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Che Cosa Dimostra La Sacra Scrittura?
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Che Cosa Dimostra La Sacra Scrittura?

par John Wijngaards

Pubblicazione originale Inglese: Did Christ Rule Out Women Priests?, par John Wijngaards, McCrimmons, Great Wakering 1977 (altera editione 1986), 104 pgs; editione Indiana, ATC, Bangalore 1978; editione ollandese, KBS, Brugge 1979; traduzione italiana par E. L. Lanzarini, 1981. Questo è capitolo 5 del libro.

In dispute dottrinali di ogni tipo, ci sono sernpre studiosi che citano la Bibbia per so stenere la propria opinione; avviene però : che gli avversari citino altri passi, o magari i medesimi ma interprétandoli in maniera ben diversa. Si dice che perfino il diavolo può citare la Bibbia! Del resto in tutti i secoli gli eretici hanno sostenuto che i loro insegnamenti si fondavano su testi biblici. Anche nel dibattito se le donne possano essere ammesse al sacerclozio oppure no, entrambe le parti si richiamano alla Bibbia con egual convinzione. Non vedo a che co sa servano queste citazioni, se il loro significato può` essere facilmente adattato ad opinioni contrastanti. Infatti di che utilità può essere un arbitro il cui verdetto e formulato in maniera tale da non lasciar capire a quale delle parti egli dia ragione? Mi sembra che in questo dibattito non si farà mai nessun progresso, finche le due parti non si accorderanno per accettare l'insegnamento obiettivo della Bibbia come norme.

Non mi sorprende affatto che molti provino un senso di irritazione per la facilità con cui i biblisti si scontrano a suon di citazioni, e la discussione sul sacerdozio alle donne può apparire come un esempio tipico di ciò. Infatti un gruppo di teologi sostiene che la scelta di uomini cla parte di Gesù fu urla norma assolutz, mentre un altro gruppo sostiene che essa fu dettata soltanto dalla situazione sociale di quel tempo. Chi ha ragione, e chi ha torto? Dovrò addentrarmi in tale que stione, o altrimenti andra perduta la forza delle argomentazioni da me esposte nel Capitolo 4.

Non è una perdita di tempo il riflettere un po' sulla natura della Bibbia, cioè sul tipo di libro che essa e. Contrarimente all'impressione superficiale di molta gente, e raro che il messaggio ispirato venga espresso in affermazioni semplici e dogmatiche. La parola di Dio si è umanizzata nella sua forma di espressione, per cui non sempre e facile discernere il messaggio divino dalla veste culturàle che esso na assunto; eppure questa distinzione è assolutamente essenziale in teologia. La conclusione che certe parole o fatti siano stati intenzionali, oppure soltanto accidentali come riflesso della cultura di una determinata epoca, e una questione di vita o di morte per il significato teologico da trarne. Quando Gesù si rivolge alla Madonna dicendole: “Che ho a che fare con te, o donna?” (Gv 2, 4) noi dobbiamo scoprire qual'è il vero significato di tali parole, al di là di un modo di esprimersi che e di quel tempo, e che oggi suona duro e scostante.

Gli autori biblici furono ispirati a trasmetterci un insegnamento su Dio e sui rapporti dell'umanità con Dio. Ma poiche essi parlavano ad un popolo di una certa cultura e di una certa epoca, il loro messaggio si rivestiva necessariamente di quelle espressioni che caratterizzevano il --modo di pensare dei loro contemporanei. Tuttavia il messaggio ispirato, pur essendo fortemente radicato in un modo di pensare che esprime la cultura di una certa società, non deve venir confuso con esso; sarebbe un grave errore credere che il mito sociale, in toto o in qualche sua parte, appartenga al messagio ispirato.

Un esempio che si presenta spontaneamente alla mente e l'idea del mondo che avevano gli antichi ebrei. Come e noto, in passato si pensava che la terra fosse un disco piatto, sovrastato dal cielo che era la dimora di Dio, mentre nelle acque sottostanti vi era la dimora dei morti. Il sole e la luna appàrivano come lampade che molto ingegno

samente seguivano una rotta prestabilita attraverso il cielo. Dio appariva come l’artefice supremo e uno specie di “ supermanager”, colui che aveva creato dal nulla tutte le cose e le manteneva in buon ordine con la sua continua provvidenza. Oggi si riconosce che . in quella visione c’era una buona parse di mito sociale, e che i particolari di tale mito non fanno parte del messagio biblico. Che Dio esiste, e che egti è la cause e l’origine di ogni cosa, ecco ciò che la Bibbia vuole insegnarci. Come poi egli abbia creato il mondo, se mediante una creazione istantanea oppure attraverso una graduale evoluzione, non è certo deducibile dal .testo biblico: questi: particolari appartengono al mito sociale, non al contenuto della rivelazione.

Quando si pose la questione dell’evoluzione, alla Chiesa occorse circa un secolo per riuscire a districare il nucleo di insegnamento ispirato dal mito ebraico della: creaz:ione, e la ragione di ciò fu che i testi biblici, prima., erano sempre stati letti in modo tale da non fare alcuna distinzione tra il messaggio e il mito. Si potrebbe anzi dire che prima che sorgesse questo problema la Chiesa non poteva neppure percepire chiaramente questa distinzione, e la stessa cosa è vera anche per altri aspetii del mito sociale. Per spiegare quanto può essere complicata tale questione tornerò sull’argomento della schiavitù già menzionato nel Capitolo 1.

Le “prove” bibliche per la schiavitù

A prima vista, i ‘testi biblici che sembrano legittimare la schiavitù appaiono di un’evidenza schiacciante. La legge ebraica ammetteva ed avallava il diritto di un uomo di possedere un suo simile come schiavo. E’ vero che in alcuni casi la legge dava allo schiavo una certa protezione (Es 21, 2-ll; 21, 26-27; Dt3, 16-17) e che prevedeva anche che lo schiayo di razza ebraica fosse liberato in alcune circostanze (Lev 25, 39- 46; Es 21, 2; Ger 34. 14): tuttavia la legittimità dell’istituto della schiavitù non era messa in questione. Prima di dire ai padroni come trattare i loro schiavi (Sir 33, 24-31) il Siracide fonda la diseguaglianza tra uomini liberi e schiavi su una disposizione di Dio stesso (Sir. 33, 7-15 ).

Nel carnpo religioso agli schiavi venivano poi riconosciuti alcuni diritti, come concessione: a loro doveva essere consentito di riposare nel settimo giorno, come d’altronde anche al bue e all’asino (Es 20,10; Dt 5, l4); potevano prender parte ai pasti che concludevano l’offerta pacifica (Dt 12,18), alla.celebrazione della Pasqua e alle feste della Pentecoste e dei Tabernacoli (Dt 16, 11-14).

Il concetto di schiavitù era talmente radicato che veniva usato per esprimere la relazione tra Dio e l’uomo. Jahwé era considerato il padrone universale, il “Signore dei Signori" con diritti di proprietario su tutto e su. tutti (Sal 96 1-18;10, 14-17). Gli esseri umani sono gli schiavi di Dio, e il-loro dovere principale è di servirlo con un’obbedienza totale (Sal 123, 1- 4; Is 5, 2-7; Sir 2, 1-6; 3,17-24; 18,8-18). La schiavitù era considerata una situazione talmente naturale che il Salmista poteva pregare così: “ecco, come gli occhi degli schiavi alla mano dei loro padroni, come gli occhi della schiava alla mano della sue padrona, così nostri occhi sono rivolti al Signore nostro Dio, finchè abbia pietà di noi" (Sal 123, 2).

Il mito sociale della schiavitù era ancora in vigore e be radicato all’epoca di Cristo; Gesù stesso non lo contradice in alcun testo, anzi introduce nelle sue parabole la figura degli schiavi, e ci esorta ad es. ad essere simili a quegli schiavi che sono fedeli al padrone anche quando egli è lontano da case, e che stanno alzati ad attendere il suo ritorno (Lc 12, 42-48). Sembra accettare l’istituto della schiavitù quando dice: ‘chi di voi, se ha uno schiavo ad arare o a pascolare il gregge, gli dirà quando rientra dal campo. vieni subito e mettiti a tavola ? Non gli dirà piuttosto: preparami da mangiare, rimboccati la veste e servimi finchè io abbia mangiato e bevuto, e dopo mangerai e berrai anche tu ? Si riterrà obbligato verso il suo schiavo, perchè ha eseguito gli ordini ricevuti? Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: siamo schiavi inutili, abbiamo fatto quanto dovevamo fare" (Lc 17, 7-10). Cristo semplicemente accettò la schiavitù co me una realtà sociale.

E lo stesso si può dire della Chiesa antica. Gli apostoli esortarono gli schiavi cristiani ad obbedire ai padroni, non a ribellarsi. “Schiavi, siate soggetti con profondo rispetto ai vostri padroni, non solo a quelli buoni e miti :ma anche a quelli difficili” (1 Pt 2, 18-20). “Voi, schiavi, siate docili in tutto con i vostri padroni terreni; non servendo solo quando vi vedono, come si fa per piacere agli uomini, ma con cuore semplice e nel timore del Signore” (Col 3, 22-25). “Schiavi, obbedite ai vostri padroni secondo la carne con timore e tremore, con semplicità di spirito, come a Cristo’” (Ef 6, 5-8). (V. anche 1 Tim 6, 1-2; Tit 2, 9-10). Anche la terminologia della shiavitù viene spesso usata nel sirnbolismo religioso: la redenzione viene presentata come una liberazione dalla schiavitù del peccato (Rom 6,6; Gv 8,34; ecc.), i cristiani sono chiamati “schiavi di Cristo” (Gal 4, 5; 3, 13; Rom 1, 1, ecc. ) La stessa incarnazione viene formulate come un assumere, da parte del Figlio, la forma di uno schiavo (Fil 2, 7).

Ora, da tutti questi testi biblici si potrebbe arguire che l’istituto del la schiavitù faccia parte della dottrina rivelata, e che sia voluto de Dio stesso. “Gli uomini provengono tutti dalla polvere, ma il Signore li ha distinti nella sua grande sapienza, ed ha assegnato loro destini diversi” (Sir 33, 10-11). Si potrebbe dire che nulla im pediva a Cristo di prendere posizione contro la schiavitù e condannarla, e che se egli non lo ha fatto, ciò deve essere: visto come un’intenzione precisa, che sancisce una norma dell’organizzazione sociale. Si potrebbe dire che gli apostoli a loro volta hanno riconosciuto la legittimità di questa distinzione tra padroni e schiavi tra gli stessi cristiani, una distinzione che imponeva a ciascuno ruoli e doveri diversi a seconda della sua condizione giuridica. E infatti questi furono proprio gli argomenti addotti daIla teologia tradizionale, che non vennero messi in questione finchè gli abolizionisti obbligarono la Chiesa a riesaminare la sua dottrina su questo punto.

Il riconoscimento del mito per quello che è segna l’inizio dell’alba

E’ sorprendente quanto a lungo sia durata l’opinione ufficiale della Chiesa a proposito della schiavitù, ma anche come abbia fatto presto a guadagnar terreno la nuova intuizione della reale portata del messaggio evangelico. Ancor nel 1866 il Sant’Uffizio emetteva una “Istruzione” che giustificava la schiavitù: dopo avere menzionato che la Santa Sede aveva spesso proibito il commercio dei negri derivante da un ingiusto rapimento, il documento continuava così: “tuttavia la schiavitù in se, considerata nella sua natura essenziale, non è affatto contraria alla legge naturale e divina, e vi possono essere giusti titoli di schiavitù esposti da teologi approvati e da commentatori dei sacri canoni. Non è contrario alla legge naturale e divina che uno schiavo sia venduto, comperato, scambiato e regalato. .. (48).

Il Sant’Uffizio asseriva cioè che la schiavitù era avallata dalla Sacra Scrittura (la legge divina). Vent’anni dopo però, nel 1891, papa Leone XIII pubblicò l’enciclica 'Rerum novarum’ in cui si negava che esistessero giustificazioni per la schiavitù. Nel 1918 il nuovo codice di diritto canonico imponeva severe pene ecclesiastiche su chiunque avesse venduto un essere umano come schiavo (can. 2354). Nel 1965 il Concilio Vaticano II afférmava: “Tutto ciò che offende la dignità umana, come . . . le incarcerazioni arbitrarie, le deportazioni, la schiavitù...il mercato delle donne e dei giovani... tutte queste cose sono certamente vergognose, e rnentre corrompono la civiltà umana inquinano coloro che così si comportano ancor più che quelli che le subiscono; e offendono al massimo l’onore del Creatore" (Gaudium et Spes, 27).

Dietro a questo punto di arrivo c’era stata un’imponente evoluzione del pensiero, potentemente stimolata dalle lotte di liberazione sociale. Mentre prima si accettava la schiavitù come un aspetto normàle della vita, si giunse poi a vederla per quello che effettivamente è, cioè una ingiustizia contro esseri umani. Si riconobbe anche che la Sacra Scrittura era stata interpretata in modo errato su questo punto, e che benchè Cristo avesse accettato la schiavitù come un dato di fatto della realtà sociale del suo tempo, ciò non implicava affatto che egli l’avesse avallata come una pratica legittima.

L’eguaglianza fondamentale di tutti gli esseri umani era implicita nel fatto che la redenzione di Cristo era diretta ad ogni creatura (Mc 16, 15). Per Cristo, 1a redenzione significava la liberazione da ogni forma di schiavitù; e oggi noi riconosciamo che ciò è ben più in armonia con il messaggio evangelico di quanto non lo fosse l’accettazione del l’istituto della schiavitù. E da questo esempio dovremmo trarre la lezione che bisogna andar molto cauti quando gli autori sacri ci parlano attraverso i miti sociali del loro tempo, per non scambiare il mito per una parte integrante della dottrina

Il ravvedimento dei teologi

Per tornare all’argomento che ci interessa, cioè quello dell’accesso delle donne ai ministeri, notiamo che oggi è all’opera un processo analogo. E’ vero che parecchi studiosi continuano a ritenere più validi che mai argomenti contro l’ordinazione delle donne ricavati dalla Bibbia (tra questi possimo citare P.Delhaye(1972), P.Chendlerlin (1972) e J. Galot (1973) ) (49); e possiamo altresì dar per certo che i sostenitori dell’opinione tradizionale siano meno inclini degli innovatori a propagandare il proprio punto di vista; tuttavia chiunque abbia un po' di familiarità con l’amiente teologico non può negare che oggi ci sia un movimento a valanga verso una comprensione nuova di cie che la Bibbia effettivamente insegna su questo punto. Teologi di ogni parte del mondo, che studiano il problema l’uno indipendentemente dall’altro, arrivano alla medesima conclusione: e cioè che’ Cristo semplicemente si adattò ai costumi sociali del suo tempo, e non intese imporre una norma che escludesse per sempre tutte le donne dal sacerdozio. L’attribuire queste loro conclusioni ad un “prurito per le novità” oppure ad un “desiderio di seguire l’andazzo generale” è una ingiuria nei confronti di molti studiosi onesti e coscienziosi. Come è già avvenuto molte volte in passato, anche adesso ci troviamo di fronte al fenomeno di una teologia che si riscuote dal torpore e diventa più lucida.

Perchè Cristo non ha introdotto una donna nel collegio degli apostoli? Nel 1972 così scriveva G. R. Evans, vescovo di Denver e membro del sottocomitato dei vescovi degli Stati Uniti istituito per studiare la questione della donna nella chiesa e nella società:

“ Bisogna tener conto dei modelli socioculturali del suo tempo. Perchè Cristo non chiamò uno schiavo a far parte del collegio apostolico? Se lo avesse fatto, la Chiesa non avrebbe rifiutato così a lungo di ordinare schiavi. perchè non chiamò un gentile? Se lo avesse fatto, si sarebbe evitato un dibattito molto aspro nella Chiesa primitiva. Un dato di fatto non rappresenta necessariamente un dato di diritto; e non si può trarre conclusioni concernenti il diritto dalla pura e semplice osservazione della situazione di fatto” (50 ).

Il “non fatto” che Cristo non abbia scelto donne non dovrebbe essere interpretato come una espressione dell’intendimento e della volontà di Cristo.

“ Se Gesù fosse vissuto in una società in cui la situazione socio culturale dei due sessi fosse stata diversa da quella del suo ambiente, non avrebbe compiuto una scelta diversa ? Una scelta che già cominciava ad apparire nel modo nuovo di rivolgersi alle donne da lui adottato in quella società patriarcale?” (H.M. Legrand, 1977) (51)

"Il’andar oltre, e chiamare sei uomini e sei donne a far parte dei Dodici avrebbe scandalizzato e indignato i suoi contemporanei a tal punto da distruggere la sue opera fin dall’inizio" (G. O’Collins, 1974) (52).

“ Ci troviamo semplicemente di fronte ac, un fatto: Gesù ha scelto soltanto uomini come apostoli. Tocca a noi scoprire il perchè. E per parte mia direi che è un’affermazione gratuita l’asserire che è volontà di Dio che che soltanto maschi siano scelti per il ruolo di apostoli o vescovi o sacerdoti, cioè per il ministero della predicazione del vangelo, della celebrazione della liturgia e di guida e governo della comunità, e ciò per tutti i secoli. Direi piuttosto che è molto più convincente presupporre che Gesù abbia scelto solamente uomini come apostoli per la semplice ragione che allora soltanto gli uomini potevano svolgere una funzione di guida, a causa della situazione culturale di quell’epoca’. E’ ovvio però che tale situazione può modificarsi, e possono scomparire le giustificazioni razionali per riservare agli uomini il ministero di leadership” (E. C. Meyer, 1976) (53).

Il numero degli studi teologici che confermano questa tendenza di pensiero aumenta di anno in anno. Per citare solo qualche esempio negli anni Settanta, menzionerò in ordine cronologico i nomi di: J. L. Acebal, J. J. Begley-Armbruster, R. Gryson, I. Raming, J.M. Ford, R.Metz, F. Klostermann, J.M.Aubert. (54). Yves Congar è esitante. Nel 1970 scriveva: “Non è certo che l’esclusione delle donne sia di legge divina” (55). Nel 1971: “Io direi semplicemente che a mio parere, il divieto di un sacerdozio femminile non è di legge divina. Mia aggiungerei: che cosa ci autorizza a pensare che tale limitazione sia solo di natura socio-cultlrale? Nego che lo si possa affermare concertezza assoluta” (56). ‘I1 Card. J. Daniélou, invece, era molto esplicito nel non vedere alcun ostacolo teologico all’ordinazione delle donne. (57). Karl Rahner, che diresse Haye van der Meer nella sua magistrale tesi per il dottorato fatta su questo tema (e pubblicata nel 1962),: affermava recentemente:

“Lá prassi della Chiesa Cattolica di non ordinare donne al sacerdozio non ha un carattere teologico vincolante... La prassi attuale non ‘e un dogma. E’ basata semplicemente su una riflessione umana e storica che era valida in passato, in condizioni culturali e sociali che ora stanno mutando rapidamente" (58).

A questo punto alcuni dei miei lettori possono sospettare che io stia tentando di puntellare le mie argomentazioni facendo ricorso ad altri studiosi. Ma non è questa la ragione per la panoramica di studi, del resto incornpleta, data più sopra - anche se naturalmente essa rappresenta una gradita conferma. Il tema di questo capitolo, riguarda l’argomentazione dalla Bibbia, e la domanda posta era questa: perchè gli studiosi non sono d’accordo tra loro? L’idea implicita essendo che finchè i teologi si schierano su fronti avversi, le ‘prove’bibliche rimangono opinabili. Ed è proprio questo il punto che ora vorrei affrontare.

E’ del tutto naturale che vi siano dibattiti tra i teologi chissà per quanto tempo ancora, perchè le vecchie idee non vengono abbandonate con facilità. Occorre molto tempo e molti studi perchè una nuova intuizione della Scrittura venga accettata da tutti. Se mi è concesso di far riferimento ancora una volta alla teologia della schiavitù, troviamo che alcuni teologi cattolici continuarono a difendere questa istituzione fino alla metà del XX secolo! (59). Ed è tuttora valido ciò che scrisse A.Cochin nel 1861, nel suo appello perchè si mutasse atteggiamento verso la schiavitù:

“Inclini come sono a mostrarsi rispettosi della traditione, i teologi sono particolarmente desiderosi di ricollegarsi con continuità al passato, ed appoggiare le proprie dottrine su quelle di coloro che li hanno preceduti; una tendenza che è valida, e anzi indispensabile là dove sono in questione punti di fede, ma che è una tendenze pericolosa quando si tratta di questioni aperte, la cui soluzione può mutare ed è suscettibile di progresso. Riguardo alla schiavitù essi insegnano oggi ciò che era insegnato ieri e l’altroieri, ma che oggi nessun sacerdote o laico crede piü. . . “ (60)

In altre parole: non e il caso di meravigliarsi, se alcuni teologi continuano a rifiutare le intuizioni delle nuove ricerche. Ciò che dovrebbe decidere la questione è il valore degli argomenti biblici in sè stessi. I1 fatto di un disaccordo sull’interpretazione, nella ricerca e nel dibattito, non invalida di per se le prove che possono essere tratte dalla Bibbia. Ciò di cui abbiamo bisogno è il coraggio di fare una nuova lettura della Bibbia e di porre a noi stessi domande nuove.

NOTE

48. Istruzione del Sant'Ufficio, 20 June 1866. Citata in J. F. MAXWELL, ‘The Development of Catholic Doctrine Concerning Slavery’, World Jurist 11 (1969-70) pg 306 ff.

49. Ph. DELHAYE, `Retrospective and prospective des ministères feminines dans 1'Eglise,' Rev. Theol. de Louvain 3 (1972) pagg. 1972) 55-75; F. P. CHENDERLIN, ‘Women as ordained priests? Should women be allowed to consecrate?’, Hom. and Past. Review 72 (1972) no. 8, pagg. 25-32; ‘Women priests - more thoughts but no second thoughts’, ib. 73 (1973) no. 5, pagg. 13-22; H. M. J. GALOT, La donna e i ministeri nella Chiesa, Assisi 1973.

50. G. R. EVANS, ‘Ordination of Women’, Hom. and Past. Review 73 (1972), No 1, pagg. 29-32.

51. H. M. LEGRAND, ‘Views on the Ordination of Women’, Origins, Jan. 6 1977. Reprinted in Briefing 7 (1977), No 6, pagg. 22-35; here pg 27.

52. G. O'COLLINS, ‘Ordination of Women’, Tablet 288 (1974) pagg. 175-76; 213-15.

53. E. C. MEYER, ‘Are there theological reasons why the church should not ordain women priests?' Rev. for Religious 34 (1975/76) pagg. 957-67.

54. J.L.ACEBAL, ‘El laicato femenino: Misiones e ministerios’, in Ciencia Tomista 98 (1971), pagg. 55-71. J. J. BEGLEY-ARMBRUSTER, ‘Women and Office in the Church’, Am. Eccl. Review 165 (1971) pagg. 145-57. R. GRYSON, Le ministère des Femmes dans 1’Église ancienne, Gembloux 1972. I. RAMING, Der Ausschluss der Frau vom priesterlichen Amt, Cologne 1973. J. M. FORD, ‘Biblical Material relevant to the Ordination of Women’, Journal of Ecum. Studies 10 (1973) pagg. 669-94; synopsised in Theology Digest 22 (1974) pagg. 23-28. R. METZ, ‘L’accession des femmes aux ministères ordonnés’, in Effort diaconal, Jan-June (1974) pagg. 21-30. F. KLOSTERMANN, Gemeinde Kirche der Zukunft, Freiburg 1974, especially pagg. 269-70. J. M. AUBERT, La Donna- antirfeminismo e christianesimo,ed. Cittadella, specialmente pagg. 182-210.

55. Y. CONGAR, ‘Éclaircissements sur la question des ministères’, Maison Dieu 103 (1970), pg 116.

56. Y. CONGAR nella prefazione a E. GIBSON, Femmes et Ministères dans l’Église, Paris 1971, pg 12.

57. J. DANIELOU; affirmazioni più recenti citate in Informations Catholiques Internationales No 400 (15 Jan 1972) pg 22; Révue Théologique de Louvain 3 (1972) pg 204; ‘Le ministère des femmes dans l'Eglise ancienne’, Maison Dieu (1961) pagg. 70-96.

58. K. RAHNER, `Lettera al Pastore Bogdam del Sinodo Lutherano di Baviera’, La Croix, 20 April 1974; cited by LEGRAND o.c. (vedi nota 51) pg 24; H. VAN DER MEER, Sacerdozio della Donna? Saggio di storia della teologia, trad. it Morcelliana 1971.

59. J. F. MAXWELL, l.c. (vedi nota 48) pagg. 123-124.

60. A. COCHIN, L’Abolition de l’Esclavage, Paris 1861, vol II, pagg. 442-43; citato da J. F. MAXWELL, l.c. pg 305.

Molto links all'interno delle pagine sono in via di traduzione. Possono essere lette nella versione originale in inglese o in francese.

Abbiamo una collezione dei documenti interessanti sul tema dell’ordinazione delle donne diacono.
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Nè Eva, nemmeno Maria

L’ordinazione sacerdotale delle donne nella Chiesa cattolica

Autore: J. Wijngaards
Edizioni La Meridiana 2002,
via G. Di Vittorio, 7 - 70056 Molfetta (BA) - tel. 080/3346971
pagine: 232; ISBN: 88-87507-63-5; Prezzo: Euro 15,00.