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Come alimentare la tradizione
mediante una continua inculturazione
di Kari Elisabeth Börresen
Donna e Ministero a cura di Cettina Militello.
Editizioni Dehoniane, 1989, pp.245-263
e Studia Theologica 46 (1992)
pp. 3-13;
col permesso della autora.
1.
L'immagine e somiglianza divina e la tipologia
Dopo
avere effettuato ricerche per oltre 25 anni nella teologia patristica e
medioevale, prestando una particolare attenzione ai modelli di uomo e di donna
da essa proposti, mi sono convinta che l'ordinazione delle donne al sacerdozio
ministeriale è la cartina di tornasole che permetterà di
verificare se esse siano riconosciute come persone pienamente umane e
pienamente create a immagine divina.
In
realtà nella storia della dottrina cristiana l'attribuzione dell'«
immagine divina » fin dal momento della creazione all'umanità
femminile in quanto tale è un fenomeno assai recente.
L'adattamento alla cultura postpatriarcale, avvenuto nel ventesimo secolo, ha
avuto un tale successo che oggi molti credono che già nella Bibbia stia
scritto, letteralmente, che le donne sono a immagine divina! Al
contrario, quest'esegesi innovativa ha come punto di partenza quello che io
chiamo il « femminismo patristico », che ebbe inizio con Clemente
di Alessandria e fu poi elaborato da Agostino. Nella fase più antica si
pensava che le donne diventassero equivalenti sul piano della salvezza
giungendo in Cristo alla virilità perfetta, ossia « diventando
maschi ». Dal terzo al quinto secolo questo privilegio « virile
» viene anticipato al momento della creazione, limago Dei
viene definita come asessuata, e in tal modo le donne possono venire
considerate simili a Dio nonostante la loro femminilità non
teomorfa. Per contro, la precedente definizione dell'immagine divina come
caratteristica che si trova fin dal momento della creazione solamente nell'uomo
continua a sopravvivere nella tipologia tradizionale del nuovo Adamo e della
nuova Eva. Qui l'asimmetria di genere tipica della concezione androcentrica
viene trasposta dalla prima coppia umana all'ordine della salvezza. Adamo a
immagine divina prefigura Cristo, il quale come nuovo Adamo e divino Redentore
si incarna nella virilità perfetta; Eva invece, che non è in
sé portatrice di tale immagine, prefigura la Chiesa/Maria, la quale come
nuova Eva rappresenta l'umanità dipendente, e perciò ginecomorfa.
Questi modelli teologici dei due sessi rimangono fondamentali nella cristologia
e nell'ecclesiologia greco-ortodossa e cattolica romana, e vengono ora invocati
come l'ostacolo fondamentale per l'ordinazione delle donne.
A mio
parere, il vicolo cieco in cui si trova attualmente la maggioranza
non-protestante dei cristiani con il suo rifiuto di ordinare le donne deriva
dal sostenere contemporaneamente due opinioni dottrinali
inconciliabli: da un lato la primitiva tipologia androcentrica e
dall'akro limago Dei olistica tipica del ventesimo secolo. Per
formulare sinteticamente il problema: le donne, create a immagine divina, sono
ritenute inadatte a essere sacerdoti a immagine di Cristo. Mi sembra importante
osservare che questa incoerenza logica è un aspetto nuovo della
dottrina cristiana; fino a qualche decennio fa la gerarchia creazionale
esistente tra i sessi veniva coerentemente definita come voluta da Dio, e come
non scalfita dall imago Dei asessuata posseduta anche dalle donne.
Prima del ventesimo secolo il concetto di una femminilità teomorfa era
impensabile, era una contraddizione in termini, giacché il linguaggio
religioso tradizionale esclude la femmina dalla divinità. In effetti la
questione dell'ordinazione delle donne in quanto persone umane
pienamente a immagine divina fu posta per la prima volta verso la metà
del ventesimo secolo. Le sacerdotesse più o meno « eretiche
», menzionate genericamente nella storia della Chiesa, sembrano avere
funzionato come tali nonostante la loro femminilità, rendendo
operativa già in questo mondo l'equivalenza defemminilizzata
della salvezza.
Analogamente, gli argomenti tradizionali contro l'ordinazione delle donne
presuppongono la gerarchia creazionale tra i sessi come normativa sia nella
Chiesa sia nella società. Quando questo armonico modello teologico e
sociologico fu sconvolto dall'attuale crollo della cultura androcentrica, si
vollero conservare le conclusioni, nonostante l'abbandono delle premesse. Oggi
non si riconosce più il fondamento logico dell'immagine divina che
sarebbe presente primariamente nel maschio; e vengono utilizzati come ultima
risorsa i modelli tipologici del maschio e della femmina.
Dal
mio punto di vista di teologa cattolica romana femminista, credo che là
dove l'istituzione ecclesiastica erige barriere tra le donne e Dio la
situazione di stallo venuta a crearsi possa essere superata imitando
l'intenzione dei Padri della Chiesa: inserire le donne in un sistema
religioso nel quale la femminilità era assente o aliena. La graduale
inclusione dell'umanità femminile nella pienezza dell'immagine divina e
perciò nella pienezza delle potenzialità religiose, realizzata
modificando storicamente l'interpretazione della Scrittura secondo l'evolversi
della tradizione cristiana, è un modello di continua inculturazione. (1)
2.
La tradizione inculturata
In
realtà l'interpretazione biblica del secolo ventesimo applica tre
strategie inclusive, tutte ereditate dall'esegesi patristica:
La differenziazione sessuale espressa in Gen 1,27b, « maschio e
femmina li creò », viene staccata dal versetto
immediatamente successivo che riguarda la benedizione della fecondità
(Gen 1,28) e viene invece collegata con i precedenti versetti che parlano
dell'immagine divina, e cioè con Gen 1,26-27a: « Facciamo l'uomo a
nostra immagine, a nostra somiglianza... Dio creò l'uomo a sua immagine,
a immagine di Dio lo creò ».
Si stende un velo sopra l'argomentazione di Paolo 1 Cor 11,7,
riguardante l'esclusiva immagine divina dell'uomo: L'uomo non deve coprirsi il
capo, poiché egli è immagine e gloria di Dio; la donna invece
è gloria dell'uomo ». Qui il passo di Gen 1,26-27a è inteso
come riferimento alla creazione di Adamo dalla polvere del suolo e
all'insufflamento dell'alito vitale nelle sue narici (Gen 2,7). In 1 Cor 11,8-9
Paolo afferma la precedenza teomorfica dell'uomo fondandosi sulla formazione
derivativa di Eva dalla costola di Adamo, come « aiuto a lui simile
» (Gen 2,18.21.23).
Il versetto di Gal 3,28: « non c'è più uomo
né donna, poiché tutti voi siete uno (collettivamente maschio) in
Cristo Gesù », che cita, negandolo, quello di Gn 1,27b, viene
interpretato come uninclusione delle donne, anziché come
unabolizione della femminilità. È degno di nota il
fatto che questo passo paolino presenta una combinazione tra il ritorno a una
perfezione creazionale, definita come presessuale, e il raggiungimento,
nella salvezza, dello statuto di figlio, simile a Cristo, nell'integrità
maschile.
Il
cristianesimo parte da quella che io chiamo « democrazia redenzionale
», nella quale sia gli uomini che le donne sono salvati in Cristo.
Poiché il Figlio di Dio si incarna in una natura umana perfetta, ossia
in un'immagine divina maschile, la parità delle donne nell'ordine della
redenzione comporta che esse raggiungano una maschilità simile a
quella di Cristo, come è detto in Ef 4,13: « finché
arriviamo tutti all'unità della fede e della conoscenza del Figlio di
Dio, allo stato di uomo (anér) perfetto, nella misura che
conviene alla piena maturità di Cristo ». L'antico tema cristiano
del « divenire maschio », come prerequisito e conseguenza della
conformità redentiva con il nuovo Adamo, Cristo, viene espresso
sinteticamente nell'ultimo lógion, il 114, del Vangelo di
Tommaso: « Simon Pietro disse loro, che Maria (di Magdala) si
allontani da noi, perché le donne non sono degne della Vita .
Gesù disse: Io stesso la guiderò per renderla maschio,
affinché anche lei possa diventare uno spirito vivente (cf. Gn 2,7),
simile a voi maschi. Perché ogni donna che si farà maschio
entrerà nel regno dei cieli ». Il tema della « donna
trasformata in maschio », talvolta accantonato come « eterodosso
», è invece del tutto logico se considerato come derivante da una
mescolanza cristocentrica di figliolanza (maschile) divina e di virilità
teomorfa. In effetti lo si trova più spesso nelle fonti cristiane che in
quelle gnostiche.(2)
L'antropologia teologica più antica definisce il primo maschio umano
come prototipo teomorfo, combinando Gen 1,26-26a con Gen 2,7. La creazione di
Eva, narrata in Gen 2,18,21--23, viene regolarmente messa in relazione con la
benedizione della fecondità di cui in Gen 1,28, e non con il
privilegio teomorfico. La tradizionale tipologia di Adamo-Cristo ha inizio con
Rm 5,14: « Adamo, il quale è figura (typos) di colui che
doveva venire (Cristo) ».
Il
correlativo simbolo nuziale di Cristo e della Chiesa in Ef 5,32, cf. 2 Cor
11,2, viene ampliato da Giustino (ca. 165), Ireneo (ca. 200) ed Ambrogio (397)
in termini di una coppia di salvezza: Cristo - il nuovo Adamo e Maria/Chiesa -
la nuova Eva. Qui la maschilità teomorfa è una premessa evidente,
che ha come corollario l'esclusione della femminilità a livello divino.
È essenziale notare che questo simbolismo nuziale, trasferito all'ordine
della salvezza, aggrava la subordinazione patriarcale di Eva, in quanto tratta
da Adamo, dopo di lui e per lui. La prima coppia è
formata da un elemento autonomo e da uno derivato, ma entrambi sono creature;
per contro, la coppia redentiva presenta un Signore divino, supremo, e
l'umanità come sua sposa sottomessa. Quando la femminilità
inferiore di Eva serve come similitudine per esprimere la dipendenza
umana dall'onnipotenza divina, viene di fatto ad essere rafforzata la
condizione creazionale sub-maschile delle donne.
Poiché la trasformazione delle donne in una virilità perfetta a
somiglianza di quella di Cristo è riservata all'ordine della salvezza,
questo tema è inapplicabile come espediente inclusivo già dal
momento della creazione. Data la fondamentale incompatibilità
giudeo-cristiana tra divinità e femminilità, la rivoluzionaria
mossa patristica che, partendo da una somiglianza divina affermata
esclusivamente sul piano della redenzione arriva a un imago Dei
che possa venire parimenti attribuita anche alle donne, viene effettuata
mediante una definizione asessuata del privilegio teomorfico. Qui
l'immagine divina viene collegata con l'anima umana spirituale e razionale,
ritenuta asessuata. Questa strategia è inventata da Clemente di
Alessandria (ca. 215), che a quanto mi consta è il primo autore a
collegare Gen 1,27b con il precedente testo relativo all'immagine (Gen
1,26-27a), al fine di poter includere le donne nell'umanità teomorfa fin
dal momento della creazione. È sempre Clemente a dare inizio a quella
che io chiamo la « falsificazione femminista » di Gal 3,28,
utilizzando l'elemento presessuale del testo per assicurare il privilegio
teomorfico delle donne. Nondimeno la fondamentale incompatibilità tra
divinità e femminilità non viene contestata da questa definizione
asessuata dell'immagine divina, correlata con un concetto metasessuale della
divinità. Ne segue che la somiglianza divina viene attribuita alle donne
nonostante la loro femminilità inferiore, cosicché la
gerarchia creazionale tra i due sessi permane sia nella Chiesa che nella
società.
Agostino è il primo autore che affronta direttamente il versetto
di 1 Cor 11,7, affermando che anche le donne sono create a immagine
divina. Si noti che l'esegesi patristica intende sempre questo testo come
un'affermazione letterale dellesclusiva somiglianza divina degli
uomini. Il dilemma esegetico di Agostino scaturisce dalla sue interpretazione
inclusive dell'umanità teomorfa, che si rifà al nesso tra Gen
1,26--27a e 27b stabilito da Clemente. Agostino, rifiutandosi di accettare la
negazione paolina dell'immagine divine nella donna, si rifugia in un'esegesi
allegorica. Perciò egli neutrálizza 1 Cor 11,7 interpretando il
termine paolino mulier nel senso di una ragione umana inferiore,
che non è a somiglianza divine, mentre la ragione umana
superiore viene raffigurata dal vir teomorfo. Qui il principale
testo probante di Agostino è Gal 3,28, correttamente inteso nella sue
combinata parità presessuale e andromorfa, ma usato in maniera ancor
più illogica di quanto non avesse fatto Clemente. Al fine di affermare
l'originaria immagine divine anche nella mulier, Agostino invoca il
suddetto passo di Gal 3,28, il quale cite, negandolo, quello di Gen 1,27b, e
college 1'homo di Gen 1,26-27a allafemina di 27b.(3) In questa
definizione inclusive dell imago Dei, sotto la mascheratura
maschile, rimane la tradizionale incoerenza di fondo tra divinità e
femminilità. Anzi l'argomentazione di Agostino non fa che acuire il
conflitto tra la somiglianza divine razionale e la femminilità
inferioreuna spaccatura che non esiste nei maschi umani, nei quali la
superiorità creazionale è conforme all'eccellenza teomorfica.
L'anticipazione fatta da Agostino dell imago Dei nella donna
dall'ordine della salvezza a quello della creazione dissocia la
parità spirituale dalla sottomissione femminile, cosicché la
subordinazione delle donne nella Chiesa e nella società permane come
voluta da Dio.(4)
Questo strenuo inserimento delle donne nell'umanità teomorfa ricompare
nel dibattito tenuto nel sinodo provinciale di Macon (585) riferito dal vescovo
Gregorio di Tours. La maggioranza dei vescovi che diede voto favorevole per
definire la femina/mulier come homo fa riferimento al
collegamento agostiniano tra i versetti di Gen 1,26-27a e il 27b.(5) D'altra
parse l'interpretazione medioevale è influenzata dall'esegesi
rigidamente androcentrica del cosiddetto Ambrosiaster, purtroppo tramandata
attribuendola ad Ambrogio o ad Agostino.(6) Attivo a Roma attorno al 370-380,
questo autore non identificato, attingendo esplicitamente a 1 Cor 11,7, mette
in risalto l'assenza dell'immagine divine nella donna dalla creazione.
L'Ambrosiaster definisce limago Dei creazionale nei termini della
posizione unica di Adamo come prototipo umano che imita Dio come origine
dell'universo: un Dio simile all'uomo (maschio) crea un uomo simile a Dio. La
priorità creative di Dio è così rispecchiata dalla
causalità carnale di Adamo come origine di tutta la razza umana, Eva
compresa. Di conseguenza Adamo trasmette il proprio privilegio teomorfico a
tutti i maschi umani, mentre tutte le feminine umane ereditano la
subalternità derivata di Eva. I testi dell'Ambrosiaster sono
regolarmente citati nel diritto canonico medioevale al fine di corroborare la
condizione subalterna delle donne nella Chiesa e nella società. Tali
test), che sopravvissero nel Corpus Juris Canonici (1582), funzionarono
fino al Codex del 1917.(7)
Combinata non senza disagio con l'inclusività asessuata propugnata da
Agostino, limago Dei maschile dell'Ambrosiaster viene trasformata
nell'esegesi medioevale per affermare che gli uomini sono teomorfi anzitutto a
motivo della loro precedenza creazionale; principaliter, ma non
esclusivamente. In questa versione, la comparazione del teocentrismo con
l'androcentrismo viene riproposta nell'antropologia della Scolastica.
Perciò Bonaventura afferma che l'immagine divina, nella sua essenza,
è uguale nell'uomo e nella donna, benché sia accidentalmente
maggiore nell'uomo a motivo della sua maschilità esemplare.(8) La
variante meno sofisticata fatta da Tommaso d'Aquino del parallelo
dell'Ambrosiaster tra monoteismo e monogenismo fa riferimento a 1 Cor 11,7:
« Sed quantum ad aliquid secundarium imago Dei invenitur in viro secundum
quod non invenitur in muliere; nam vir est principium mulieris et finis, sicut
Deus est principium et finis totius creaturae ».(9)
Sfortunatamente la mescolanza medioevale tra fonti agostiniane e
pseudo-agostiniane pone un limite al « femminismo patristico ».
Tale regresso appare evidente negli argomenti scolastici contro l'ordinazione
delle donne al sacerdozio ministeriale. L'uso che Tommaso fa della
socio-biologia aristotelica, allora considerata molto aggiornata, rende
inutilizzabile la sua spiegazione dell'inferiorità femminile ai fini
dell'attuale difesa di un sacerdozio maschile; tale spiegazione viene
perciò abbandonata.(10) Per contro si ripete tuttora l'affermazione di
Bonaventura che la femminilità impedirebbe la rappresentanza di Cristo.
Il ragionamento di Bonaventura, che egli ritiene probabilior, dimostra
per l'appunto il nesso logico fra la tipologia androcentrica e la
femminilità nonteomorfa. Egli si appella a 1 Cor 11,7 nel senso
dell'esclusiva somiglianza divina degli uomini in quanto maschi. Il
requisito della maschilità per l'ordinazione sacerdotale, sia de
jure che de facto, consegue dalla precedenza creazionale degli
uomini. Il loro sesso maschile esemplare riflette l'eccellenza dell
imago Dei umana asessuata: « Item, nullus est possibilis ad
ordines suscipiendos nisi qui Dei gerit imaginem, quia in hoc sacramento homo
quodam modo fit Deus sive divinus, dum potestatis divinae fit particeps; sed
vir ratione sexus est imago Dei; sicut dicitur primae ad Corinthios undecimo:
ergo nullo modo mulier potest ordinari ». Perciò le femmine
subordinate sono incapaci di rappresentare Cristo mediatore, che si
incarnò nel sesso primario, ossia in quello maschile: « Et si
quaeritur ratio huius dicendum, quod hoc non venit tam ex institutione
Ecclesiae quam ex hoc, quod eis non competit ordinis sacramentum. In hoc enim
sacramento persona, quae ordinatur, significat Christum mediatorem; et quoniam
mediator solum in virili sexu fuit et per virilem sexum potest significari:
ideo possibilitas suscipendi ordines solum viris competit, qui soli possunt
naturaliter repraesentare et secundum characteris susceptionem actu signum
huius ferre ».(11)
L'incapacità delle donne di essere mediatrici cultuali tra Dio e
l'umanità deriva dall'assenza in loro della somiglianza divina in
quanto femmine. Creazionalmente teomorfe nonostante il loro sesso derivato,
le donne sono incapaci at rappresentare come sacerdoti la perfezione della
maschilità di Cristo. Rimane fondamentale la tradizionale
disparità tra divinità e femminilità, che è
dimostrata nel modo più evidente dallimpedimentum sexus,
ossia dalla deficienza congiunta fisica e simbolica delle donne, derivante
dalla loro femminilità secondaria e subordinata. Nella dottrina
patristica la tipologia androcentrica corrisponde al tema antico della
maschilità cristomorfa, dove le donne diventano simili a Cristo sul
piano della salvezza mediante un rovesciamento di genere. La definizione
asessuata dell imago Dei compare solo più tardi e viene
utilizzata per inserire le donne nell'immagine divina fin dalla creazione,
nonostante la loro femminilitànon-teomorfa Questi due temi continuarono
a coesistere nella tradizionale antropologia teologica, ma senza un legame
esplicito. La nuova sintesi di Bonaventura è particolarmente
importante perché egli, nell'argomentare sia a favore dell
imago Dei asessuata sia contro l'ordinazione delle donne al
sacerdozio, combina chiaramente i due temi, che sono logicamente incoerenti.
Qui la tipologia cristocentrica viene usata come espediente limitativo, che
rende le donne incapaci di rappresentare l'umanità incarnata e la
divinità redentrice di Cristo. La loro incapacità cultuale viene
così spiegata in termini che fanno riferimento al fatto che esse, in
quanto femmine, mancano della possibilità di rappresentare la
qualità, data loro da Dio, di immagine divina, che prescinde dal sesso.
Invece negli uomini il loro sesso maschile, che è quello primario,
è in grado di simboleggiare sia la loro asessuata immagine divina nella
forma maschile, sia la perfetta maschilità di Cristo; e ciò li
rende capaci di condividere il potere divino come sacerdoti.
Questa breve panoramica della tradizione inculturata illustra le tre fasi
principali attraverso le qualiè passata l'inclusione delle donne
nell imago Dei umana
Il monismo androcentrico, nel quale soltanto gli uomini sono teomorfi
fin dalla loro creazione, mentre le donne pervengono soltanto nell'ordine della
salvezza a una virilità che le fa simili a Cristo.
Un imago Dei asessuata, che si presenta nella forma
maschile e che può essere attribuita alle donne già dal momento
della creazione, benché la femminilità non sia teomorfa.
Il monismo olistico, nel quale sia le donne che gli uomini sono definiti
come creati pienamente a immagine e somiglianza divina in quanto esseri
umani di genere maschile o femminile.
Riassumendo, si può dire che la tipologia androcentrica corrisponde alla
prima fase. I modelli tipologici di genere sopravvivono per tutta la seconda
fase, combinando la somiglianza divina asessuata con l'eccellenza andromorfica.
Questa trasposizione della gerarchia tra i due sessi dalla creazione alla
salvezza è in contraddizione con la terza fase, quella attuale, e
perciò diventerà obsoleta.
3.
L'interpretazione femminista
La
teologia del ventesimo secolo estende la mossa rivoluzionaria dei Padri della
Chiesa che anticiparono la parità dal piano della redenzione a quello
della creazione, e fa appello all'equivalenza umana per abolire le strutture
gerarchiche di razza, classe e genere. Le teologhe femministe di solito
equiparano i mali del razzismo, classismo e sessismo, che devono tutti essere
superati dalla liberazione cristiana. Questo accomunamento implica una mancanza
di senso storico, perché la teologia tradizionale ha sempre sostenuto
che la gerarchia tra i due sessi era stata voluta da Dio fin dalla creazione, e
solo recentemente ha smesso di considerarla normativa per la società.
Invece l'etnocentrismo giudaico venne abbandonato quando il cristianesimo
si diffuse nel mondo greco-romano. La schiavitù poi non fu mai
considerata come facente parte dell'ordine della creazione, ma era accettata
come necessaria conseguenza del primo peccato, da eliminare quando
economicamente fattibile. Per contro il sessismo inerente nell'idea di un
primato del maschio nell'ordine della creazione fu unanimemente definito come
voluto da Dio. La finalità delle donne in quanto esseri umani
femminili veniva interpretata esclusivamente in termini del loro ruolo
inferiore nella procreazione. Questo fondamentale maschiocentrismo è
espresso sinteticamente da Agostino là dove dice che sia per il lavoro
che per l'amicizia un altro maschio umano (masculus) sarebbe stato per
Adamo un compagno più congeniale. In- effetti questa giustificazione
tradizionale per l'esistenza della donna viene ripresa nelle recenti
esortazioni magisteriali che indicano la maternità come sua vocazione
primaria.
Da un
punto di vista del ventesimo secolo, l'asimmetria di genere androcentrica viene
respinta come offensiva per le donne. È importante ricordare che nella
prospettiva patristica e medioevale tale situazione era ribaltata, in
quanto la parità delle donne nell'ordine della salvezza era conseguenza
dell'innalzamento, effettuato da Dio, di una femminilità subordinata,
accettata a priori come tale, fino al livello pienamente umano della
perfezione maschile o asessuata. Di conseguenza l'anticipazione patristica
della somiglianza divina delle donne fin dal momento della creazione
costituisce la base indispensabile per il femminismo creazionale.
Un
punto principale per la critica femminista della teologia tradizionale è
la fondamentale interazione tra la divinità andromorfa e la
maschilità teomorfa, con la conseguente spaccatura tra la
divinità e l'umanità femminile. Questa inculturazione patriarcale
del linguaggio relígioso cristiano determina tuttora il quadro di
riferimento dottrinale e simbolico. Dio è descritto in maniera
schiacciante come una figura maschile o metasessuale. La tipologia
androcentrica continua ad essere fondamentale nella cristologia, ecclesiologia
e mariologia. Ne consegue che il recente crollo dell'egemonia maschile nella
civiltà dell'Europa occidentale e dell'America del nord costituisce la
più grande sfida mai portata nella storia della Chiesa alla teologia e
alle istituzioni ecclesiastiche. Per assicurare la sopravvivenza del
cristianesimo in una cultura postpatriarcale è necessaria una completa
riformulazione del linguaggio e del simbolismo religioso. In tale
processo la teologia patristica può servire da modello per una nuova
inculturazione. Si può imitare l'intenzione dei Padri della Chiesa
di esprimere la loro esperienza di Dio in termini comprensibili per la gente
dei loro paesi e della loro epoca. Per contro gran parte del contenuto
dottrinale patristico non è più utilizzabile, proprio a causa
della sua ben riuscita inculturazione formulata con presupposti antropologici
ora superati. Perciò la tenace ripresa delle antiquate
conclusioni dei Padri della Chiesa è contraria a una convalida degli
aspetti sani della dottrina patristica, sana doctrina.
Molte
teologhe femministe si sforzano di rinnovare la teologia cristiana appellandosi
ad alcune parti della Scrittura per scopi di liberazione. Questo approccio
esegetico, che io chiamo di una « sola pars Scripturae » mi sembra
piuttosto futile. Come storica delle idee io trovo che la Bibbia canonica debba
essere affrontata in toto, poiché la sue globalità
androcentrica predominante ha determinato la formazione del cristianesimo. Sono
anche in disaccordo con buona parse della teologia femminista che considera la
base del linguaggio religioso cristiano meno maschiocentrica della sue
successive interpretazione patristica e medioevale. Dal mio punto di vista di
storica della dottrina, non posso avallare i vari tentativi di consolidare la
qualità di immagine divine della donna, e quindi la sua piena
capacità religiosa, mediante il ricorso alla sola Bibbia, sola
Scriptural Al giorno d'oggi, in cui ci avviamo alla fine del ventesimo
secolo, le diverse varianti della dottrina e del simbolismo giudeo-cristiani
sono ormai state espresse nell'arco di tre millenni, e sono state inculturate
in contest) socio-culturali mutevoli: in quello ebraico, greco, romano,
celtico, germanico e, molto recentemente, nord- e sudamericano. Dal punto di
vista della teologia storica io considero sia la Scrittura sia là
Tradizione come parti di un medesimo processo di rivelazione continua.
Nicolò Cusano ( 1464), cardinale del Rinascimento e precursore della
moderna sociologia della conoscenza, definì quest'interazione
rivelatoria tra il Creatore e la creazione come lo svolgimento nel tempo
(explicatio) delleterna inclusione di tutto (complicatio)
di Dio. Cusano si servì di quest) termini per esprimere la sue
intuizione fondamentale, quella della docta ignorantia, ossia che
tutta l'esperienza umana del divino è necessariamente
congetturale, perché è determinate da circostanze storiche
continuamente mutevoli. Incentrato su Cristo, questo continuo dialogo tra Dio e
l'umanità viene condotto come rivelazione incarnata, ossia in
maniera comprensibile per gli esseri umani, humano modo.(13)
Da un
punto di vista femminista è problematica la modalità «
umana » della Scrittura e della tradizione cristiana, nel senso che
queste esprimono l'esperienza maschile del diving, e perciò sono state
formulate con un linguaggio che parla del diving al maschile. I pochi scritti
di donne sopravvissuti nella tradizione cristiana sono stati controllati,
selezionati e trasmessi da un'autorità ecclesiastica maschile. Donne
indipendenti e/o devianti venivano normalmente represse, condannate e perfino
bruciate sul rogo, come Marguerite Porete nel 1310. Gli attuali Women's
studies stanno ore riportando alla luce il ricordo di queste precorritrici
creative e coraggiose, stimate come costruttrici di un linguaggio « al
femminile » per esprimere il divino.(14)
Io
apprezzo molto gli sforzi recentemente compiuti per rintracciare l'antica
storia delle donne cristiane, prima, durante e dopo la redazione dei testi
neotestamentari.(15) Molte fonti riguardanti l'esistenza delle donne sono state
distrutte, nascoste, manipolate o sono tuttora neglette. Nondimeno,
conformemente al mio modo di concepire la rivelazione divine come qualcosa che
si va dispiegando e come un evento che continua, come una revelatio
continua, non posso condividere l'esigenza di corroborare l'equivalenza
delle donne postulando una loro maggiore influenza o maggiore libertà
nella cristianità primitive. Questa sorta di « sogno di
un'età dell'oro » coinvolge molte teologhe femministe, che
ripetono il metodo, proprio del Medioevo e del Rinascimento, di denunciare gli
abusi nella Chiesa riferendosi a un'ipotetica integrità antica, alla
Ecclesia primitiva. Ancor meno utile mi pare l'attuale appello
femminista a testi marginali, come la letteratura apocrifa o materiale
più o meno « eterodosso »; infatti la maggior parse di
queste fonti ripete o accentua l'inserimento delle donne in una perfezione
umana maschile o asessuata mediante un rovesciamento di genere, ossia
nonostante la loro femminilità.(16)
A mio
avviso, una teologia femminista utile deve ispirarsi alla concezione cattolica
romana del legame tra Scrittura e Tradizione, e deve essere guidata dalla
credenza greca ortodossa nell'azione cello Spirito Santo nella storia umana.
Entrambe le concezioni presuppongono quella che io chiamo « antropologia
ottimistica », nel senso che la creazione non è totalmente
alienate dopo il peccato originale e che la redenzione si compie mediante
uninterazione divine e umana. La dottrina dei Padri greci
dell'umanità incarnate e risorta di Cristo come cause dell'interezza
umana a immagine divine, della theosis, ha un valve esemplare per il
linguaggio religioso femminista. Spogliata delle sue connotazioni cultural) di
una virilità perfetta e di un'eccellenza asessuata, quest'antropologia
patristica può rappresentare un ponte per valicare l'abisso esistente
tra divinità e femminilità, conformandosi all'attuale definizione
olistica dell imago Dei presente negli esseri umani. Quando donne
e uomini sono considerati tutti teomorfi, allora, analogamente la
Divinità deve essere descritta con metafore sia femminili che maschili.
Qui possono venire ampliate e sviluppate le rare e atipiche metafore femminili
che già si trovano nella Bibbia e nella Tradizione.(17) Quando la
totalità divine viene espressa in termini di interezza, i modelli
androcentrici dei due generi diventano privi di senso e perciò perdono
ogni significato nella dottrina e nel simbolismo cristiani.
1. A
cura di K.E. BÖRRESEN, Image of God and Gender Models in
Judaeo-Christian Tradition, Oslo 1990.
2. K.
VOGT Divenire maschio: Aspetti di unantropologia cristiana primitiva,
« Concilium » 6/1985, 102-118.
3.
De Genesi ad litteram 3,22. De Trinitate 12,7,10,12.
4.
K.E. BÖRRESEN, Natura e ruolo della donna in Agostino e Tommaso
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5.
Historia Francorum 8,20.
6. K
E BÖRRESEN, Imago Dei, privilège masculin? Interprétation
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Augustinianum » 25 (1985) 213-234.
7.
Decreti II, C. 33, 5, 13, 17, 19; CIC, cann. 1254-56.
8.
Sententiarum 4,16,2,2.
9.
Summa Theologiae, I,93,4, ad 1.
10.
Supplementum 39,1. 39,3, sed contra, ad 4.
11.
Sententiarum 4,25,2,1.
12.
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NICOLAUS CUSANUS, De pace fide,Opera 7, Hamburg 1959. K.E.
BÖRRESEN, Nicolas Cusanus dialog. De pace fide), Om trosfreden,
Oslo 1983.
14.
K.E. BÖRRESEN, Women's Studies of the Christian Tradition, in R.
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15.
E. SCHÜSSLER FIORENZA, In memory of Her, New York - London 1983.
16.
J.J. BUCKLEY, Female Fault and Fulfilment in Gnosticism. Chapel Hill, NC
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17.
K.E. BÖRRESEN, Christ notre mère. La théologie de
Julienne de Norwich, in Mitteilungen und Forschungs--Beiträge der
Cusanus Gesellschaft 13 (1978),320--329; ID., L 'usage patristique des
métaphores féminines dans le discours sur Dieu, « Revue
théologique de Louvain », 13 (1982),205--220; ID., God's Image,
Man's Image7 Female Metaphors descrihing God in the Christian Tradition,
« Temenos », 19 (1983), 17--32.
Molto links all'interno delle pagine sono in via di
traduzione. Possono essere lette nella versione originale in inglese o
in francese.
Abbiamo una collezione dei documenti interessanti
sul tema dellordinazione delle donne diacono.
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Nè Eva,
nemmeno Maria
Lordinazione
sacerdotale delle donne nella Chiesa cattolica
Autore: J. Wijngaards
Edizioni La Meridiana 2002,
via G.
Di Vittorio, 7 - 70056 Molfetta (BA) - tel. 080/3346971
pagine: 232; ISBN:
88-87507-63-5; Prezzo: Euro 15,00.