sino alla fine del XVIII° secolo, e in alcune istituzioni ecclesiastiche perdurò fino al 1864 (16).

La schiavitù era un fenomeno del suo tempo e dovrebbe essere giudi cata nel suo contesto sociale; ma è istruttivo constatare come la teologia di allora la giustificasse con argomenti tratti dalla Bibbia e dalla Tradizione. I1 desiderio da libertà da parte degli schiavi veniva considerato come una mancanza di umiltà, come una renitenza ad accettareil modo in cui Dio aveva disposto le cose. Si esortavano gli schiavi a non preoccuparsi della propria libertà terrena, ma di pensare piuttosto alla propria vita spirituale. “Noi misuriamo tutte le cose umane non col metro del corpo, ma con quello dello spirito”. Si faceva osservare che Gesù stesso aveva accettato l’istituzione della schiavit, poichè aveva parlato degli schiavi in alcune parabole (ad es. in Lc 12, 42 e 17, 7) e che Paolo aveva comandato agli schiavi di sottomettersi volontariamente ai loro padroni in uno spirito di urnile obbedienza (1 Tim 6, 1,- Ef 6, 6-7 ) ; ecc. ).

Perfino grandi teologii come Tommaso d’Aquino, Alberto il Grande e Duns Scoto difesero la schiavitù con argomenti teologici. Nel XVII° secolo ci furono moralisti che arrivarono al punto di sostenere che il diritto di possedere schiavi faceva parte della dottrina cattolica: “E’ certamente di fede (de fide) che questo tipo di schiavitù in cui un uomo serve il padrone come schiavo è del tutto legittimo. Cio e provato dalla Bibbia (Lev 25, 39-55; 1 Pt 2, 18; 1 Cor 7, 20-24; Col 3, 11. 22; 1 Tim 6,1 -10. . , ) ed è anche dimostrato dalla ragione, perchè non è irragionevole che come le cose conquistate in una guerra giusta passino sotto il potere e la propriet dei vincitori, così anche i prigionieri fatti in una guerra giusta diventino schiavi di chi li ha catturati... Tutti i teologi sono unanimi su questo punto. ” (17)

Un teologo coraggioso, il missionario domenicano Bartolomeo De Las Casas, che si era opposto a questa linea di pensiero del suo tempo affermando che “nessuno può essere privato della libertà, e nessuno può essere ridotto in schiavitù” fu deriso e messo a tacere (18). Solo dopo che gli abolizionisti ebbero vinto le più cure battaglie contro la schiavitù anche la teologia comincio a destarsi dal suo torpore e a riesarninare le implicazioni di quell’abbattimento delle barriere che era stato compiuto da Cristo. (19) I1 pieno riconoscimento ecclesiasti co di ciò si ebbe solamente nel Concilio Vaticano II, il quale rivendico l’eguaglianza fondamentale di tutti gli esseri umani e invito tutti a non risparmiare alcuno sforzo per bandire ogni traccia di schiavitù sociale e politica, e per salvaguardare i fondarnentali diritti umani sotto qualsiasi sistema politico (Gaudium et Spes, 29). Potremmo essere tentati di inorgoglirci a sentire un così nobile invito. Che un documento ufficiale contenga una dichiarazione del genere, è certo un fatto positivo; dobbiamo però ammettere che non si tratta poi di una grande conquista, a1 giorno d’oggi... Come Chiesa, non dovremmo piuttosto sentirci orgogliosi di quei rari pensatori e pastori che confutarono la legittimita della schiavitù per ragioni teologiche, quando l’opinione comune laica ed il pensiero ecclesiastico erano invece favorevoli a questa istituzione? Qual’è la rniglior teologia, quella che accetta i fatti e tollera le situazioni esistenti, oppure quella che ha il coraggio di confrontare le opinioni tradizionali con le esigenze obiettive del Vangelo?

Vi è un rapporto molto stretto tra l’accettazione della schiavitu e la discriminazione contro la donna. Nello stesso passo sopra citato, il Concilio Vaticano II afferma che “ogni genere di discriminazione nei diritti fondamentali della persona, sia in campo sociale che culturale, in regione del sesso, della stirpe, del colore, della condizione sociale, della lingua o religione deve essere superato ed eliminato come contrario al disegno di Dio. In verità ci si deve rammaricare perchè questi dirit ti fondamentali della persona non sono ancora dappertutto garantiti, come quando si negasse alla donna la facoltà di scegliere liberamente il rnarito e di abbracciare il suo stato di vita, oppure di accedere ad un’educazione e cultura pari a quella che si riconosce all’uomo”.

L’escludere la donna dai ministeri della Chiesa non può mancare di apparire come una chiara forma di discriminazione ecclesiastica. E’ mio parere, condiviso da altri biblisti e teologi, che le ragioni teologiche addotte per giustificare l’esclusione delle donne dal sacerdozio siano fondamentalmente un tentativo di giustificare lo statu quo, e che si basino su un’errata interpretazione del messaggio del Nuovo Testamente. Perciò - anche se ciò potrà sconcertare qualcuno - la discussione deve continuare, finchè la verità venga riconosciuta ed accettata nella sua interezza.

.1. First Vatican Council, Constitutio de Fide Catholica, ch. 4, in Enchiridion Symbolorum, ed. H. DENZINGER, Freibourg, Herder, 1955 (30 ed.), no. 1795-1800.

NOTE

1. First Vatican Council, Constitutio de Fide Catholica, ch. 4, in Enchiridion Symbolorum, ed. H. DENZINGER, Freibourg, Herder, 1955 (30 ed.), no. 1795-1800.

2. F.A. SULLIVAN, De Ecclesia, vol. I, Rome 1963, pagg. 355- 357.

3. `Decree on the Means of Social Communication,' no. 8; Vatican Council 11, l.c. pg 286; see also the Pastoral Instruction of 29 January 1971, in which the same idea is elaborated, especially no. 26, pg 303; no. 125, pg 333.

4. K. RAHNER, `Magisterium' in Sacramental Mundi, ed. K. RAHNER, London 1969, vol. III, pg 357.

5. K. RAHNER. ib. 8.

6. Pubblicato in L'Osservatore Romano 2 October 1966.

7. G. BAUM, `The Magisterium in a Changing Church,' Concilium 1 (1967) no. 3, pagg. 34-42; here pg 42.

8. `Decretum de Authentia Textus I Jo 5, 7,' Acta Sanctae Sedis 29 (1896-1897) pg 637.

9. E. MANGENOT, Dictionnaire de la Bible, vol.III, Paris 1898, col. 1197. M. HETZENAUER, Novum Testamentum Greaco-Latinum, Innsbruck 1898, vo1.II, pg. 387. For a classical discussion of the verse, see e.g. SIMONDORADO, Praelectiones ad Usum Scholarum, Novum Testamentum, vol II, Madrid 1952, pagg. 440-442. It is worth recording that the same arguments now generally accepted had already been published by Catholic scholars before the Holy Office issued the Decree. Cf. R. CORNELY, Historica et Critica Introductio in Utriusque Testaments Libros Sacros, vol III, Paris 1886, pagg. 668-681.

11. A. LOISY, Memoires pour servir à l’Histoire religieuse de notre Temps, vol I, Paris 1930, pg 437.

12. Letter to Wilfred Ward, published in the Guardian of 9th June 1897.

13. Degni di nota: A. BLUDEAU who wrote articles in Der Katholik (1902-04) and in Biblische Zeitschrift (in 1903 and 1915); K. KUNSTLE, Das Comma Johanneum auf seine Herkunft untersucht, Freibourg 1905.

14. `The Decree had been issued to bring to order the audacity of some private scholars who seemed to presume to have the right either to reject the authenticity of the comma joannaeum or at least to call it into doubt. The Decree had not in the least the aim to forbid that Catholic writers should study the question further...' 2 June 1927. Enchiridion Biblicum, Naples 1956, ed. 3, no. 136 (121).

15. Maggiori informazioni su tutti i retroscena della decisione sono fornite da S. LYONNET in ‘Le verset des Trois temoins celestes en 1 Jean 5, 7 et les decisions du Saint-Office’, Rome 1963 (manuscritto, non pubblicato per quanto ne so).

16. J. KAHL, `The Church as Slave-owner,' in The Misery of Christianity, Penguin 1971, pagg. 28-33 (traduzione dal tedesco Das Elend des Christentums, Hamburg 1968).

17. LEANDER, Quaestiones Morales Theologicae, Lyons 1668- 1692, Tome VIII, De Quarto Decalogi Praecepto, Tract. IV, Disp. I, Q. 3. `

18. BARTHOLOMEW DE LAS CASAS, ‘Discourse against Juan Queredo, Bishop of Darien’, 1519, in L. HANKE, Aristotle and the American Indians, New York 1959, pg 17.

19. Una buona panoramica di tutta la questione è data per J. F. MAXWELL, `The Development of Catholic Doctrine concerning Slavery,' World Justice 11 (1969-70) pagg. 147-192; 291 324. Egli osserva che ancor nel XVIIIo e XIXo secolo la maggioranza dei moralisti ‘approvati’ continuò ad appoggiare la schiavitù con gli argomenti teologici tradizionali.

Molto links all'interno delle pagine sono in via di traduzione. Possono essere lette nella versione originale in inglese o in francese.

Abbiamo una collezione dei documenti interessanti sul tema dell’ordinazione delle donne diacono.
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Nè Eva, nemmeno Maria

L’ordinazione sacerdotale delle donne nella Chiesa cattolica

Autore: J. Wijngaards
Edizioni La Meridiana 2002,
via G. Di Vittorio, 7 - 70056 Molfetta (BA) - tel. 080/3346971
pagine: 232; ISBN: 88-87507-63-5; Prezzo: Euro 15,00.