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Cristo si è adattato al mito sociale?
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Cristo si è adattato al mito sociale?

par John Wijngaards

Pubblicazione originale Inglese: Did Christ Rule Out Women Priests?, par John Wijngaards, McCrimmons, Great Wakering 1977 (altera editione 1986), 104 pgs; editione Indiana, ATC, Bangalore 1978; editione ollandese, KBS, Brugge 1979; traduzione italiana par E. L. Lanzarini, 1981. Questo è capitolo 4 del libro.

“Gesu Cristo non ha chiamato alcuna donna a far parte dei Dodici. Se egli ha fatto così, non è stato per conformarsi alle usan ze del suo tempo, poiche l’attegiamento da lui assunto nei confronti delle donne contrasta singolarmente con quello del sUO ambiente e segna una rottura voluta e coraggiosa. E’ così che egli, con grandestupore dei suoi stessi discepoli, conversa pubblicamente con..la Samaritana (Gv 4, 27); non tiene alcun conto dello stato di impurità legale-della emorroissa (Mt 9, 20-22); lascia che una-peccatrice lo avvicini presso Simone, il fariseo ( Lc 7, 37 ff); e, perdonando -la donna adultera,: si preoccupa di mostrare che non si deve essere più-severi verso la colpa di una donna, che verso quella degli uomini (Gv 8, 11). Egli non esita a prendere le distanze rispetto alla legge di Mosè, per affermare l’eguaglianza dei diritti e dei doveri dell’uomo e della donna di fronte al vincolo del matrimonio. (Mc 10, 2- 11; Mt 19, 3-9). Nel suo ministero itinerante Gesù non si fa accompagnare soltanto dai Dodici, ma anche da un gruppo di donne: ”Maria di Magdala, dalla quale erano usciti sette demoni, Giovanna, moglie di Cusa, amministratore di Erode, Susanna e molte altre, che li assistevano con i loro beni" (Lc 8, 2-3). In contrasto con la, mentalità giudaica che non accordava grande valore alla testimonianza delle donne, come dimostra il diritto ebraico, sono tuttavia delle donne che hanno avuto, per prime, il privilegio di vedere il Cristo risorto, ed e ancora ad esse che Gesu affida l’incarico di recare il primo messaggio pasquale agli stessi Undici, per prepararli a divenire i testimoni ufficiali della Resurrezione... (Mt 28, 7-10; Lc 24, 9-10; Gv 20, 11-18) . Si deve riconoscere che vi e qui un insieme di indizi convergenti, i quali sottolineano il fatto irnportante che Gesù non ha affidato alle donne l’incarico dei Dodici.”

(citazione dal documento vaticano “Inter Insigniores”}

Il documento vaticano suddetto ha ben ragione di ännettere grande importanza a questo fatto, e cioe se Gesù si sia uniformato all’atteggiamënto dei suoi contemporanei riguardo alle donne oppure no; come ho detto-prima, è proprio questo il punto cruciale di tutto il dibattito. Se scegliendo soltanto uomini per il gruppo dei Dodici Gesù si adatto alle consuetudini del suo tempo, non abbiamo alcun motivo di pensare che egli sarebbe contrario ad un sacerdozio femminile in circostanze del tutto diverse, Se però effettivamente Gesù infranse il mito sociale del predominio maschile, e nonostante ciò rifiutò deliberatamente di amettere qualche donna tra i Dodici, allora sì che si avrebbe una chiara indicazione che egli intendeva stabilire una norma valida in perpetuo.

Per procedere con un certo metode nell’esposizione della mia tesi, esaminerò dapprima le argomentazioni del documento vaticano sopra citate e dimostrerò che esse non provano affatto che Cristo abbia infranto le usanze sociali del suo tempo. Poi passerò a dimostrare chi contrario egli si adeguò al mito sociale del predominio maschile:

In altre parole. Gesù non roverciò il sistema sociale che dava agli uomini un ruolo dominante nella società: lo accettò come sistema sociale, per quel che poteva valere, e agì adeguandosi ad esso.

Esame degli argomenti del documento vaticano

Il documento afferma che l’attegiamento di Gesù “segno una rottura voluta e coraggiosa” con i pregiudizi esistenti contro le donne nel suo ambiente . Gli esempi addotti, però, non convincono affatto, perchè in ognuno dei casi citati questo allontanarsi di Gesù dal costume ebraico riguardava un giudizio sul peccato e sulla santità, non sulla condizione sociale della donna. Nei quattro casi menzionati in cui Gesù mostrò benevolenza per le donne: la Samaritana, l’emorroissa, la peccatrice che gli lavò i piedi e l’adultera, la novità del comportamento di Cristo consisteva nel suo attegiamento misericordioso verso persone ritenute impure a causa del peccato. Che si trattasse di donne mette ancor piu in risalto la misericordia di Gesù, ma non cambia la natura dell’atto. Sostanzialamente non vi è alcuna differenza tra questi episodi e l’atteggiamento misericordioso rnostrato da Gesù verso uomini peccatori come il paralitico calato dal tetto, Zaccheo, il lebbroso di Cafarnao, il buon ladrone, ecc.

Furono donne le prime a vedere la tomba vuota. Però, come il docurnento stesso riconosce, non sembra corretto riferirsi ad esse come a “testimoni”: e infatti nella lista ufficiale testimoni che si trova nella Lettera ai Corinti non si fa menzione di alcuna donna (Cor 15, 3-8). Probabilmente il resoconto della tomba vuota ebbe origine da una pratica liturgica in uso vicino a Gerusalemme (46), e solo successivamente questo testo assunse una finalità apologetica. In conformità con la mentalità ebraica, gli apostoli vengono allora chiamati a fungere da testimoni ufficiali (Mt.28,. 1-l0; Gv 20, 1-10). In tutto ciò non si constata nessuna deviazione dal costume ebraico di allora.

Interessante è poi il testo riuardante il divorzio. I farisei domandano: “è lecito all’uomo ripudiare sua moglie per qualsiasi rnotivo?”. Mentre le scuole rabbiniche erano divise sulla gravità dei motivi per i quali un uomo poteva ripudiare la moglie, Gesù afferma che il matrimonio ideale escluderebbe la possibilità del divorzio. E si osservi che nella domanda, così come gli era. stata posta, era implicitz l’idea della supremazia maschile. Infatti secondo la legge ebraica il ripudio era un diritto unilaterale dell’uorno: il marito poteva mandar via la moglie, mentre questa non potevz abbandonare il marito. Nel vangelo di Matteo Gesù: disapprova il divorzio, ma implicitamente accetta il fatto che esso fosse un privilegio del marito. “Perciò io vi dico: chiunque ripudia la propria mogli, se non in caso di concubinato, e ne sposa un’altra, commete adulterio (.Mt. 19, 9). Poichè il vangelo di Matteo fu scritto in aramaico, probabilimente queste sono proprio le parole usate da Gesu, e ciò mostrerebbe incidentalmente come Gesù si adeguasse alla mentalità degli ebrei che lo ascoltavano, e che vedevano nel marito la figura centrale del matrimonio (v. anche Mt 5, 31-32, dove è ancora il marito ad essere la figura centrale). La formula data nel vangelo di Marco (Mc 10, 11-12), in cui si prevede anche la possibilità che sia la moglia a lasciare il marito, è certarmente un’esplicitazione di ciò che Gesù intendeva dire realmente, fatta a beneficio dei cristiani di Roma cui tale vangelo era primariarmente destinato; infatti la lege romana prevedeva che unz causa di divorzio otesse essere intrapresa sia dall’uomo, sia dalla donna. In altre parole si ha qui un esempio di come Gesù fosse sensibile ai diritti della donna, ma non 1’esempio di una sua rottura con il mito sociale in quanto tale.

Naturalamente Gesù ebbe effettivamente un nuovo tipo di rapporto con le donne, del quale parlerò più a lungo nei capitoli 8 e 9. Ora però si tratta di vedere se in questo rapporto il comportamento di Gesù abbia segnato “una rottura voluta e coraggiosa” con gli usi sociali del suo tempo. E la risposta non può essere che negativa. E’ vero che in uno o due casi Gesù oltrepassò i limiti che un rabbino ebreo si sarebbe imposto con le donne, ma - come abbiamo visto prima - ciò può essere spiegato come un gesto di compassione, come una dimostrazione del poco conto che Gesù faceva della tradizione rabbinica quando ciò era richiesto dalla misericordia (Mt 9, 12-13). Non si tratta però di una opposizione diretta contro 1a discriminazione in quanto tale; Gesù non si batte per 1’emancipazione delle donne nella maniera in cui egli si schierò dalla parte dei poveri. Egli ebbe frequenti scontri con i farisei a proposito del sabato e di altre osservanze tradizionali, rna non consta che abbia mai avuto dispute con i farisei per porre rirnedio all’oppressione di cui la donna era vittima. La questione dell’emancipazione femminile non venne mai posta, nè poteva esserlo, perchè il clima sociale non era ancora maturo.

Gesù e 1’ immagine ebraica del “padre”

Per gli ebrei, l’uomo era il capo indiscusso della famiglia e tutti i rapporti familiari erano incentrati su di lui. La moglie e i figli, specialamente quelli maschi, erano il possedimento piu prezioso dell’uomo.

"La tua sposa come vite feconda
nell’intimità della tua casa;
i tuoi figli come virgulti d’ulivo
intorno alla tua mensa". (Sal 128, 3)

Era il padre che aveva l’ autorità as soluta sui figli e noteva decidere il loro fúturo (Gen 43, 1-15; 2 Sam 13, 23-27). I beni della famiglia passavano in eredità ai maschi, non alle feminine. Una figlia poteva ereditare soltanto se non c’erano eredi maschi (Num 27,- 1-11 ; 36’ 1-12). Era il padre che, in quanto unico proprietario dei beni della famiglia, poteva distribuirli tra i fig1i (Dt 21, 15-17). L’autorità paterna e il diverso trattamento riservato ai figli e alle figlie sono bene illustrati dai seguenti consigli:

“Hai bestiame? Abbine cura;
se ti è utile, resti in tuo possesso.
Hai figli ? Ecucali
e sotomettili fin, dalla giovinezza.
Hai figlie ? Vigila sui loro corpi
e non mostrar loro un volto troppo indulgente.
Accasa una figlia e avrai compiuto un grande affare;
ma sposala a un uomo assennato". (Sir 7, 22-25)

All’epoca del Nuovo Testamento la posizione giuridica dell’uomo 'capo della famiglia' rimane invariata. Gesù stesso chiaramente la presuppone e l’accetta come un dato di fatto. Nella parabola del figliol prodigo è il padre che distribuisce i beni tra i figli (Lc 15, 11-32); è il padre che assegna il lavoro al figlio volonteroso e a quello renitente (Mt. 21, 28-31). Gesù chiaramente dà per scontata la funzicnc di autorità che h.a il padre nella società ebraica, quando dice ai farisei: “voi avete per padre il diavolo, e volete compiere i desideri del padre vostro” (Gv 8l, 44).

In questo contesto è pure interessante la relazone di Gesù con la case di Davide. Come poteva Gesù essere chiamato ‘figlio di Davide", se Giuseppe non era realmente suo -padre? Non si può forse supporre che sua madre Maria discendesse da quella tribù sacerdotale, cui appartenevano Zaccaria ed Elisabetta (Lc 1, 5) ? I vangeli danno la risposta, tipicamente ebraica, che sebbene Giuseppe non fosse il padre fisico di Gesù, ne era tuttavia il padre legale, in quanto legittimo consorte di Maria (Mt 1, 13-25). Ciò poteva convincere ,gli ebrei che Gesù era un vero figlio di Davide, ma evidentemente ciò implica un concetto di discendenza familiare che non è più valido ai giorni nostri.

In tutte le sue parabole, Gesù si adegua all’idea ebraica secondo la quale il centro della famiglia è l’uomo. Il “padrone di casa’ (Lc 22, 11) è sempre un uomo; è un uomo .quello che costruisce la casa (Mt 7, 24-27); è un uomo che difende 1a sua casa contro gli intrusi (Mt 12, 29) e che veglia di notte per acciufare il ladro (M t 24, 43). E‘ l’uomo che amministra le proprietà Mt 25, 14-30), che ha autorità sui servi (Mt 24, 45-51) e che controlla i beni familiari (Mt 13, 52).

I ruoli del marito e della moglie negli esempi di Gesù

Nella mentalità ebraica, la moglie, era vista quasi come una delle tante proprietà del marito, che infatti aveva su di lei i diritti di un proprietario, “Una donna virtuosa è una buona sorte, viene assegnata a chi teme il Signore” (Sir.26, 3). “E’ più preziosa delle perle” (Prv 31, 10). Nel Decalogo la moglie viene citata. tra le proprietà del prossimo da rispettare: “Non desiderare la casa del tuo prossimo, non desiderare la rnoglie del tuo prossimo, nè il suo schiavo, nè la sua schiava, nè il suo bue, nè il suo asino, nè alcuna cosa che appartenga al tuo prossirno” (Es 20, 17). Non c’è dubbio che un buon rnarito volesse bene a sua moglie, e che i loro rapporti fossero ben più umani di quanto appaia da queste formulazioni legali; e il Cantico dei Cantici ci dà testimonianza di questo aspetto più umano del quadro. Tuttavia i diritti di proprietà del marito sulla moglie costituivano il fondamento giuridice su cui veniva stretto il patto nuziale. Il marito poteva praticarnente sciogliere questo legaine a volontà (Gen 16, 1-6; Dt 24, 1-4). In casi estremi poteva perfino cedere la moglie, come fece il levita che, minacciato dagli abitanti di Gabna, abbandonò la moglie alla loro lussuria. Quando la povera donna morì per le sevizie, gli abitanti di Gabaa furono condannati per l’ingiustizia commessa, rna non ci fu alcun biasimo per il levita che aveva abbandonato la donna in loro balìa (Gdc 19, 1-30).

Parlendo del rnatrimonio, Gesù dà per scontato il concetto androcentrico che ne avevano gli ebrei, e infatti parla di un re che dà un banchetto di nozze per suo fig1io, senza far nemmeno menzione della regina (Mt. 22, 1-14). Durante la cerimonia di nozze la figura centrale non è la sposa, bensì lo sposo; gli ospiti sono chiamati “amici dello spo so” (Mt 9, 15). Le dieci vergini non attendono la sposa, bensì lo sposo, ed è lui che esclude dalla festa le vergini stolte (M t 25, 1-13). Era del tutto naturale che Gesù dicesse ai suoi ascoltatori: “la sposa esiste solo per lo sposo” (Gv 3, 29). Ricordiamo incidentalmente che Gesù fa l’esempio di un uomo che vende la moglie e i figli come schiavi per pagare i propri debiti (Mt 18, 25), ed elenca la moglie e i figli tra gli altri bend che egli invita i suoi seguaci ad abbandonare per il regno dei cieli (Lc 18, 29). Non è forse evidente da tutto ciò che Gesù accettava i rapporti sociali tra l’uomo e la donna, così come esistevano nel suo tempo ?

Anche 1’insegnamento degt apostoli non fa che confermare ciò . Se davvero Gesù avesse ripudiato il mito sociale del dominio maschile, perchè mai essi avrebbero continuato a consolidarlo? In realtà anche gli apostoli partono dal presupposto che Sia l’uomo, come padre, marito e padrone di case, colui che detiene l’autorità ultima nella famiglia. Viene detto infatti che i mariti devono trattare le mogli con riguardo (1 Pt 3, 7), che devono amarle, nutrirle e averne cura (Ef 21, 33). La moglie viene presentata come la parse piu debole della coppia; a lei si dice di obbedire il marito, di essere fedele e coscienziosa (1 Pt 3, 1-7). La moglie deve essere sottomessa al marito {Col 3, 18; Ef 5, 22). E benchè in qualche passo si riconosca l’eguale dignità della donna in quanto figlia di Dio (Gal 3, 28), le implicazioni social) di questa dottrina non vennero affatto comprese.

Gesù e le idee ebraiche sulla biologia

La concezione ebraica della supremazia maschile veniva rafforzata da un idea errata delle funzioni sessuali. Ora noi sappiamo che il concepirnento è il prodotto dell’unione dello sperma maschile con l’ovulo femminile, ma gli ebrei ignoravano ciò e identificavano lo sperma conn il feto: per loro, “seme” e "prole" erano sinonimi (cf Gal3, 16). La madre svolgeva, sì, una funzione utile mettendo a disposizione l’utero, ma era il padre, in quanto portatore del seme, cioè della prole, che generava 1a vita

E’ ovvio che Gesù non intese rnai dar lezioni sulla biologia del sesso; e quando egli si riferisce ai ruoli sessuali dell’uomo e della donna nel matrimonio, si esprime in maniera conforme con la cultura ebraica, e non corregge affermazioni di questo tipo fatte da altri.

Anche nelle parole di Gesù, il ruolo dell’uomo è presentato come quello di generare la prole dando il seme. Gli ebrei affermano di essere progenie di Abramo in quanto nati dal suo seme, e non da fornicazione (Gv 8, 39-41). Gesù accetta l’usanza secondo la quale un uomo doveva sposare la cognata vedova per suscitare prole al fratello, anche se dice che in cielo ciò non avverrà più (Lc 20, 27_36), e descrive il celibato maschile come un “rendersi eunuco”, una maniera un po’ forte di dire che un uomo celibe volontariarmente contiene il suo potere generativo (M.t 19, 10-12). Nel descrivere la nascita di Gesù, gli evangelisti seguono la stessa linea. Gesù è veramente figlio di Dio perchè Maria concepì non da seme umano, ma da un suo surrogato divino “essa concepì di Spirito Santo” (M.t I, 20), “Su di lei stese la sua ombra la potenza dell’Altissimo”(Lc 1, 35). In tal modo la nascita ‘di Gesù è l’esempio perfetto di quella figliolanza divina che Giovanni descrive come “generata non da sangue ne da volere di carne, nè da volere di uomo ma da Dio." (Gv -1, -13 ).

Il ruolo attribuito alla donna viene, espresso molto bene dall’esclamazione. “beato il grembo che ti ha portato e il seno che ti ha allattato’. (Lc11, 27). Gesù accetta questa concezione del ruolo femminile e se ne serve egli stesso, nel descrivere la futura tragedia di Gerusalemme, allorchè si dirà "beate le sterili e i grembi che non hanno generato e le mammelle che non hanno allattato" (Lc 23, 29). Una donna che non partorisce figli è chiamata sterile: il suo grembo è come terra arida che non può ricevere il seme. Elisabetta era chiamata sterile in questo senso (Lc 1, 7. 25. 36). Parlando della rinascita spirituale, Nicodemo domanda: “come può un uomo nascere quando è vecchio? Può forse entrare una secondà volta nel grembo di sua madre e rina scere?" Gesù risponde che nel regno dei cieli l’uomo nasce dall’acqua e dallo Spirito. In termini un po’ crudi, si potrebbe dire che neI “matrimonio del battesimo" lo Spirito Santo è visto come il padre che dà il seme, mentre l’acqua assomiglia al grembo materno (Gv 3, 4-8).

Gesù presuppone questa concezione ebraica della generazione,. quando descrive la sua passione. La sua morte viene paragonata al chicco di grano che cade nella terra rnorendo nel suo grembo, ma rinascendo con molto frutto. L’angoscia e i dolori del parto saranno dimenticati quando il bambino è venuto alla luce (Gv 16, 21). Tutti questi testi non sono certo pronunciamenti ufficiali e tanto meno insegnamenti ispirati circa le funzioni del sesso; ma dimostrano, al di là di ogni dubbio, che in tali questioni Gesù si adeguava alle concezioni dei suoi contemporanei.

Le donne e il culto

Il mito sociale che poneva l’uomo su un piedestallo ebbe conseguenze enormi anche sul modo in cui l’ebrec dell’Antico Testamento concepiva e praticava la sua religione. Uomini e donne non erano certamente eguali nel campo religioso e nell’alleanza con Dio, e alcuni fatti concreti possono aiutarci a capire le implicazioni di una concezione del genere.

La diseguaglianze cominciava già alla nascita: se nasceva un maschio, la madre veniva considerata ritualmente impura per 40 giorni; se nasceva una femmina, il periodo di impurità legale della madre era di 80 giorni (Lev 12, 1-8). Ogni rnaschio primogenito “ che apriva il grembo della madre” doveva essere riscattato con un sacrificio speciale, mentre una bambina non contava (Es 13, 11-16). Tutti i maschi dovevano essere circoncisi l’ottavo giorno dopo la nascita: era questa la condizione essenziale per appartenere all’alleanza, più o meno equivalente al nostro battesimo per appartenere alla Chiesa. Per le bambine invece non esisteva un rito di iniziazione analogo (Gen 17, 9-14): in pratica ciò equivaleva a dire che Dio aveva. stretto alleanza con gli uomini, i “figli di Israele”, mentre le donne partecipavano all’alleanza solo indirettamente, attraverso il padre o il marito.

Nell’ambito religioso una donna non poteva agire come persona a pieno titolo, indipendentemente dall’uomo; infatti un voto da lei fatto era valido soltanto se ratificato dal pardre o dal marito (Num 40,2-17) le donne non potevano offrire sacrifici; per loro l’andare al tempio era facoltativo, non obbligatorio (“tre volte all’anno ogni tuo maschio comparirà alla presenza del Signore Dio” Ee 23, 17). Nel tempio di Gerusalemme c’erano dei limiti all’accesso delle donne al santuario centrale: mentre gli uomini potevano acceclere fino alla “corte di Israele”, che si trovava di fronte al recinto sacro dove sorgeva l’altare degli olocausti, le donne dovevano rimanere indietro, nella “corte delle donne”.

Come le questioni di governo, di guerra, di vita familiare e di affari, anche la religione era un campo in cui gli uomini si incontrava no tra di loro. Jahwé stesso era descritto come maschio. I titoli con cui lo si invocava, cioè re, reggitore, guerriero, giudice, padre, presentavano un’immagine totalmente maschile. I profet, poterono parlare di lui come un marito che sopportava le infedeltà della sua sposa ribelle, Israele (Os 3, 1-5). L’idolatria, l’adorazione di altri dei, venivano paragonate alla :fornicazione e all’adulterio (Ez 16 -43). E benchè anche le donne potessero pregare Iddio e talvolta perfino parlare in suo nome (pensiamo a una profetessa come Debora, in Gdc ;4, 1-9), la religione e la rivelazione erano essenzialmente il terreno di incontro tra un Dio sentito come maschio, ed il suo figlio primogenito, l’israelita maschio. Pensiamo alle parole rivolte da Dio a Giobbe:

“Cingiti i fianchi da uomo prode.
Io ti interrogherò e tu mi risponderai" (Gb 3g,3;40, 7)

In un contesto religioso del genere, è chiaro che un sacerdozio femminile era inconcepibile. La legge mosaica limita il sacerdozio ad Aronne ed ai suoi figli maschi :(Lev 8, 1—36). Che il sacerdote fosse necessariamente di sesso maschile era così ovvio e scontato per l’ebreo, che in tutto l’Antico Testamento non si spende neppure una parola per precisare che le donne erano escluse. Ogniqualvolta si parala di sacerdoti essi vengono presentati come uomini. L’abisso enorme che esisteva tra i sacerdoti e le donne è espresso nella maniera più chiara nella legislazione indiretta, mirante a salvaguardare la sacralità del sacerdote dalla contaminazione che potrebbe derivargli dalla prossimità delle donne. Un sacerdote doveva sposare una vergine; non gli era lecito sposare una donna profanata dalla prostituzione o dal divorzio (Lev 21, 7-9). E benchè alla: moglie e alle figlie del sacerdote fosse permesso di rnangiare i suoi cibì, tra cui le carni dei sacrifici (Lev 2, 13), alcuni sacritici erano così sacri che soltanto gli uomini potevano mangiarne (Num 18. 8-10). Quando Davide e i suoi compagni ebbero fame e non poterono trovare altro cibo se non i pani sacri dell’offerta, il sacerdote Abimelech, pur rillutante, li diede loro solo dopo essersi accertato che essi hon avessero toccato donne da qualche giorno (1 Sam 21, 4-6). In un ambiente in cui regnava una simile mentalità, era semplicemente impensabile che le donne potessero servire bero fame e non poterono trovare altro cibo se non i pani sacri dell’offerta, il sacerdote Abimelech, pur’rillutante, li diede loro solo dopo essersi accertato che essi hon avessero toccato donne da quàlche giorno (1 Sam 21, 4-6). In.-un ambiente in cui regnava una similé mentalità, era semplicemente impensabile che le donne potessero servire a1l’altare.

Conclusione: Gesù dovette adattarsi

Ad tempo di Gesù tutte queste leggi e norme erano ancora invigore, e tutti i capi religiosi ( sacerdoti, scribi farisei, rabbini) erano uomini. Se tale era il clima religioso di allora, è proprio così strano che Gésu abbia scelto i suoi ápostoli soltanto tra gli uomini? In altre parole: l’affidare il ministero alle doime avrebbe richiesto non tanto una ríforma religiosa, quanto una profonda rivoluzione sociale. E quand’anche fosse stata intenzione di Gesù di rovesciare le strutture sociali del suo tempo, è dubbio che avrebbe potuto riuscirvi in un tempo così breve; un mito sociale antico di secoli, profondamente radicato nella vita e nella culturá di un popolo, non può essere estirpato neanche da un Dio fatto uomo solo con una predicazione di tre anni. Gesù comunque non intese mai compiere un’immediata. liberazione sociale, e benchè i suoi insegnamenti e la sua azione contenessero i principi che rendono possibile una vera eguaglianza sociale, Gesù si astenne dall’intraprendere egli stesso atti di rivolta contro l’organizzazione sociale, così come rifiutò sempre di farsi coinvolgere in una lotta politica per l’indipendenza del suo paese. Accettò quindi anche la discriminazione; contro 1e donne come una realtà della società di allora; e nello scegliere solamente uomini per funzioni di leadership nella Chiesa, non fece che adattarsi alle limitazioni sociali imposte dalla mentalità dei suoi contemporanei.

NOTE

46. J. DELORME, ‘Résurrection et Tombeau de Jesus’, in Résurrection du Christ et l’Exégèse Moderne, ed. P. DE SURGY et al., Parigi 1969, pagg. 105-51.

47. H. C. KEE and F. W. YOUNG, The Living World of the New Testament, London 1960, pagg. 111-112.

Molto links all'interno delle pagine sono in via di traduzione. Possono essere lette nella versione originale in inglese o in francese.

Abbiamo una collezione dei documenti interessanti sul tema dell’ordinazione delle donne diacono.
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Nè Eva, nemmeno Maria

L’ordinazione sacerdotale delle donne nella Chiesa cattolica

Autore: J. Wijngaards
Edizioni La Meridiana 2002,
via G. Di Vittorio, 7 - 70056 Molfetta (BA) - tel. 080/3346971
pagine: 232; ISBN: 88-87507-63-5; Prezzo: Euro 15,00.