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par John Wijngaards
Pubblicazione originale Inglese: Did Christ Rule Out Women
Priests?, par John Wijngaards, McCrimmons, Great Wakering 1977 (altera
editione 1986), 104 pgs; editione Indiana, ATC, Bangalore 1978; editione
ollandese, KBS, Brugge 1979; traduzione italiana par E. L. Lanzarini, 1981.
Questo è capitolo 5 del libro.
In
dispute dottrinali di ogni tipo, ci sono sernpre studiosi che citano la Bibbia
per so stenere la propria opinione; avviene però : che gli avversari
citino altri passi, o magari i medesimi ma interprétandoli in maniera
ben diversa. Si dice che perfino il diavolo può citare la Bibbia! Del
resto in tutti i secoli gli eretici hanno sostenuto che i loro insegnamenti si
fondavano su testi biblici. Anche nel dibattito se le donne possano essere
ammesse al sacerclozio oppure no, entrambe le parti si richiamano alla Bibbia
con egual convinzione. Non vedo a che co sa servano queste citazioni, se il
loro significato può` essere facilmente adattato ad opinioni
contrastanti. Infatti di che utilità può essere un arbitro il cui
verdetto e formulato in maniera tale da non lasciar capire a quale delle parti
egli dia ragione? Mi sembra che in questo dibattito non si farà mai
nessun progresso, finche le due parti non si accorderanno per accettare
l'insegnamento obiettivo della Bibbia come norme.
Non
mi sorprende affatto che molti provino un senso di irritazione per la
facilità con cui i biblisti si scontrano a suon di citazioni, e la
discussione sul sacerdozio alle donne può apparire come un esempio
tipico di ciò. Infatti un gruppo di teologi sostiene che la scelta di
uomini cla parte di Gesù fu urla norma assolutz, mentre un altro gruppo
sostiene che essa fu dettata soltanto dalla situazione sociale di quel tempo.
Chi ha ragione, e chi ha torto? Dovrò addentrarmi in tale que stione, o
altrimenti andra perduta la forza delle argomentazioni da me esposte nel
Capitolo 4.
Non
è una perdita di tempo il riflettere un po' sulla natura della Bibbia,
cioè sul tipo di libro che essa e. Contrarimente all'impressione
superficiale di molta gente, e raro che il messaggio ispirato venga espresso in
affermazioni semplici e dogmatiche. La parola di Dio si è umanizzata
nella sua forma di espressione, per cui non sempre e facile discernere il
messaggio divino dalla veste culturàle che esso na assunto; eppure
questa distinzione è assolutamente essenziale in teologia. La
conclusione che certe parole o fatti siano stati intenzionali, oppure soltanto
accidentali come riflesso della cultura di una determinata epoca, e una
questione di vita o di morte per il significato teologico da trarne. Quando
Gesù si rivolge alla Madonna dicendole: Che ho a che fare con te,
o donna? (Gv 2, 4) noi dobbiamo scoprire qual'è il vero
significato di tali parole, al di là di un modo di esprimersi che e di
quel tempo, e che oggi suona duro e scostante.
Gli
autori biblici furono ispirati a trasmetterci un insegnamento su Dio e sui
rapporti dell'umanità con Dio. Ma poiche essi parlavano ad un popolo di
una certa cultura e di una certa epoca, il loro messaggio si rivestiva
necessariamente di quelle espressioni che caratterizzevano il --modo di pensare
dei loro contemporanei. Tuttavia il messaggio ispirato, pur essendo fortemente
radicato in un modo di pensare che esprime la cultura di una certa
società, non deve venir confuso con esso; sarebbe un grave errore
credere che il mito sociale, in toto o in qualche sua parte, appartenga al
messagio ispirato.
Un
esempio che si presenta spontaneamente alla mente e l'idea del mondo che
avevano gli antichi ebrei. Come e noto, in passato si pensava che la terra
fosse un disco piatto, sovrastato dal cielo che era la dimora di Dio, mentre
nelle acque sottostanti vi era la dimora dei morti. Il sole e la luna
appàrivano come lampade che molto ingegno
samente seguivano una rotta prestabilita attraverso il cielo. Dio appariva come
lartefice supremo e uno specie di supermanager, colui che
aveva creato dal nulla tutte le cose e le manteneva in buon ordine con la sua
continua provvidenza. Oggi si riconosce che . in quella visione cera una
buona parse di mito sociale, e che i particolari di tale mito non fanno parte
del messagio biblico. Che Dio esiste, e che egti è la cause e
lorigine di ogni cosa, ecco ciò che la Bibbia vuole insegnarci.
Come poi egli abbia creato il mondo, se mediante una creazione istantanea
oppure attraverso una graduale evoluzione, non è certo deducibile dal
.testo biblico: questi: particolari appartengono al mito sociale, non al
contenuto della rivelazione.
Quando si pose la questione dellevoluzione, alla Chiesa occorse circa un
secolo per riuscire a districare il nucleo di insegnamento ispirato dal mito
ebraico della: creaz:ione, e la ragione di ciò fu che i testi biblici,
prima., erano sempre stati letti in modo tale da non fare alcuna distinzione
tra il messaggio e il mito. Si potrebbe anzi dire che prima che sorgesse questo
problema la Chiesa non poteva neppure percepire chiaramente questa distinzione,
e la stessa cosa è vera anche per altri aspetii del mito sociale. Per
spiegare quanto può essere complicata tale questione tornerò
sullargomento della schiavitù già menzionato nel Capitolo
1.
Le prove bibliche per la
schiavitù
A
prima vista, i testi biblici che sembrano legittimare la schiavitù
appaiono di unevidenza schiacciante. La legge ebraica ammetteva ed
avallava il diritto di un uomo di possedere un suo simile come schiavo. E
vero che in alcuni casi la legge dava allo schiavo una certa protezione (Es 21,
2-ll; 21, 26-27; Dt3, 16-17) e che prevedeva anche che lo schiayo di razza
ebraica fosse liberato in alcune circostanze (Lev 25, 39- 46; Es 21, 2; Ger 34.
14): tuttavia la legittimità dellistituto della schiavitù
non era messa in questione. Prima di dire ai padroni come trattare i loro
schiavi (Sir 33, 24-31) il Siracide fonda la diseguaglianza tra uomini liberi e
schiavi su una disposizione di Dio stesso (Sir. 33, 7-15 ).
Nel
carnpo religioso agli schiavi venivano poi riconosciuti alcuni diritti, come
concessione: a loro doveva essere consentito di riposare nel settimo giorno,
come daltronde anche al bue e allasino (Es 20,10; Dt 5, l4);
potevano prender parte ai pasti che concludevano lofferta pacifica (Dt
12,18), alla.celebrazione della Pasqua e alle feste della Pentecoste e dei
Tabernacoli (Dt 16, 11-14).
Il
concetto di schiavitù era talmente radicato che veniva usato per
esprimere la relazione tra Dio e luomo. Jahwé era considerato il
padrone universale, il Signore dei Signori" con diritti di proprietario
su tutto e su. tutti (Sal 96 1-18;10, 14-17). Gli esseri umani sono gli schiavi
di Dio, e il-loro dovere principale è di servirlo con unobbedienza
totale (Sal 123, 1- 4; Is 5, 2-7; Sir 2, 1-6; 3,17-24; 18,8-18). La
schiavitù era considerata una situazione talmente naturale che il
Salmista poteva pregare così: ecco, come gli occhi degli schiavi
alla mano dei loro padroni, come gli occhi della schiava alla mano della sue
padrona, così nostri occhi sono rivolti al Signore nostro Dio,
finchè abbia pietà di noi" (Sal 123, 2).
Il
mito sociale della schiavitù era ancora in vigore e be radicato
allepoca di Cristo; Gesù stesso non lo contradice in alcun testo,
anzi introduce nelle sue parabole la figura degli schiavi, e ci esorta ad es.
ad essere simili a quegli schiavi che sono fedeli al padrone anche quando egli
è lontano da case, e che stanno alzati ad attendere il suo ritorno (Lc
12, 42-48). Sembra accettare listituto della schiavitù quando
dice: chi di voi, se ha uno schiavo ad arare o a pascolare il gregge, gli
dirà quando rientra dal campo. vieni subito e mettiti a tavola ? Non gli
dirà piuttosto: preparami da mangiare, rimboccati la veste e servimi
finchè io abbia mangiato e bevuto, e dopo mangerai e berrai anche tu ?
Si riterrà obbligato verso il suo schiavo, perchè ha eseguito gli
ordini ricevuti? Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi
è stato ordinato, dite: siamo schiavi inutili, abbiamo fatto quanto
dovevamo fare" (Lc 17, 7-10). Cristo semplicemente accettò la
schiavitù co me una realtà sociale.
E lo
stesso si può dire della Chiesa antica. Gli apostoli esortarono gli
schiavi cristiani ad obbedire ai padroni, non a ribellarsi. Schiavi,
siate soggetti con profondo rispetto ai vostri padroni, non solo a quelli buoni
e miti :ma anche a quelli difficili (1 Pt 2, 18-20). Voi, schiavi,
siate docili in tutto con i vostri padroni terreni; non servendo solo quando vi
vedono, come si fa per piacere agli uomini, ma con cuore semplice e nel timore
del Signore (Col 3, 22-25). Schiavi, obbedite ai vostri padroni
secondo la carne con timore e tremore, con semplicità di spirito, come a
Cristo (Ef 6, 5-8). (V. anche 1 Tim 6, 1-2; Tit 2, 9-10). Anche la
terminologia della shiavitù viene spesso usata nel sirnbolismo
religioso: la redenzione viene presentata come una liberazione dalla
schiavitù del peccato (Rom 6,6; Gv 8,34; ecc.), i cristiani sono
chiamati schiavi di Cristo (Gal 4, 5; 3, 13; Rom 1, 1, ecc. ) La
stessa incarnazione viene formulate come un assumere, da parte del Figlio, la
forma di uno schiavo (Fil 2, 7).
Ora,
da tutti questi testi biblici si potrebbe arguire che listituto del la
schiavitù faccia parte della dottrina rivelata, e che sia voluto de Dio
stesso. Gli uomini provengono tutti dalla polvere, ma il Signore li ha
distinti nella sua grande sapienza, ed ha assegnato loro destini diversi
(Sir 33, 10-11). Si potrebbe dire che nulla im pediva a Cristo di prendere
posizione contro la schiavitù e condannarla, e che se egli non lo ha
fatto, ciò deve essere: visto come unintenzione precisa, che
sancisce una norma dellorganizzazione sociale. Si potrebbe dire che gli
apostoli a loro volta hanno riconosciuto la legittimità di questa
distinzione tra padroni e schiavi tra gli stessi cristiani, una distinzione che
imponeva a ciascuno ruoli e doveri diversi a seconda della sua condizione
giuridica. E infatti questi furono proprio gli argomenti addotti daIla teologia
tradizionale, che non vennero messi in questione finchè gli
abolizionisti obbligarono la Chiesa a riesaminare la sua dottrina su questo
punto.
Il riconoscimento del mito per quello che è
segna linizio dellalba
E sorprendente quanto a lungo sia durata lopinione ufficiale della
Chiesa a proposito della schiavitù, ma anche come abbia fatto presto a
guadagnar terreno la nuova intuizione della reale portata del messaggio
evangelico. Ancor nel 1866 il SantUffizio emetteva una
Istruzione che giustificava la schiavitù: dopo avere
menzionato che la Santa Sede aveva spesso proibito il commercio dei negri
derivante da un ingiusto rapimento, il documento continuava così:
tuttavia la schiavitù in se, considerata nella sua natura
essenziale, non è affatto contraria alla legge naturale e divina, e vi
possono essere giusti titoli di schiavitù esposti da teologi approvati e
da commentatori dei sacri canoni. Non è contrario alla legge naturale e
divina che uno schiavo sia venduto, comperato, scambiato e regalato. .. (48).
Il
SantUffizio asseriva cioè che la schiavitù era avallata
dalla Sacra Scrittura (la legge divina). Ventanni dopo però, nel
1891, papa Leone XIII pubblicò lenciclica 'Rerum novarum in
cui si negava che esistessero giustificazioni per la schiavitù. Nel 1918
il nuovo codice di diritto canonico imponeva severe pene ecclesiastiche su
chiunque avesse venduto un essere umano come schiavo (can. 2354). Nel 1965 il
Concilio Vaticano II afférmava: Tutto ciò che offende la
dignità umana, come . . . le incarcerazioni arbitrarie, le deportazioni,
la schiavitù...il mercato delle donne e dei giovani... tutte queste cose
sono certamente vergognose, e rnentre corrompono la civiltà umana
inquinano coloro che così si comportano ancor più che quelli che
le subiscono; e offendono al massimo lonore del Creatore" (Gaudium et
Spes, 27).
Dietro a questo punto di arrivo cera stata unimponente evoluzione
del pensiero, potentemente stimolata dalle lotte di liberazione sociale. Mentre
prima si accettava la schiavitù come un aspetto normàle della
vita, si giunse poi a vederla per quello che effettivamente è,
cioè una ingiustizia contro esseri umani. Si riconobbe anche che la
Sacra Scrittura era stata interpretata in modo errato su questo punto, e che
benchè Cristo avesse accettato la schiavitù come un dato di fatto
della realtà sociale del suo tempo, ciò non implicava affatto che
egli lavesse avallata come una pratica legittima.
Leguaglianza fondamentale di tutti gli esseri umani era implicita nel
fatto che la redenzione di Cristo era diretta ad ogni creatura (Mc 16, 15). Per
Cristo, 1a redenzione significava la liberazione da ogni forma di
schiavitù; e oggi noi riconosciamo che ciò è ben
più in armonia con il messaggio evangelico di quanto non lo fosse
laccettazione del listituto della schiavitù. E da questo
esempio dovremmo trarre la lezione che bisogna andar molto cauti quando gli
autori sacri ci parlano attraverso i miti sociali del loro tempo, per non
scambiare il mito per una parte integrante della dottrina
Il ravvedimento dei teologi
Per
tornare allargomento che ci interessa, cioè quello
dellaccesso delle donne ai ministeri, notiamo che oggi è
allopera un processo analogo. E vero che parecchi studiosi
continuano a ritenere più validi che mai argomenti contro
lordinazione delle donne ricavati dalla Bibbia (tra questi possimo citare
P.Delhaye(1972), P.Chendlerlin (1972) e J. Galot (1973) ) (49); e possiamo
altresì dar per certo che i sostenitori dellopinione tradizionale
siano meno inclini degli innovatori a propagandare il proprio punto di vista;
tuttavia chiunque abbia un po' di familiarità con lamiente
teologico non può negare che oggi ci sia un movimento a valanga verso
una comprensione nuova di cie che la Bibbia effettivamente insegna su questo
punto. Teologi di ogni parte del mondo, che studiano il problema luno
indipendentemente dallaltro, arrivano alla medesima conclusione: e
cioè che Cristo semplicemente si adattò ai costumi sociali
del suo tempo, e non intese imporre una norma che escludesse per sempre tutte
le donne dal sacerdozio. Lattribuire queste loro conclusioni ad un
prurito per le novità oppure ad un desiderio di
seguire landazzo generale è una ingiuria nei confronti di
molti studiosi onesti e coscienziosi. Come è già avvenuto molte
volte in passato, anche adesso ci troviamo di fronte al fenomeno di una
teologia che si riscuote dal torpore e diventa più lucida.
Perchè Cristo non ha introdotto una donna nel collegio degli apostoli?
Nel 1972 così scriveva G. R. Evans, vescovo di Denver e membro del
sottocomitato dei vescovi degli Stati Uniti istituito per studiare la questione
della donna nella chiesa e nella società:
Bisogna tener conto dei modelli socioculturali del suo tempo.
Perchè Cristo non chiamò uno schiavo a far parte del collegio
apostolico? Se lo avesse fatto, la Chiesa non avrebbe rifiutato così a
lungo di ordinare schiavi. perchè non chiamò un gentile? Se lo
avesse fatto, si sarebbe evitato un dibattito molto aspro nella Chiesa
primitiva. Un dato di fatto non rappresenta necessariamente un dato di diritto;
e non si può trarre conclusioni concernenti il diritto dalla pura e
semplice osservazione della situazione di fatto (50 ).
Il
non fatto che Cristo non abbia scelto donne non dovrebbe essere
interpretato come una espressione dellintendimento e della volontà
di Cristo.
Se Gesù fosse vissuto in una società in cui la situazione
socio culturale dei due sessi fosse stata diversa da quella del suo ambiente,
non avrebbe compiuto una scelta diversa ? Una scelta che già cominciava
ad apparire nel modo nuovo di rivolgersi alle donne da lui adottato in quella
società patriarcale? (H.M. Legrand, 1977) (51)
"Ilandar oltre, e chiamare sei uomini e sei donne
a far parte dei Dodici avrebbe scandalizzato e indignato i suoi contemporanei a
tal punto da distruggere la sue opera fin dallinizio" (G. OCollins,
1974) (52).
Ci troviamo semplicemente di fronte ac, un fatto: Gesù ha scelto
soltanto uomini come apostoli. Tocca a noi scoprire il perchè. E per
parte mia direi che è unaffermazione gratuita lasserire che
è volontà di Dio che che soltanto maschi siano scelti per il
ruolo di apostoli o vescovi o sacerdoti, cioè per il ministero della
predicazione del vangelo, della celebrazione della liturgia e di guida e
governo della comunità, e ciò per tutti i secoli. Direi piuttosto
che è molto più convincente presupporre che Gesù abbia
scelto solamente uomini come apostoli per la semplice ragione che allora
soltanto gli uomini potevano svolgere una funzione di guida, a causa della
situazione culturale di quellepoca. E ovvio però che
tale situazione può modificarsi, e possono scomparire le giustificazioni
razionali per riservare agli uomini il ministero di leadership (E. C.
Meyer, 1976) (53).
Il
numero degli studi teologici che confermano questa tendenza di pensiero aumenta
di anno in anno. Per citare solo qualche esempio negli anni Settanta,
menzionerò in ordine cronologico i nomi di: J. L. Acebal, J. J.
Begley-Armbruster, R. Gryson, I. Raming, J.M. Ford, R.Metz, F. Klostermann,
J.M.Aubert. (54). Yves Congar è esitante. Nel 1970 scriveva: Non
è certo che lesclusione delle donne sia di legge divina
(55). Nel 1971: Io direi semplicemente che a mio parere, il divieto di un
sacerdozio femminile non è di legge divina. Mia aggiungerei: che cosa ci
autorizza a pensare che tale limitazione sia solo di natura socio-cultlrale?
Nego che lo si possa affermare concertezza assoluta (56). I1 Card.
J. Daniélou, invece, era molto esplicito nel non vedere alcun ostacolo
teologico allordinazione delle donne. (57). Karl Rahner, che diresse Haye
van der Meer nella sua magistrale tesi per il dottorato fatta su questo tema (e
pubblicata nel 1962),: affermava recentemente:
Lá prassi della Chiesa Cattolica di non ordinare donne al
sacerdozio non ha un carattere teologico vincolante... La prassi attuale non
e un dogma. E basata semplicemente su una riflessione umana e
storica che era valida in passato, in condizioni culturali e sociali che ora
stanno mutando rapidamente" (58).
A
questo punto alcuni dei miei lettori possono sospettare che io stia tentando di
puntellare le mie argomentazioni facendo ricorso ad altri studiosi. Ma non
è questa la ragione per la panoramica di studi, del resto incornpleta,
data più sopra - anche se naturalmente essa rappresenta una gradita
conferma. Il tema di questo capitolo, riguarda largomentazione dalla
Bibbia, e la domanda posta era questa: perchè gli studiosi non sono
daccordo tra loro? Lidea implicita essendo che finchè i
teologi si schierano su fronti avversi, le provebibliche rimangono
opinabili. Ed è proprio questo il punto che ora vorrei affrontare.
E del tutto naturale che vi siano dibattiti tra i teologi chissà
per quanto tempo ancora, perchè le vecchie idee non vengono abbandonate
con facilità. Occorre molto tempo e molti studi perchè una nuova
intuizione della Scrittura venga accettata da tutti. Se mi è concesso di
far riferimento ancora una volta alla teologia della schiavitù, troviamo
che alcuni teologi cattolici continuarono a difendere questa istituzione fino
alla metà del XX secolo! (59). Ed è tuttora valido ciò che
scrisse A.Cochin nel 1861, nel suo appello perchè si mutasse
atteggiamento verso la schiavitù:
Inclini come sono a mostrarsi rispettosi della traditione, i teologi sono
particolarmente desiderosi di ricollegarsi con continuità al passato, ed
appoggiare le proprie dottrine su quelle di coloro che li hanno preceduti; una
tendenza che è valida, e anzi indispensabile là dove sono in
questione punti di fede, ma che è una tendenze pericolosa quando si
tratta di questioni aperte, la cui soluzione può mutare ed è
suscettibile di progresso. Riguardo alla schiavitù essi insegnano oggi
ciò che era insegnato ieri e laltroieri, ma che oggi nessun
sacerdote o laico crede piü. . . (60)
In
altre parole: non e il caso di meravigliarsi, se alcuni teologi continuano a
rifiutare le intuizioni delle nuove ricerche. Ciò che dovrebbe decidere
la questione è il valore degli argomenti biblici in sè stessi. I1
fatto di un disaccordo sullinterpretazione, nella ricerca e nel
dibattito, non invalida di per se le prove che possono essere tratte dalla
Bibbia. Ciò di cui abbiamo bisogno è il coraggio di fare una
nuova lettura della Bibbia e di porre a noi stessi domande nuove.
NOTE
48. Istruzione del Sant'Ufficio, 20 June 1866. Citata in J. F. MAXWELL,
The Development of Catholic Doctrine Concerning Slavery, World
Jurist 11 (1969-70) pg 306 ff.
49. Ph. DELHAYE, `Retrospective and prospective des ministères
feminines dans 1'Eglise,' Rev. Theol. de Louvain 3 (1972) pagg. 1972) 55-75; F.
P. CHENDERLIN, Women as ordained priests? Should women be allowed to
consecrate?, Hom. and Past. Review 72 (1972) no. 8, pagg. 25-32;
Women priests - more thoughts but no second thoughts, ib. 73 (1973)
no. 5, pagg. 13-22; H. M. J. GALOT, La donna e i ministeri nella Chiesa,
Assisi 1973.
50. G. R. EVANS, Ordination of Women, Hom. and Past.
Review 73 (1972), No 1, pagg. 29-32.
51. H. M. LEGRAND, Views on the Ordination of Women,
Origins, Jan. 6 1977. Reprinted in Briefing 7 (1977), No 6, pagg.
22-35; here pg 27.
52. G. O'COLLINS, Ordination of Women, Tablet 288
(1974) pagg. 175-76; 213-15.
53. E. C. MEYER, Are there theological reasons why the church
should not ordain women priests?' Rev. for Religious 34 (1975/76) pagg.
957-67.
54. J.L.ACEBAL, El laicato femenino: Misiones e ministerios,
in Ciencia Tomista 98 (1971), pagg. 55-71. J. J. BEGLEY-ARMBRUSTER,
Women and Office in the Church, Am. Eccl. Review 165 (1971)
pagg. 145-57. R. GRYSON, Le ministère des Femmes dans
1Église ancienne, Gembloux 1972. I. RAMING, Der Ausschluss
der Frau vom priesterlichen Amt, Cologne 1973. J. M. FORD, Biblical
Material relevant to the Ordination of Women, Journal of Ecum.
Studies 10 (1973) pagg. 669-94; synopsised in Theology Digest 22
(1974) pagg. 23-28. R. METZ, Laccession des femmes aux
ministères ordonnés, in Effort diaconal, Jan-June
(1974) pagg. 21-30. F. KLOSTERMANN, Gemeinde Kirche der Zukunft, Freiburg 1974,
especially pagg. 269-70. J. M. AUBERT, La Donna- antirfeminismo e
christianesimo,ed. Cittadella, specialmente pagg. 182-210.
55. Y. CONGAR, Éclaircissements sur la question des
ministères, Maison Dieu 103 (1970), pg 116.
56. Y. CONGAR nella prefazione a E. GIBSON, Femmes et
Ministères dans lÉglise, Paris 1971, pg 12.
57. J. DANIELOU; affirmazioni più recenti citate in
Informations Catholiques Internationales No 400 (15 Jan 1972) pg 22;
Révue Théologique de Louvain 3 (1972) pg 204; Le
ministère des femmes dans l'Eglise ancienne, Maison Dieu
(1961) pagg. 70-96.
58. K. RAHNER, `Lettera al Pastore Bogdam del Sinodo Lutherano di
Baviera, La Croix, 20 April 1974; cited by LEGRAND o.c. (vedi nota
51) pg 24; H. VAN DER MEER, Sacerdozio della Donna? Saggio di storia della
teologia, trad. it Morcelliana 1971.
59. J. F. MAXWELL, l.c. (vedi nota 48) pagg. 123-124.
60. A. COCHIN, LAbolition de lEsclavage, Paris 1861,
vol II, pagg. 442-43; citato da J. F. MAXWELL, l.c. pg 305.
Molto links all'interno delle pagine sono in via di
traduzione. Possono essere lette nella versione originale in inglese o
in francese.
Abbiamo una collezione dei documenti interessanti
sul tema dellordinazione delle donne diacono.
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Nè Eva,
nemmeno Maria
Lordinazione
sacerdotale delle donne nella Chiesa cattolica
Autore: J. Wijngaards
Edizioni La Meridiana 2002,
via G.
Di Vittorio, 7 - 70056 Molfetta (BA) - tel. 080/3346971
pagine: 232; ISBN:
88-87507-63-5; Prezzo: Euro 15,00.