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Perché gli Uomini erano considerati Superiori?
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Perché gli uomini erano considerati Superiori?

par John Wijngaards

Pubblicazione originale Inglese: Did Christ Rule Out Women Priests?, par John Wijngaards, McCrimmons, Great Wakering 1977 (altera editione 1986), 104 pgs; editione Indiana, ATC, Bangalore 1978; editione ollandese, KBS, Brugge 1979; traduzione italiana par E. L. Lanzarini, 1981. Questo è capitolo 3 del libro.

La legislazione civile riconosce eguali diritti a uomini e donne, e cio va benissimo; in passato sono state commesse ingiustizie contro le donne, ed e bene che la legge vi abbia posto - rimedio. Pere mi sembra che tutto questo parlare di eguaglianza sia un po’ esagerato, perche dopotutto non si puo negare che uomini e donne siano diversi. Fraticamente tutti i grandi pensatori, artisti e capi politici sono stati uomini: non può essere un puro caso. Non si potrebbe ammettere che l’uomo ha un vantaggio innato, che c’ e qualcosa nella sua struttura che gli da qùesto vantaggio sulla donna ? Se sono proprio le qualità innate che fanno sì che gli uomini siano i capi naturali della società, cio potrebbe spiegare come mai Cristo ha preferito gli uomini come sacerdoti. Oppure questo argomento Le pare un po’ stiracchiato?

No. l’argomento non e stiracchiato, anche se io sono d’accordo sulla conclusione che è iinplicita in una delle frasi sopra citate. Prima di passare a discutere il Vangelo e i motivi per cui Gesù ha scelto uomini, dovremmo chiarire la questione di questo “ruolo di guida” dell’uomo nella società. Su tale argomento sono state compiute molte ricerche, e il quadro che ne emerge è ormai chiaro, nelle suo linee generali. (21 )

I fattori che hanno plasmato i diversi ruoli dell’uomo e della donna sono in parte genetici, e in parte sociali. L’uomo e la donna sono diversi fisicamente, e cio li predispone a compiti diversi. Però le funzioni di guida e di predominio sembrano essere state determinate per lo più dalle aspettative sociali.. E’ principalmente il “mito sociale”, attraverso il quale una società stabilisce i propri obiettivi e le proprie norme di comportamento, che è determinante per il destino dei due sessi.

In questo capitolo faro una breve panoramica di cio che le scienze hanno da dirci sui fattori in gioco, perchè credo che sia un’utile preparazione per approfondire ciò che ha da dirci la Bibbia. I lettori che preferiscono affrontare subito l’argomento biblico possono saltario, o leggerlo in seguito, se lo ritengono opportuno.

Il fondamento genetico dei ruoli sessuali

Alcuni sono così fanatici circa l’eguaglianza di diritti che vorrebbero minimizzare ad ogni costo la differenza tra i due sessi, come mostra una certa tendenza all’unisex nei vestiti e nella capigliatura. Dubito però che una società con donne più maschili e uomini più femminili sarebbe una società più felice, e moltre .mi sembra un tentativo destinato al fallimento perchè uomini e donne sono effettivamente diver si, sia biologicamente sia psicologicamente. Hanno tratti innati che li predispongono a compiti diversi nella società. E benche non si debbano esagerare tali differenze, esse fanno parte della struttura fisica e mentale della persona. .A1 di là dei pregiudizi imposti dalla. cultura (dei quali parlerò in appresso), c’è effettivamente un nucleo- di differenza costituzionale.

I1 corpo maschile è molto più adatto alle attività fisiche pesanti; esso e costruito in modo tale che la sua parte centrale e più massiccia e formata dal torace. L’uomo ha spalle larghe e braccia robuste; ha muscoli molto più potenti di quelli della donna, come dimostrano anche i records sportivi; in breve, l’uomo proietta un’immagine di forza. La La donna invece ha un corpo strutturato per la .maternita; il centro dellc sua corporeità e costituito dall’utero. “Una donna è ciò che è a causa dell’utero” (Virchow). I1 suo fisico e più aggraziato, ed ovviamente si e evoluto in tal modo per attrarre il partner con la sue bellezza e proteggere la prole con le sue riserve di energia naturale. Non e irragionevole supporre che le implicazioni fisiche e psicologiche della maternità predispongano la donna a svolgere alcuni ruoli nella società, a preferenza di altri. (22).

Nè è soltanton una questione di fisico. Uomini e donne, fin dall’inizio, affrontano l’esistenza con disposizioni emotive diverse, come hanno riscontrato gli psicologi effettuando vari “tests”. Ancor prima di- essere influenzati dalla cultura cui appertengono, bambini e bambine mostrano già un atteggiamento diverso verso l’ambiente. In genere i maschi fanno giochi più rudi, sono più aggressivi e inclini alla violenza, più ostinatì. Le femmine invece sono più affettuose e piu docili. Queste risultanze sono state confermate dallo studio di diversi ambienti e culture. Già nei primi tre anni di vita i maschi appaiono più aggressivi, le femmine più inclini ad avere cura degli altri (23).

Una conferma di cio ci viene dallo studio comparativo del comportamento delle scimmie, e specialmente di quei primati che sono più vicini a noi nella scala evolutiva. Tra i Trag i gorilla ed i babbuini i maschi impongono la propria autorita con l’aggressione: il capo e sempre un maschio, che esige la precedenza su tutti gli altri per quanto riguarda il territorio, il cibo e le feminine (24). Una scoperta interessante e che l’iniezione di ormoni sessuali rnaschili in feti di sesso femminile produce nella giovane- scimmia un comportamento aggressivo, tipícamente maschile (25). Questo tipo di ricerca, condotta anche sui topi, ci induce á pensare che gli ormoni sessuali abbiano un’influenza determinante sui comportamento maschile e femminile. (26}Le diverse predisposizioni di uomini e donne a compiti aggressivi o di cura degli altri sembrano esssere correlati con la diversa attività ormonale, se non proprio derivati da; essa. L’aumento massiccio dell’ormone androgeno nei maschi nell’éta puberale (da 10 a 30 volte il livello precedente un fenomeno che non ha parallelo nelle femmine) può essere messo in relazione con l’aumentata aggressività degli adolescenti.(27)

Fino a un certo punto le differenze innate possono essere dimostrate anche dall’attuale divisione del lavoro nella società. Praticamente in tutte le societa primitive le attività aggressive vengono svolte dagli uomini: sono loro che vanno a caccia, pescano, lavorano i metalli, fabbricano armi, costruiscono imbarcazioni, e cosi via. Le donne invece di solito macinano il grano, raccolgono frutta e semi, fanno e riparano vestiti, si occupano della casa. E benchè ciò possa essere determinato in parte dalla cultura, il ftto che la medesima divisione del 1avoro si possa riscontrare in 224 società economicamente primitive di ogni parte del mondo dimostra che dev’essere in parte fondata sullá struttura biologica e p sicologica dell’uomo e della donna (28), Questa conclusione e stata confermata recentemente da osservazioni nei kibbutzim israeliani, in cui era stato fatto uno sforzo notevole per assegnare a donne e uomini i medesimi compiti; nonostante ciò c’e stato un graduale ritorno alla divisione tradizionale del lavoro. E questo è vero anche per le nuove generazioni, che hanno sperimentato soltanto eguali opportunita per i due sessi. Anche qui sono gli uomini che lavorano nei settori produttivi, mentre le donne tendono a riversarsi nel settore dei servizi: la cucina, il bucato, l’insegnamento e la cura dei bambini (29).

Le società ginocentriche

E’ ovvio che quésta precisposizione ai compiti aggressivi abbia fatto si che fosse l’uomo , e non la donna, il candidato pia probabile alle funzione di capo nella sociata. Tuttavia la transzione dall’aggressività al predominio non è necessaria, e non è avvenuta dovunque. In molte società antiche, che vivevano raccogliendo i frutti della terra, non era l’uomo bensì la donna ad essere considerata il centro della famiglia e della vita tribale; e benchè in seguito il predominio maschile sia diventato la regola, alcune società hanno conservato un’or-ganizzzzione matriarcale fino ai nostri giorni.

Per l’umanità dei tempi antichi era la femmina, e non il maschio, a simboleggiare la vita e la fertilità. Nel periodo pre-agricolo l’umanità non conosceva la funzione biologica del seme maschile, e la fertilità veniva attribuita alla Madre Terra, da cui si vedeva germogliare la vita in tante forme diverse. Fu certo da questa esperienza fondamentale che scaturi la fede ìn una Dea Madre che, a quanto ci è dato sapere, è la più antica divinità venerata dalla razza umana. La fede in una Dea Madre è documentata dalle mitologie deli’Oceania, Africa, America del Nord e del Sud, dell’antico Medio Oriente e dell Asia (30), ed è confermata dai ritrovamenti paleontologici di molte figurine femminili, probabilmente amuleti che rappresentavano la “magna mater” o dea della fertilita.: Alcune di queste statuette possono essere fatte risalire a 60.000 anni -prima di Cristo (31).

Tra le 565 societa umane delle quali è stata studiata accuratamente l’organizzazione sociale,il 20% erano matrilineari: in esse cioe l’anpartenenza ad una famiglia veniva determinata attraverso la donna, e non attraverso l’uomo. I1 nome. l’eredita e la discendenza erano assicurati dalla moglie, non clal .marito, 84 di esse erano matrilocali, il che significa che dopo il matrimonio la giovane coppia abitava presso i genitori della sposa, e non dello sporo. Gli antropologi collegano que sta organizzazione sociale con una situazione in cui la principale proprietà e fonte di reddito era costituita dai campi, dai quali le donne raccoglievano frutti, In tali società il centro di gravità per la sopravvivenza è la fertilità, ed e la donna che appare come il perno sociale attorno al quale ruotano la vita ed il lavoro quotidiano. (32)

Il dominio maschile

La maggior parte delle società tradizionali che oggi conosciamo mostrano pregiudizi favorevoli al dominio maschile. La supremazia dell’uomo sulla donna nelle nostre societa tradizionali viene generalmente attribuita a fattori economici: poichè le nuove circostanze richiedevano un tipo di guida più energico, l’uomo - favorito dai fattori genetici della forza fisica e dell’aggressività - assunse questo ruolo predominante nell’allevamento del bestiame, nell’agricoltura pesante e nell’urbanizzazione; inoltre questa posizione centrale assegnata al potere maschile si affermò anche nel pensiero religioso.

A partire dal decimo millennio a. C., molte società umane si insediarono in piccoli centri abitati ed iniziarono un tipo di vita rurale. Tale cambiamento ebbe ripercussioni grandissime. Invece di dipendere da ciò che si poteva raccogliere liberamente dalla terra o procurare con la caccia, la comunità era obbligata ad intraprendere un lavoro continuo e faticoso per la propria sopravvivenza. L’uomo addomestico gli animali per il trasporto di carichi e la coltivazione della terra; inventò utensili con cui tagliare rnateriali e costruire abitazioni durature, fabbricò armi per opporsi alla violenza dei predoni e ‘dei nemici. La sopravvivenza dei centri abitáti dipendeva dálIa forza fisica del lavoratore e dal valore del soldato: in queste nuove forme di società era percio naturale che si affermasse il potere maschile (33).

Tra le 565 società primitive sopra citate, delle quali fu fatto uno studio, 3?5 erano patrilocali; le giovani coppie, cioè, risiedevano pres so.i genitori dello sposo. Inoltre, in 4 societa su 5, l’appartenenza ad una determinata famiglia, il nome e i diritti di proprieta si trasmettevano attraver so gli úomini. In tutte le più importanti società oggi conosciute nel mondo, l’organizzazione sociale ruota intorno all’uomo, non intorno alla donna (34).

La nuova organizzazione sociale porte con sè una nuova visione del mondo ed una diversa conçezione di Dio.. Invece di fissare la propria attenzione sulla terrá e sul pótere generativo, l’uomo cominciò a vedere i1 mondo come una grande città creata da un Potere Supremo, Tuttì i miti della crenzione delle religioni antiche che noi conosciamo ci parlano di un dio forte, di sesso maschile, che crea il mondo portando l’ordine nel caos. Si pénsava che questi dei, di sesso maschile, regnassero supremi, che ‘governassero il mondo dal cielo manifestando la propría potenza come guerrieri e supremi artefici. I1 dio Marduk della Mesopotamia e il.Wodan delle tribù germaniche avevano le stesse caratteristiche. Anche la fertilità fu vista in una nuova luce, e il suo simbolò diventò l’animale maschio portatore del seme, e non l’animale f’emminá. Nel Medio Oriente non fu più adorata la vacca come datrice di vita, bensì il toro (35).

Questa diversa visione si rnanifesto anche in un atteggiamento diverso verso il sesso: nella maggior parte delle società si affermò la poligamia. L’analisi di 200 ‘ società mostra che l’uomo si era appropria to di molti privilègi riguardo al sesso e al matrimonio (36), mentre le’donne venivano suttoposte a severe restrizioni sessuali. I sociologi possono mettere in relazione questo trattamento ineguale dell’numo e della donna’ con il sorgere delle società agricole autocratiche (37).

I miti sociali

Quando una società ha accettáto certi valori, col passar del tempo tende a consolidarli sviluppando un “mito” che i giustifichi. Ad es. in India molti sono convinti che le cosiddette caste non facciano altro che contrastsegnare forme più alte o più basse della natura umana. La divisione della società indù in sacerdoti, guerrieri mercanti, contadini e paria viene rafforzata mediante un’analoga divisione di funzioni tra gli dei. La credenza.nella possibilità di una rinascita in forme più alte o più basse di vita a seconda dei meriti, antiche leggende di razze superiori, la preferenza superstiziosa per alcune caratteristiche fisiche come la pelle chiara, confermano. tutte un’accettazione della diseguaglianza. L’intoccabilità, la limitazione del matrimonio nell’ambito della propria casta, l’osservanza di norme.dietetiche particolari a ciascuna casta ed altri costumi religiosi, formano una ragnatela di convinzioni e di pratiche che mantengono le distinzioni tra le varie caste. La somma totale di queste credenze, tradizioni e convinzioni costituisce quel “mito sociale” che rende possibile il sistema castale (48).

L’accettazione del dominio rnaschile come pietra angolare dell’org nizzpzione sociale fu rafforzata da tutta una serie di espressioni del medesimo mito sociale.

Anche il mito della superiorità maschile, come quello che consolida il sistema castale, contiene molti elementi da eliminare. Esso sorge da una visione superata della realtà, perpetua un pregiudizio, e propone va lori che ormai non sono più accettabili in una società urbana.

Non appena i bambini sono in grado di imparare qualcosa., la socità comincia a plasmarne la mente secondo i propri modelli li pensiero. I genitori inculcano le proprie idee attraverso tutto ciò che dicono e fanno. E naturalmente cie influenza anche l’atteggiamento verso l’uomo e la donna nella societa; la mascolinita e la femminilità sono tra le prime categorie che vengono- assimilate dalla mente infantile (39). Uno studio- basato su 110- società attuali indica che fin dal quarto anno di età si fanno pressioni sui bambini perche assimilino quello che sarà il loro futuro ruolo di adulti. Nella maggior parte delle societa (85%) il successo e la fiducia in -se stessi sono valori proposti quasi esclusivamente ai mashi;- le femmine invece vengono educate a compiti di servizio (82%) e al senso di responsabilità verso gli altri (61 %).- I valori così inculcati dalla società diventano parte del mito in base al qua le l’uomo e la donna giudicano se stessi ed il proprio ruolo nella società (40 ).

In genere i valori rappresentati dal mito sociale si possono riconoscere dal modo in cuí sono espressi dal linguaggio. In molte lingue, ad es., il termine “uomo” indica sia il maschio, sia l’essere umano: in tal modo si fa del maschio il modello della natura umana, mentre la donna è vista corne una- natura umana particolare, diversa, da misurarsi contro quel modello di umanità che sarebbe l’uomo. Questo mito che identifica il maschio con l’essere umano per eccellenza si trova in sanscrito, in ebraico, in latino e in molte altre lingue. Gio che hanno detto apertamente alcuni filosofi occidentali (Aristotele, Tommaso d’Aquino), e cioe che la donna non è altro che un uomo incompleto (41), e in un certo qual modo la cónvinzione fòndamentale di molte culture, anche se non espressa. E benche in realta sia la donna ad essere biologicamente la preservatrice della vita e l’espressione più completa della natura umana, essa viene considerata il “secondo sesso, l’altra” (Simone de Beauvoir).

Nei nostri paesi il mito sociale ha stabilito un rapporto tra la mascolinità ‘ e fèmminilità e determinate professioni. Si ritiene che matematici, fisici e ingegneri esercitino una professione “maschile”, - e li si vede come gente solida, quadrata, intelligente e degna di fiducia. Romanzieri, poeti, artisti vengono ritenuti “femminili”, e si suppone che siano sexy, sensibili, pieni di immaginazione e di calore umano, interessanti. ‘Questa classificazione sociale ‘delle diverse professioni può essere una ra ione importante che spiega perche alcune professione siano evitate dalle donne.Soltanto un fisico su cinque un chimico su trecento e un ingegnere elettrico su cinquecento e una donna. E qui non e il tipo di attività fisica richiesta o l’effettiva abilità personale che determina la scelta, ma piuttosto le convenzioni sociali. I giovani sono condizionatia credere di non potersi inserire in questo o quel modello perche non e conforme al mito sociale, anche se molti di loro hanno talenti personali che vanno in tutt’altra direzione rispetto a ciò che ci si attende da loro. (42).

Il mito sociale e la religione

Una recente ricerca sul comportamento sessuale degli italiani ha rivelato incredibili prergiudizi trä gli uomini. In alcune città il 50% degli uomini adulti ammette di avere commesso adulterio o di avere avuto rapporti con prostitute: ma mentre danno poco peso a cio, considerandoló una’ debolezza, il 75% di loro condanna poi severamente quelle donne che hanno rapporti prematrimoniali o adulterini. Questo atteggiamento incoerente si puo spiegare con un mito sociale alquanto confuso. Infatti nella convinzione popolare esistono due tipi di donne: quelle asessuate (da rispettarè) e quelle depravate (con le quali avere rapporti sessuali).Il marito medio di questo gruppo si aspetta che suà moglie abbia scarso interesse per il sesso (cioe che sia “casta” come una ma donna), e cerca il piacere sessuale con le altre (che considerata corrotte come Eva). Purtroppo questa confusione mentale viene alimentata da testi biblici malamente interpretati e da devozioni popolari poco il_ luminate. Per la donna, poi, questa situazione porta a gravi tensioni psicologiche, perchè essa non può sentirsi una vera donna senza provare allo-stesso tempo un complesso di colpa (43).

Oggi generalmente si riconosce che la teologia cristiana sul sesso, sulla castita, sul celibato e sul matrimanio e stata inquinata, nel corso dei secoli, dai miti culturali. Per molti scrittori dell’epoca patristica tutto ciò che attiene esclusivamente al corpo (e che percio e irrazionale, secondo il pensiero stoico) è un male. Gregorio il Grande sosteneva che il rapporto sessuale conteneva sempre un elemento di peccato, cioè il piacere provato (44). San Tomaso d’Aquino e gli Scolastici fondarono molta della loro teologia su un mito culturale che spiegava il matrimonio in termini di agricoltura: si pensava infatti che lo sperma maschile contenesse tutto il nascituro (e percio l’onanismo era visto come una specie di aborto), e che il contributo della donna alla procreazioné fosse solo quello di fornire una specie di terreno in cui gettare il seme maschile (45).

Come si e detto alla fine del capitolo precedente, la questione cruciale nel dibattito sul sacerdozio femminile a proprio quella di stabilire se Cristo abbia scelto soltanto uomini come apostoli tenendo conto dei miti sociali del suo tempo, oppure no. Se furono gli schemi mentali dei suoi contemporanei a rendere praticamente impossibile a Cristo la scelta di donne come capi religiosi della sua Chiesa, allora la scelta pratica da lui compiuta non precluderebbe la possibilita di affidare il sacerdozio anche alle donne in altri tempi, in cui le condizioni sociali sinno profondamente mutate. Se invece la decisione di Cristo fu del tutto indipendente da tali considerazione come sostiene il documento vaticano - e se si deve pensare che egli abbia riservato il sacerdozio a uomini per motivi teologici, allora sì che la sua scelta restrittiva rappresenterebbe una norma vincolante per tutti i secoli. Uno studio spassionato. della Sacra Scrittura, che cerchi di tenersi alla larga dalle spiegazioni piene di pregiudizi che venivano date in passato, dovrebbe aiutarci a dirimere la questione.

NOTE

21. La sostanze di questo capitolo è già stata da me pubblicata come una ricerca; cf J. N. M. WIJNGAARDS, `The Ministry of Women and Social Myth,' in Ministries in the Church in India, Ed. D. S. AMALORPAVADASS, New Delhi 1976, pagg. 221-250.

22. F. J. J. BUYTENDIJK, De Vrouw, Utrecht 1961, pg 81 ff; 162-64.

23. R. SCHEIFLER, ‘Zur Psychologie der Geschlechter, Spielinleressen des Schulalters’, Z.f. Ang. Psych. 8 (1914), pagg. 124-44; F. HATTWICK, ‘Sex Differences in Behaviour of nursery school children’, Child Development 8 (1937) pagg. 343-55; J. CUMMINGS, ‘The incidence of emotional symptoms in school children’, Brit. Journ. Psych. 14 (1944) 1, pagg. 151-61; N. G. BLURTON-JONES, ‘An Ethological Study of some aspects of social Behaviour of Children in Nursery Schools’, in Primate Ethology, ed. D. MORRIS, London, Weidenfeld Nicholson, 1967.

24. I. DE VORE, Primate Behaviour, New York:Holt Rinehart & Winston 1965.

25. W. C. YOUNG, R. W. GOY and C. H. PHOENIX, ‘Hormones and Sexual Behaviour’, Science 13 (1964) 212-218; D. A. HAMBURG and D. T. LURDE, ‘Sex Hormones in the Development of Sex Differences in Human Behaviour’, in The Development of Sex Differences, ed. E. E. MACCOBY, Tavistock, London 1967.

26. G. W. HARRIS and S. LEVINE, ‘Sexual Differentiation of the Brain and its Experimental Control’, J. Phys. 181 (1965) 379-400.

27. L. TIGER and R. FOX, The Imperial Animal, St Albans 1974, pg 136.

28. R. G. D'ANDRADE, ‘Sex Differences and Cultural Institutions’, in The Development of Sex Differences, ed. E. E. MACCOBY, Tavistock London 1967, pagg. 174-204.

29. M. E. SPIRO, Kibbutz: Venture in Utopia, Harvard Univ. Press 1956; L. TIGER and J. SHEPHER, Women in the Kibbutz, Harcourt Brace Jovanowich 1975.

30. M. F. ASHLEY-MONTAGUE, ‘Ignorance of physiological paternity in secular knowledge and orthodox belief of the Australian aboriginees’, Oceania 12 (1940-42), pagg. 72-78. M. ELIADE, Traité d'Histoire des Religions, Payot, Paris 1959, pagg. 221-31.

31. H. KUHN, De Kunst van her Oude Europa, Pictura, Utrecht 1959, pagg. 20-22; 31-33; 50, 58.

32. R. G. D'ANDRADE, ‘Sex Differences and Cultural Institutions’, ibid. (vide nota 28), pagg. 182-85.

33. For the urban revolution, see the excellent description in V. GORDON CHILDE, Man Makes Himself, Mentor, New York 1951, pagg. 114-42.

34. R. G. D'ANDRADE, ‘Sex Differences and Cultural Institutions’, ibid. (vide nota 28), pagg. 174-204.

35. M. ELIADE, Traité, etc. (vide nota 30), ibid. pagg. 47 ff.

36. C. S. FORD and F. BEACH, Patterns of Sexual Behaviour, Harper and Row, New York 1951, pagg. 103, 110, 123, etc.

37. W. N. STEPHENS, The Family in Cross-cultural Perspective, Holt, Rinehart and Winston, 1963, pagg. 256-58.

38. Una solida lettura di base per le varien implicazioni del termine ‘mito’ usato in questo senso si può trovare in P. MARANDA (Ed), Mythology. Selected Readings, Penguin 1972.

39. L. KOHLBERG, ‘A Cognitive-Developmental Analysis of Children's Sex-Role Concepts and Attitudes’, in The Development of Sex Differences, ed. E. E. MACCOBY, Tavistock London 1967.

40. H. BARRY, M. K. BACON and I. I. CHILD, ‘A cross-cultural survey of some sex differences in socialization’, J. abnorm. so. psychol. 55 (1967), 837-853.

41. È questo il significato di `femina est mas occasionatus,' cioè la femmina sarebbe il resultato di un difetto deel feto; ARISTOTLE, De Generatione Animalium, 113; THOMAS, Summa Theol. I Q 92, art II; ibid. Q 99, art 2 ad 1. 42.

42. L. HUDSON, Frames of Mind. Ability. Perception and Selfperception in the Arts and Sciences’, Penguin 1970, especially pagg. 32-33; 46-47; 86-90.

48. G. PARCE, Le Italiane se confessano, Florence 1959. F. SULTANI, Mentalità a comportimento del maschio italiano, Milan 1965.

44. J. T. NOONAN Jr, ‘Contraception: A History of its Treatment by the Catholic Theologians and Canonists, Havard Univ. Press 1965, pagg. 46-49; 76-81; 150-51.

45. R. NOWELL, ‘Sex and Marriage’, in On Human Life, ed. P. HARRIS, London, Burns & Oates 1968, pagg. 45-71.

Molto links all'interno delle pagine sono in via di traduzione. Possono essere lette nella versione originale in inglese o in francese.

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Nè Eva, nemmeno Maria

L’ordinazione sacerdotale delle donne nella Chiesa cattolica

Autore: J. Wijngaards
Edizioni La Meridiana 2002,
via G. Di Vittorio, 7 - 70056 Molfetta (BA) - tel. 080/3346971
pagine: 232; ISBN: 88-87507-63-5; Prezzo: Euro 15,00.