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La non-ordinazione delle donne:
tradizione
o semplice fatto storico?
Alcune osservazioni metodologiche
di Hervé Legrand
Donna e Ministero a cura di Cettina Militello. Editizioni
Dehoniane, 1989, pp. 205-244.
Traditio perpetuo servata? Ecco una buona domanda da porre a un teologo
cattolico in questo colloquio ecumenico. Certo, nessuno lo contesta, la Chiesa
cattolica non ha mai ordinato donne al presbiterato o all'episcopato. Ma quale
dignità teologica deve riconoscere il teologo a tale astensione? Se
un'usanza è durata dai tempi apostolici fino ai nostri giorni,
ciò basta per riconoscervi una Tradizione nel senso forte della parola,
che quindi rivela la volontà di Dio per la Chiesa?
Evidentemente si dovrebbe rispondere di sì se fosse possibile
identificare la Tradizione con la storia della Chiesa; ma è ben noto che
tale identificazione si oppone alla dottrina cattolica più comune,
secondo la quale la Rivelazione si è chiusa con la morte dell'ultimo
degli Apostoli (1). La non-ordinazione delle donne fa parte della Tradizione
solamente se ha un fondamento nella Scrittura stessa almeno nel periodo
apostolico contemporaneo alla Rivelazione poiché è necessario
poterla mettere in relazione con la volontà di Cristo conosciuta almeno
in tal modo (2).
Al
teologo cattolico l'indagine, dunque, si impone. Essa tuttavia sarebbe
superflua se il magistero della Chiesa avesse già deciso autorevolmente
la questione. Di conseguenza il primo compito sarà quello di verificare
se esista un insegnamento definitivo su questo punto. I nostri colleghi delle
altre Chiese saranno certamente interessati a questa verifica, e la discussione
sull'argomento permetterà loro anche di misurare il consenso esistente a
tale proposito fra i teologi cattolici qui presenti.
Superata questa prima tappa, bisognerebbe considerare direttamente
l'ordinazione delle donne all'ufficio pastorale. Con il termine « ufficio
pastorale » si intenderà sempre, in questa relazione, il ministero
presbiterale ed episcopale. Non prenderò perciò in esame la
questione, pur importante, dell'ordinazione delle donne al diaconato. E
ciò per due ragioni; anzitutto perché il nostro collega
dell'Università di Atene, il professor Evangelos Theodorou, è un
eminente specialista di tale questione che, per la comune Tradizione, si pone
in maniera identica sia alla Chiesa cattolica che alla Chiesa ortodossa; e poi
perché è evidente che è l'apertura dell'ufficio pastorale
alle donne a costituire oggi un contenzioso sempre maggiore. E quindi
necessario affrontare prioritariamente quest'ultimo problema.
I
termini del dibattito, ormai familiari al pubblico teologico, a mio avviso
comportano i seguenti punti di passaggio obbligati, che saranno oggetto di
altrettanti capitoli di questa relazione:
la prassi di Gesù e quella della Chiesa apostolica contengono
indicazioni tali da escludere le cristiane dall'ufficio pastorale?
qualora Cristo non si sia pronunciato, esistono nelle affermazioni della
Scrittura sull'antropologia dell'uomo e della donna enunciati tali per cui le
donne non potrebbero esercitare l'ufficio pastorale senza violare l'ordine
della creazione e tradire la vocazione data loro da Dio?
infine, secondo la Tradizione apostolica, l'ufficio pastorale avrebbe un
contenuto teologico tale per cui le donne non potrebbero esercitarlo senza
vanificarne la significazione?
È lo stato attuale della discussione teologica nella propria Chiesa, e
non soltanto la pressione proveniente dal dialogo ecumenico, che obbliga il
teologo cattolico a procedere così.
Naturalmente, quale che sia la sua confessione, nessun teologo, anche
specializzato, può essere padrone dell'insieme delle discipline e ancor
meno dei dati necessari per chiarire un dibattito tanto vasto, per il quale si
fa appello non solo all'esegesi, alla teologia fondamentale, alla dogmatica, ma
anche all'insieme delle scienze umane (la storia in tutte le sue branche, la
sociologia, la psicanalisi (3) ecc...). L'onestà intellettuale mi
obbliga a confessare che io non possiedo tutte queste competenze: tutt'altro.
Mi obbliga altresì a fare una scelta: quella di porre l'accento su
alcune question) di metodo. Infatti non è detto che al termine di questo
Colloquio qualcuno di noi avrà cambiato opinione sul tema che stiamo
trattando; ma dovremo auspicare, prima di separarci, di vedere più
chiaramente come si pone la questione e a quali criteri devono attenersi le
risposte. Se anche non riusciremo a raggiungere un accordo sulla
questionecosa praticamente impossibilenon potremmo raggiungere un
consenso sempre maggiore su come porla in modo adeguato? In ogni cave questo
è il risultato positivo che io personalmente mi aspetto da questo
Colloquio.
I.
L'attuale insegnamento cattolico sull'ordinazione delle donne agli uffici
pastorali e il suo grado di autorità
Dall'inizio degli anni 70 le autorità cattoliche sono state condotte a
confermare l'uso della non-ordinazione delle donne agli uffici pastorali e a
riaffermare la fondatezza delle ragioni.
Ciò venne fatto indirettamente con il Motu Proprio «
Ministeria Quaedam » del 15 agosto 1972 che, sopprimendo gli ordini
minori, instaurava al loro posto i ministeri istituiti di accolito e di lettore
per i futuri chierici (4). Infatti mentre a questi due ministeri furono ammessi
anche i laici cristiani, una disposizione esplicita ne escludeva le cristiane.
Siccome parecchie donne cattoliche esercitavano di fatto il ministero di
lettore nelle assemblee domenicali, e hanno continuato a farlo anche dopo, nel
documento sopra citato si deve scorgere un'indicazione che a quella data la
Santa Sede non intendeva favorire l'accesso delle donne a nessun tipo di
ministero liturgico ufficiale.
La
Dichiarazione sull'ammissione delle donne al sacerdozio ministeriale (5)
della Congregazione per la Dottrina della Fede rappresenta, invece, una presa
di posizione diretta sulla questione, senza dubbio la prima della storia ad
essere tanto esplicita. È anche il documento al quale finora è
opportuno fare riferimento; infatti il canone 1024 del nuovo Codice di diritto
canonico entrato in vigore successivamente non fa che riprodurre letteralmente
il canone 968, §1 del precedente Codice del 1917. Nella sue corrispondenza
con l'arcivescovo Runcie (20 dicembre 1984) (6) papa Giovanni Paolo II rimanda
brevemente alla « Inter Insigniores ». Ugualmente nella sue
importante Lettera apostolica « Mulieris Dignitatem » del 1
ottobre 1988, dove soltanto di passaggio egli tocca la questione
dell'ordinazione delle donne, Giovanni Paolo II dà una spiegazione che
conferma la Dichiarazione « Inter Insigniores », facendo
alla fine del paragrafo 26 una breve osservazione a proposito del sacerdote che
agisce in persona Christi (7).
Se a
ciò si aggiunge che anche il cardinale Willebrands, nella sue lettera
del 17 febbraio 1986 all'arcivescovo Runcie, si base sulla « Inter
Insigniores », si può ben concludere che questa Dichiarazione
costituisce un documento di riferimento al quale ogni teologo cattolico deve
prestare attenzione.
Per
il nostro scopo occorre anzitutto precisare sia il contenuto dottriale sul
quale la Dichiarazione si pronuncia, sia il grado di autorità canonica
del suo insegnamento.
I.1.
Contenuto dottrinale della « Inter Insigniores » (8)
Il
primo obiettivo della Dichiarazione è di confermare la norma vigente:
« ... La Chiesa, per fedeltà all'esempio del suo Signore, non si
considera autorizzata ad ammettere le donne all'ordinazione sacerdotale, e
crede opportuno... di spiegare questa posizione » (2114).
Per
fondare tale norma, la Congregazione si appoggia su argomenti di valve
diseguale. Il primo è il seguente: « La Chiesa cattolica non ha
mai ritenuto che le donne potessero ricevere validamente l'Ordinazione
presbiterale o episcopale » (2115); ciò costituisce una tradizione
continua nel tempo, universale in Oriente e in Occidente (cf. 2117-2118). Pur
non escludendo, nel campo sacramentale, il potere della Chiesa di «
stabilire o modificare tutto ciò che (essa) giudica più
conveniente..., secondo il variare delle circostanze, dei tempt e dei luoghi
» (2128), si dice che in ultima analisi è la Chiesa che, per la
voce del suo Magistero, assicura, in questi vari campi, il discernimento tra
ciò che può cambiare e ciò che deve restare immutabile
» (2130). Nella fattispecie, « questa pratica della Chiesa
riveste... un carattere normativo » (2131); « una tale norma, che
si appoggia sull'esempio del Cristo, è seguita perché viene
considerate conforme al disegno di Dio per la sue Chiesa » (ib.).
Come
si arrive a tale giudizio? La Dichiarazione riconosce che « siffatte
constatazioni non forniscono un'evidenza immediate », perché
« non può bastare l'esegesi puramente storica dei testi »
(2122).
In
breve, è la tradizione che permette di vedere una norma nel fatto che la
Chiesa non ha mai ordinato donne a uffici pastorali, e tale fatto viene messo
in relazione con l'esempio di Cristo che si è astenuto dall'affidare a
donne il mandato da lui affidato ai Dodici.
È su questo punto, e su questo soltanto, che la Congregazione impegna la
sue autorità. Come si può leggere nel commento ufficiale annesso:
« Si noti la distinzione molto netta che la Dichiarazione fa tra
l'affermazione del dato, l'insegnamento proposto con autorità nei
capitol) I, II, III e IV, e la riflessione teologica che segue, per mezzo della
quale la Congregazione per la dottrina della fede cerca di « chiarire
questa regola, indicando(ne) la profonda convenienza »... « Tale
riflessione non impegna il Magistero » (il corsivo è
nostro).
Così, la Congregazione non impegna il magistero della Chiesa cattolica
in nessuna argomentazione di tipo simbolico, neppure in relazione alla formula
secondo la quale i sacerdoti, specialmente nella celebrazione dell'eucaristia,
agiscono in persona Christi capitis. La maggior parse dei commentatori
non ha prestato sufficiente attenzione a questa precisazione della
Congregazione, sfortunatamente, perché la Congregazione, pur senza
negare la validità delle argomentazioni simboliche, sembra ritenere che
esse sono da affidare alle responsabilità dei teologi; mentre, da parte
sua, non vi impegna l'autorità della Chiesa, neanche in misura minore.
1.2. Autorità dottrinale della Dichiarazione
La
« Inter Insigniores » quindi si è pronunciata su un
solo punto, ossia ha affermato soltanto che la Chiesa non si ritiene
autorizzata a ordinare donne agli uffici pastorali perché ciò non
è mai stato fatto: un dato di fatto nel quale essa scorge una norma, che
le sembra essere in rapporto con l'atteggiamento stesso di Cristo.
Ma
che autorità dottrinale ha un tale enunciato? La « Inter
Insigniores » non è una dichiarazione del papa. Dal punto di
vista canonico promana da una Congregazione romana, e pertanto non può
avere un carattere irreformabile. Certo, la Dichiarazione ha avuto
l'approvazione del papa. Il papa, come è noto, può approvare un
documento in forma specificail che gli conferisce una maggiore
autoritào semplicemente in forma communi, come quando non
viene data nessuna precisazione. Tale è lo statuto proprio della «
Inter Insigniores ».
Ogni
teologo di mestiere non può che essere sensibile alla grande
ponderazione di un documento come la « Inter Insigniores »;
essa non meritava le critiche, talvolta violente, di cui è stata fatta
oggetto. La nonordinazione delle donne viene ivi affermata come dottrina
cattolica, ma la sua normatività viene proposta con un'autorevolezza
minore. Sarebbe però imprudente trarne la conclusione che tale norma
possa essere modificata in un lasso di tempo prevedibile, o anche che subisca
una revisione in futuro.
Per
il momento le intenzioni della Santa Sede sono chiare, essa non desidera
affatto favorire un aperto di battito su questo tema nella Chiesa. Tuttavia la
riflessione scientifica dei teologi, lungi dall'essere vietata, è
piuttosto incoraggiata, in quanto il documento auspica che la dottrina proposta
venga chiarita per mezzo della analogia della fede e lascia ogni libertà
nella discussione degli aspetti simbolici della questione.
Avendo accertato che non esiste un insegnamento decisivo sulla questione,
dobbiamo ora percorrere i tre itinerari annunciati, i quali rappresentano una
verifica, anch'essa legittima, che si situa a monte: la norma della
non-ordinazione delle donne è una Tradizione che esprime la Rivelazione?
Oppure, più modestamente, sarebbe soltanto un fatto storico?
II.
La prassi di Gesù e quella della Chiesa apostolica comportano
l'esclusione delle cristiane dagli uffici pastorali?
Qui
si farà una distinzione tra il comportamento di Gesù verso le
donne e la prassi della Chiesa apostolica verso le cristiane; in tal modo si
potrà meglio scoprire in quest'ultima la volontà di essere fedele
all'esempio di Gesù, nell'affidare o negare dei ministeri alle
cristiane.
II.1.
L'atteggiamento di Gesù verso le donne: quale significato attribuire
all'assenza di donne tra i Dodici?
La
Dichiarazione « Inter Insigniores » esprime certamente il
consenso degli esegeti e dei teologi cattolici quando così descrive
l'atteggiamento di Gesù verso le donne:
« ... con grande stupore dei suoi stessi discepoli, converse
pubblicamente con la Samaritana (cf. Gv 4,27), non tiene alcun conto cello
stato di impurità legale dell'emorroissa (cf. Mt 9,20-22), fascia che
una peccatrice lo avvicini presso Simone, il fariseo (cf. Lc 7,37 ss.); e,
perdonando la donna adultera, si preoccupa di mostrare che non si deve essere
più severi verve la colpa di una donna che verve quella degli uomini
(cf. Gv 8,11). Egli non esita a prendere le distanze rispetto alla legge di
Mosè, per affermare l'eguaglianza dei diritti e dei doveri dell'uomo e
della donna di fronte al vincolo del matrimonio (cf. Mc 10,2-11; Mt 19,3-9).
Nel
suo ministero itinerante Gesù non si fa accompagnare soltanto dai
Dodici, ma anche da un gruppo di donne: « Maria di Magdala, dalla quale
erano usciti sette demoni, Giovanna, moglie di Cusa, amministratore di Erode,
Susanna e molte altre, che li assistevano con i loro bend » (Lc 8,2- 3).
In contralto con la mentalità giudaica che non accordava grande valve
alla testimonianza delle donne, come dimostra il diritto ebraico, sono tuttavia
delle donne che hanno avuto, per prime, il privilegio di vedere il Cristo
risorto, ed è ancora ad esse che Gesù affida l'incarico di recare
il primo messaggio agli stessi Undici (cf. Mt 28,7-10; Lc 24,9-10, Gv 20,11-18)
per prepararli a divenire i testimoni ufficiali della Risurrezione »
(2119-2121).
Fondandosi proprio sul singolare contralto tra l'atteggiamento di Gesù
verve le donne e quello del suo ambiente (« una rottura voluta e
coraggiosa », come è detto nel § 10), la « Inter
Insigniores » osserva che se Gesù non ha chiamato nessuna
donna a far parse del gruppo dei Dodici, ciò non può derivare da
un conformismo agli usi del tempo, poco favorevoli alle donne. Per quanto
riguarda l'atteggiamento di Gesù, il punto essenziale è questo.
Qui
gli esegeti non mancano di sollevare una questione di metodo. Essi sostengono
che l'atto stesso della costituzione dei Dodici, per quanto è possibile
coglierlo storicamente, non poteva essere determinato da una questione
riguardante il posto delle donne nel successivo ministero della Chiesa. Sarebbe
indebito interpretare quell'atto partendo da questo punto di vista; è
invece ovvio che si debba prendere come punto di partenza il suo stesso
simbolismo, che costituisce un ammonimento escatologico di Gesù per
tutto Israele. Al tempo di Gesù non restavano ormai che due tribù
e mezza; ore, i tempt escatologici dovevano vedere la ricomposizione del popolo
nell'unità. Quindi scegliendo dodici uomini Gesù annuncia che i
tempt escatologici si avvicinano, che egli viene a radunare tutto Israele
(ossia le dodici tribù), e che tutto il popolo verrà giudicato
sulla sue parole. Così i Dodici saranno i giudici escatologici, come i
dodici figli di Giacobbe (cf. Mt 19,28). La portata del gesto sarebbe state
immediatamente annullata qualora Gesù avesse incluso nel gruppo una
donna, o magari un samaritano (9).
Se si
interpreta l'istituzione dei Dodici in questa prospettiva, allora diventa
subito del tutto artificiale vedere una convergenza tra questo fatto e il fatto
che né Gesù né l'assemblea di Pentecoste abbiano aggregato
Maria ai Dodici. La presenza di una donna in quel gruppo sarebbe state
semplicemente priva di senso. Parimenti non pertinente è la questione di
sapere se, non inserendo nessuna donna nel gruppo dei Dodici, Gesù
avrebbe tenuto conto dei pregiudizi del suo tempo o al contrario li avrebbe
ignorati.
Una
seconda constatazione degli esegeti va decisamente nello stesso senso: quando
Luca storicizza la funzione simbolica ed escatologica dei Dodici, egli limita
la loro missione all'interno di Israele, dove essi sono visti come depositari
del mandato ricevuto da Gesù. Dal momento in cui i gentili cominciano ad
entrare nella Chiesa, i Dodici scompaiono dalla storia: così Giacomo di
Zebedeo, alla sue morte, non viene sostituito (At 12,1 ss.) (10)
Siamo
ore in grado di fare un'osservazione di metodo fondata. Dall'assenza delle
donne nel gruppo dei Dodici non si può trarre nessuna valida conclusione
per quanto attiene alle intenzioni di Cristo riguardo alla presenza o
all'assenza delle donne nei minister) della Chiesa.
Per
cercare di risalire alle intenzioni di Gesù relativamente ai minister),
diventa allora importante verificare se le comunità apostoliche abbiano
fatto riferimento al suo esempio nell'affidare o nel rifiutare l'esercizio dei
minister) alle donne cristiane.
II.2.
L'atteggiamento delle Chiese apostoliche sull'accesso delle donne ai
ministeri
Tutti
sono d'accordo nell'affermare che l'atteggiamento di Gesù verve le donne
è stato liberatorio. Altre constatazioni oltre a queue sopra riferite
permetterebbero di mostrare come per Gesù uomini e donne siano
partners a pari titolo nell'umanità e di fronte alla salvezza.
Mentre nel giudaismo il segno dell'alleanza di Dio con il suo popolo è
rappresentato dalla circoncisione maschile, l'entrata nella Chiesa avviene col
battesimo, sia per le donne sia per gli uomini: si tratta di un cambiamento
notevole. E ciò è stato evidentemente oggetto di riflessione;
infatti è proprio fondandosi sul battesimo che, in Gal 3,28, Paolo
proclama il superamento delle dialettiche alienanti del mondo antico:
« ... poíché quanti siete stati battezzati in Cristo, vi
siete rivestiti di Cristo. Non c'è più giudeo né greco non
c'è più schiavo né libero; non c'è più uomo
o donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo ,Gesù ».
Questa percezione espressa da Paolo si è effettivamente tradotta nella
realtà quotidiana, nella Chiesa apostolica? Ne è risultata ad
esempio una certa condivisione delle responsabilità e dei ministeri
nelle comunità? Indizi serf consentono di rispondere affermativamente a
tale domanda nel cave delle comunità paoline, e negativamente nel cave
di queue deutero-paoline. Che cosa era successo nel frattempo? Che con
l'adozione dei « codici domestici » la Chiesa si era adattata alla
culture circostante.
II.2.1. Le comunità paoline riconoscono responsabilità
ministerial) alle donne
Si
pensi a Priscilla e ad Aquila, questa coppia vicina a Paolo, designate come
« miei collaborator) in Cristo Gesù » (Rm 16,3), i quali
hanno lavorato con lui a Corinto e ad Efeso (cf. At 18,26); si pensi a Evodia e
a Sintiche, attive a Filippi (cf. Fil 4,2). Febe è detta diakonos
e prostatis a Cencre, Giunia, con suo marito Andronico, viene detta
« apostolo insigne in Cristo » (Rm 16,7) (11), mentre Maria,
Trifena, Trifosa e Perside sono citate come missionarie (Rm 16,6,12). Alcune di
queste donne hanno fatto della loro casa una chiesa domestica, come Febe a
Cencre, Lidia a Filippi (At 16,14,40) e Ninfa a Laodicea (Col 4,15). Si possono
ricordare anche le profetesse della chiesa di Corinto o le quattro figlie del
diacono Filippo, anch'esse profetesse (At 21,9).
II.2.2. I testi deutero-paolini escludono le donne da qualsiasi ministero della
parola e di governo
Nelle
ipotesi attuali, si considerano come autenticamente paoline le grandi lettere,
da cui bisogna togliere Efesini e Colossesi entrambe quasi contemporanee,
mentre più tardive rispetto a queste ultime sono le lettere a Timoteo e
a Tito; nel gruppo delle lettere pastorali quella di Pietro è senza
dubbio dello stesso periodo. Non possiamo entrare qui in un lavoro esegetico;
per il nostro scopo basterà arrivare al termine dell'evoluzione e citare
1 Timoteo 2,11-15, notevole per chiarezza:
« La donna impari in silenzio, con tutta sottomissione. Non concedo a
nessuna donna di insegnare, né di dettare legge all'uomo; piuttosto se
ne stia in atteggiamento tranquillo. Perché prima è stato formato
Adamo e poi Eva; e non fu Adamo ad essere ingannato, ma fu la donna che,
ingannata, si rese colpevole di trasgressione. Essa potrà essere salvata
partorendo figli, a condizione di perseverare nella fede, nella carità e
nella santificazione, con modestia».
Alle
donne, già private della parola nell'assemblea, ormai viene fatto
divieto di insegnare. Dal racconto della creazione si crede di poter trarre la
conclusione della condizione definitivamente secondaria della donna rispetto
all'uomo, ossia di ogni donna rispetto a ogni uomo. Se la donna è
seconda nell'ordine della creazione è però la prima nell'ordine
del peccato.
Evidentemente ciò non è conforme al Genesi, e neppure
all'insegnamento di Paolo. Prima di prendere atto dell'ampiezza dell'evoluzione
avvenuta e cercare di spiegarla, si impongono qui due osservazioni:
1)
Per dare un fondamento alla propria posizione, l'autore della lettera a Timoteo
fa ricorso all'ordine della creazione e della caduta. Se invece avesse potuto
fondarsi sull'esempio del Signore, è verosimile che avrebbe taciuto un
tale argomento?
2)
Nella storia successiva della Chiesa queste due interdizioni forniranno una
giustificazióne facile ed evidente per escludere le cristiane da ogni
ufficio pastorale, giacché, in termini classici, esse vengono
così escluse dal potere di giurisdizione (divieto di governare l'uomo) e
da ogni ministero della parola (divieto di insegnare).
Rispetto alle comunità paoline la continuità è assai
tenue, poiché le riserve che si trovavano in Paolo sul ministero della
parola non avevano affatto la medesima portata.
Infatti 1 Cor 11,3-16 costituisce un'autorizzazione data alle donne di pregare
ad alta voce o di profetizzare nell'assemblea, purché lo facciano con il
capo coperto. D'altra parse 1 Cor 14,34-35 intende dire che, nell'assemblea, le
donne non devono parlare (nel senso più generale e più naturale
del termine); se non capiscono qualche cosa non interrompano chi parla, il che
sarebbe sconveniente, ma interroghino a case i mariti (12), È noto che
parecchi esegeti considerano tall versetti un'interpolazione (13); ma
quand'anche fossero autentici, in essi Paolo non vieterebbe affatto a tutte le
donne di prendere pubblicamente la parole nella Chiesa.
L'evoluzione avvenuta rispetto alle comunità paoline è
considerevole, soprattutto perché le donne, normalmente attive e
riconosciute nelle responsabilità ecclesiali e missionarie, ormai
diventano ecclesialmente quasi invisibili. Non si può più
menzionare altro che l'ordine delle vedove e quello delle diaconesse. Che cosa
è successo?
II.2.3. L'adozione da parse delle Chiese apostoliche dei « codici
domestici », fattore di evoluzione cello statuto delle donne
Per
« codici domestici » (o Haustafeln, termine tedesco
solitamente usato dagli esegeti anglofoni) si intendono delle tradizioni etiche
testimoniate sia nello stoicismo sia nel giudaismo ellenista, tradizioni che
prescrivono i doveri degli abitanti di una medesima case. Generalmente tall
doveri sono trattati con una triplice ripartizione, sviluppando la
sottomissione della moglie al marito, dei figli ai genitori, degli schiavi ai
padroni. Questi codici domestici, cristianizzati soprattutto mediante il
costante riferimento al Signore, vengono proposti ai cristiani per l'appunto
negli scritti post-paolini. Eccone un'enumerazione, secondo la cronologia
comunemente accettata: Col 3,48-4,1; Ef 5,21-6,9; 1 Pt 2,13-3,7; Tt 2,3-5; 1 Tm
2,9-15; 5,9-15.
In
questi testi si osserva un'evoluzione verve l'unilaterale sottomissione della
moglie al marito, evoluzione che si completerà negli enunciati della
prima lettera a Timoteo. Si noterà ad esempio che benché in Ef
5,21 si parli ancora di una sottomissione reciproca, di fatto questa viene
sviluppata soltanto per la donna, e non viene più espressamente
interpretata « nel Signore », come prima in Colossesi. Ora la donna
deve temere e rispettare il marito. Se appare la disparità, se la
disparità è accentuata nella prima lettera di Pietro nel senso
della sottomissione, lì non c'è ancora quell'immagine negative
della donna che si troverà poi nelle lettere pastorali.
Esistono buoni studi che spiegano tale evoluzione, fino nella patristica
primitiva(14). Qui non è possibile riassumerli. A grandi linee,
l'evoluzione si spiega con il legame tra la Chiesa antica e l'oikos, e
più precisamente, in tale quadro, con le preoccupazioni sia apologetiche
sia missionarie le quali richiedono che, per la rispettabilità della
Parola, il suo annuncio non venga affidato a donne. Ci troviamo quindi su un
terreno ben diverso da quello della volontà delle comunità di
attenersi all'esemplarità di un modello di ministero stabilito da
Gesù.
Nei
termini di questa indagine, la non-ordinazione delle cristiane sembra una
traditio mere apostolica, ma non una traditio divina. Difatti:
1)
L'esempio di Gesù nella scelta dei Dodici non è conclusivo per
l'ammissione o l'esclusione delle cristiane dai ministeri pastorali.
2)
Neppure l'assenza di Maria dal gruppo dei Dodici permette di trarre
conclusioni.
3) Le
comunità apostoliche dapprima permettono e successivamente riducono
l'attività ministeriale delle donne. La grazia (cf. il battesimo,
secondo Gal 3,27-28) determina l'apertura, mentre sono esigenze apologetiche e
missionarie a determinare l'esclusione delle donne dal ministero della parola e
del governo. Tale esclusione non sembra risultare dalla coscienza di un «
dovere di fedeltà all'esempio del Signore ».
4) Il
ricorso all'ordine della creazione e della caduta giustifica la subordinazione
delle donne agli uomini e la loro esclusione dai ministeri pastorali.
Conviene perciò ora considerare quest'ultimo punto.
III. Esistono percezioni o enunciati biblici relativi ai rapporti tra uomini
e donne, o alla natura delle donne, che impedirebbero a queste di esercitare un
ufficio pastorale, perché ciò costituirebbe un'infrazione
all'ordine della creazione e un tradimento della vocazione loro propria?
III.1. Antropologia biblica e androcentrismo
Per
lo più la questione viene posta nei seguenti termini: siccome il
ministero pastorale comporta necessariamente l'essere a capo della Chiesa e il
rappresentarla, le cristiane non possono accedervi senza violare l'ordine della
creazione, in cui il primo posto spetta all'uomo e alla donna il secondo
(così 1 Tm). Di più, nell'ordine della creazione l'uomo e la
donna sono naturalmente complementari, la donna cristiana, che pretendesse di
assumere un ruolo di autorità ecclesiale, non farebbe che alienarsi
rispetto alla propria vocazione spirituale. Farebbe violenza a se stessa e le
si farebbe violenza: si disumanizzerebbe.
L'argomento biblico prende forma partendo dallè affermazioni spontanee
di Paolo in 1 Cor 11,3: « ... di ogni uomo il capo è Cristo, e
capo della donna è l'uomo », e nel successivo versetto 7: «
L'uomo... è immagine e gloria di Dio; la donna invece è gloria
dell'uomo ». Enunciati equivalenti si trovano nei codici domestici sopra
elencati. La subordinazione delle donne agli uomini è stata storicamente
l'argomento principale per escluderle dall'ordinazione (15).
A
proposito dei codici domestici, abbiamo visto che il loro primo dato è
la sottomissione sociale della donna all'uomo, che viene tuttavia
cristianizzata: « in Christo ». Dietro questa convenienza sociale
si delineerebbe un ordine più fondamentale, espresso dalla sequenza Dio,
Cristo, uomo, donna, inglobante l'ordine della creazione, della caduta e della
redenzione. In questa argomentazione biblica viene inclusa anche l'assenza di
Maria dal collegio dei Dodici, o il fatto che lei non fu mai sacerdote: e
siccome Maria è la più perfetta e la più santa di tutte le
donne, ciò dimostrerebbe che è precisamente a causa del suo sesso
che una donna non può essere sacerdote.
Ci
sarebbe quindi una natura della donna, ben differenziata dalla natura
maschile, tale che l'identità sessuale determina largamente la vocazione
di ogni persona. Le differenze biologiche fonderebbero allora dualità
intrinseche come la maschilità e la femminilità, intese come
attività/ricettività (o passività),
razionalità/intuizione, aggressività/dolcezza, attenzione alle
strutture/attenzione alle persone ecc. Tale sommaria fenomenologia ha potuto
trovare talvolta espressione letteraria, come ne La donna eterna di Gertrud von
Le Fort; invece il suo valore scientifico non trova conferma nelle scienze
umane. Comunque stiano le cose, in questa prospettiva chiedere alle donne di
assumere un ministero pastorale in cui occorrono attività,
razionalità, oggettività, attenzione alle strutture ecc...,
equivarrebbe a disumanizzarle e ad allontanarle dalla loro vocazione umana e
cristiana.
Più fondamentalmente ancora, questa polarità tra
maschile/femminile troverebbe un riflesso nel simbolismo nuziale della
rivelazione biblica secondo il quale soltanto l'uomo (maschio) potrebbe
rappresentare Dio o il Cristo di fronte alla struttura necessariamente
ricettiva (femminile) dell'umanità e della Chiesa. Ma tale questione
verrà affrontata specificamente più avanti.
Per
il momento, occorre fare alcune osservazioni di ordine epistemologico sia per
valutare un discorso che vede nella subordinazione della donna all'uomo un
ordine immutabile derivante dalla volontà di Dio creatore sia per
valutare la possibilità che avrebbe la teologia a definire la «
natura femminile » o la « natura maschile ».
Si
tratta infatti di sapere se esiste una sorta di antropologia biblica rivelata
che metterebbe in causa l'antropologia che caratterizza sempre più la
società occidentale contemporanea, secondo la quale uomini e donne sono
sempre piu partners in una eguale dignità e con una comune
responsabilità. Se la risposta fosse affermativa, allora non si
tratterebbe di sapere se questo ideale paritario venga vissuto oggi nella
realtà sociale(16) ma lo si dovrebbe denunciare e condannare come un
errore che non può non portare a conseguenze funeste sia per gli uomini
che per le donne. Qui evidentemente la prof. K.E. Börresen è la
più qualificata per affrontare la questione dell'androcentrismo nelle
culture del passato, compresa la cultura cristiana, come per altro ha
già fatto egregiamente (17).
Posso
perciò limitarmi a fare alcune brevi osservazioni sulla costituzione
dell'antropologia cristiana, una di ordine più culturale, un'altra di
ordine più teologico, l'ultima di tipo etico.
III.2. Brevi riflessioni sull'antropologia cristiana
Senza
affrontare qui la grossa questione dello statuto dell'antropologia cristiana,
alcune osservazioni saranno utili per situarla nel suo rapporto con le culture
variabili con le strutture sociali e, in definitiva, con la storicità.
III.2.1. Quando la cultura cambia
Nel
mondo occidentale i rapporti tra uomini e donne sono entrati in una fase di
profonda ridefinizione. Ciò è dovuto essenzialmente a fattori
oggettivi, come i progressi della medicina (che hanno permesso di ridurre
drasticamente la mortalità infantile e delle partorienti, controllare la
fecondità, allungare la vita di tutti) e la generalizzazione del lavoro
retribuito delle donne nelle nostre società post-industriali.
L'ampliamento della vita sociale delle donne, l'indipendenza finanziaria dei
due nella coppia e l'inevitabile condivisione dei compiti domestici ed
educativi hanno creato una situazione paritaria tra uomini e donne. Tale
situazione porta ad un cambiamento di rappresentazioni e di valori. Non si
tratta quindi di una moda bensì di una trasformazione che
continuerà ancora nella vita pubblica e privata, e che mostra come
parecchie caratteristiche, prima ritenute « naturali » nella donna
o nell'uomo, sono invece determinate anzitutto dalla cultura.
In un
tale contesto, qual è il compito della Chiesa? Quello di evangelizzare
questa antropologia di rapporti paritari? ciò non sarebbe forse troppo
difficile, se si pensa all'esempio di Gesù o di Paolo. Oppure quello di
chiedere alle donne di considerarsi subordinate agli uomini per volontà
del Creatore? dando prova di un tale arbitrio culturale si contribuirebbe senza
alcun dubbio al loro allontanamento dalla vita cristiana, ossia alla loro
secolarizzazione.
III.2.2. Antropologia e strutture sociali
Ma
san Paolo, e prima di lui l'autore del Genesi, proponevano forse
un'antropologia rivelata del rapporto uomini/donne? No, san Paolo ha inteso
spiegare l'amore di Cristo per la Chiesa prendendo esempio dal matrimonio
così com'era vissuto nel suo tempo: la luce di Cristo vi introduceva
l'agape e faceva scoprire ciò che questa fosse senza per altro
che ciò comportasse un cambiamento nella struttura stessa del
matrimonio. Allo stesso modo l'autore del Genesi intendeva spiegare da dove
proviene il male che si introduce tra due sposi, purtuttavia legati l'uno
all'altro.
In
altri termini, né l'uno né l'altro intendono sacralizzare, da
parte di Dio, un modello sociale. Essi ci parlano anzitutto di Dio e di Cristo;
la rivelazione è lì, non nel modello sociale che hanno davanti
agli occhi e che verrà trasformato da questa stessa rivelazione.
Si
osserverà invece che il metodo seguito per ricostruire il modello
sedicente creazionale della subordinazione delle donne agli uomini prende una
strada totalmente diversa. In effetti si propone come rivelato un modello in
cui l'uomo assume quasi tutti i ruoli di rappresentanza, di autorità e
di potere; ma questa differenziazione dei sessi non è forse dovuta alle
condizioni socioculturali delle società androcentriche da cui siamo a
malapena usciti? Partendo da una situazione storica contingente si deduce un
modello divino, quindi immutabile, che poi si tenta di imporre a società
differenti.
Qui
era opportuno far notare che l'orientamento della rivelazione non è
questo, e che perciò neppure deve esserlo quello dell'antropologia
cristiana. A tale riguardo le scienze umane permetteranno di esercitare una
vigilanza preziosa, anche se, come giustamente ricorda la « Inter
Insigniores », « il contenuto propriamente soprannaturale
(delle realtà della fede) sfugge alla loro competenza ».
III.2.3. Etica e storicità
Senza
i chiarimenti metodologici precedenti, non si può che contribuire a fare
della storia della Chiesa uno scandalo morale: il vangelo originario della
comunità di eguali sarebbe caduto in una ripatriarcalizzazione tuttora
dominante nella Chiesa cattolica. Ma usando un tale criterio si avrebbe anche
ragione di scandalizzarsi del fatto che la Chiesa non si sia battuta fin
dall'antichità perché venisse ad instaurarsi un regime politico
somigliante a quello delle attuali democrazie occidentali...
In
questo campo è illuminante constatare come le percezioni escatologiche
di Gal 3,28, in relazione alla condizione riservata nella società
cristiana agli ebrei, agli schiavi e alle donne, sollevino le medesime
difficoltà. La condizione di tutte queste categorie di persone ha
subìto profonde modifiche solo in epoca recente. È proprio un
caso che la loro condizione sia cambiata praticamente insieme?
Per
maggiore chiarezza, riassumiamo il nostro an damento:
1)
Per parecchi autori neotestamentari la subordinazione gerarchica delle donne
agli uomini è qualcosa di spontaneamente evidente. L'agape
cristiana non cambia questa struttura, però le dà una
qualità nuova e diversa.
2)
Come evidenza spontanea, la subordinazione unilaterale delle donne agli uomini
non può pretendere di esprimere l'ordine della creazione; quanto meno,
sarebbero altrettanto legittime altre ' evidenze spontanee ', come ad esempio
una situazione di parità tra i due sessi, oppure un'egemonia esercitata
dalle donne sugli uomini.
3)
Nella storia della Chiesa la subordinazione delle donne agli uomini è
stata il principale argomento utilizzato per escluderle dall'ordinazione.
4) La
teologia non ha una competenza particolare per determinare quali siano le
qualità tipicamente femminili o maschili: ciò riguarda la vita
sociale o rientra nei compiti delle scienze umane.
5) In
breve, l'esercizio dell'autorità ministeriale da parse delle cristiane
non potrebbe essere contrario all'ordine della creazione o, in ogni cave,
automaticamente attentare a quella che viene considerate la vocazione della
donna in una determinate società.
Se
né l'esempio di Gesù né l'ordine della creazione escludono
a priori l'ordinazione delle donne agli uffici pastorali, allora resta
da accertare se tall uffici non abbiano un contenuto tale che verrebbe ad
essere vanificato qualora fossero esercitati da una cristiana. È qui che
si incontra in particolare la questione del simbolismo.
IV.
Secondo la tradizione, il contenuto dell'ufficio pastorale è tale per
cui il suo significato verrebbe ad essere vanificato se quell'ufficio fosse
esercitato da una cristiana?
La
« Inter Insigniores » afferma che l'ufficio pastorale
è di nature tale da poser essere esercitato soltanto da un uomo, a meno
di misconoscere il simbolismo inerente in special modo alla celebrazione
eucaristica:
« ... non si deve mai trascurare questo fatto che Cristo è un
uomo. Pertanto, a meno che non si voglia misconoscere l'importanza di questo
simbolismo per l'economia della Rivelazione, bisogna ammettere che, nelle
azioni che esigono il carattere dell'Ordinazione ed in cui è
rappresentato il Cristo stesso, autore dell'Alleanza, sposo e capo della
Chiesa, nell'esercizio del suo ministero di salvezzae ciò si
verifica nella forma più alta nel cave dell'Eucaristia, il suo
ruolo deve essere sostenuto (è questo il senso originario della parola
persona) da un uomo » (§ 30).
Subito dopo, la Dichiarazione aggiunge che, nell'eucaristia,
« è vero che il sacerdote rappresenta la Chiesa, che è il
corpo di Cristo. Ma se lo fa, è precisamente perché,
innanzitutto, egli rappresenta il Cristo stesso, il quale è il Capo e il
Pastore della Chiesa » (§ 32).
Ogni
detentore di un ufficio pastorale deve percio possedere tre requisiti
simbolici: deve poser rappresentare Cristo come capo, come pastore e come sposo
della Chiesa. Se si tiene presente che la Dichiarazione non intende impegnare
l'autorità dottrinale della Chiesa in tale materia, sembra possibile
fare una distinzione tra il simbolismo di Cristo capo e pastore, da un lato, e
quello di Cristo sposo della Chiesa, dall'altro.
IV.1. Simbo1ismo del ministero e simbolica delle nozze
Non
si può mettere in dubbio che nel Nuovo Testamento Cristo si present), e
sia presentato, come lo sposo della Chiesa. Ciò è ovvio in Mc
2,19; anche le parabole di Mt 22,2-3 e 25,1 lo lasciano intendere. Giovanni
Battista designa il Cristo con il titolo di sposo (Gv 3,28-29). Paolo menziona
in 2 Cor 11,2 tale simbolismo, che viene poi sviluppato in Ef 5,21-33.
L'Apocalisse riprende il tema nel capitolo 21 (vv. 2 e 9) e nel capitolo 22 (v.
17). La Chiesa viene in tal modo designate come la sposa del Cristo, il quale
è, d'altronde, il nuovo Adamo. Nulla può autorizzare l'erosione
di questo simbolismo; ci si può però domandare se lo si debba
ritrovare necessariamente nel ministero pastorale.
È certamente ben attestato il suo uso da parse dei canonisti medioevali,
i quali presentano il vescovo come lo sposo della sue chiesa (18). Però
esso suscita anche due osservazioni: da un lato si tratta di uso accomodatizio,
in quanto mire essenzialmente ad eliminare l'abuso dei trasferimenti da una
sede all'altra; dall'altro, per quanto ne sappiamo, non è mai citato in
senso eucaristico. E lo si comprende bene giacché « chi possiede
la sposa è lo sposo; ma l'amico cello sposo, che è presente e
l'ascolta, esulta di gioia alla voce cello sposo » (Gv 3,29). Sarebbe
spiritualmente grave ogni trasgressione, rispetto a questo atteggiamento del
Battista, da parse di un ministro ordinato; perché egli si
collocherebbe, o verrebbe collocato, nel campo dei fantasmi dell'immaginazione
e non in quello della simbolica. L'immagine del ministro cristiano sposo della
Chiesa potrebbe perciò avere soltanto un valore morale (fedeltà,
dedizione). Ma questo valve morale non potrebbe trovarsi tanto nelle cristiane
quanto nei cristiani?
IV.2.
Simbolismo del ministero come presidenza e pastorato in nome di Cristo
Se il
ministro ordinato è sposo della Chiesa soltanto in senso morale, deve
però esserne simbolicamente e realmente il capo e il pastore. È
così che la Chiesa cattolica ha sempre compreso, giustamente, il
ministero pastorale secondo la tradizione apostolica. Si tratta quindi di
sapere se una donna, in quanto tale, sia incapace di presiedere alla Chiesa di
Dio e sia parimenti incapace, sempre perché donna, di agire in
persona Chnsti, particolarmente nell'eucaristia.
IV.2.1. Una donna è, in quanto tale, incapace di rappresentare la
Chiesa?
Questa test, sviluppata da Louis Bouyer (19), ha avuto una grande eco. Ne
daremo solo due esempi: essa è state riproposta da Hans Urs von
Balthasar (20) e da Desmond Connell (21) come l'argomento più decisivo
per la non-attitudine delle donne al presbiterato.
Louis
Bouyer costruisce una fenomenologia dell'uomo e della donna in funzione della
loro sessualità che indurrebbe in esse un modo essenzialmente diverso di
situarsi davanti al mondo e alla società. A suo parere l'attività
sessuale del maschio si realizza al di fuori di lui e in modo intermittente; e
da ciò egli conclude che nel mondo l'uomo ha unicamente una funzione di
rappresentazione, rappresentazione che troviamo appunto come funzione del
sacerdozio:
« Diremo che l'uomo, il maschio in quanto tale, si definisce per questo
paradosso: quello di rappresentare essenzialmente ciò che lo supera,
ciò che lui stesso, da solo, è incapace di essere » (22),
Il
concetto è così parafrasato da Hans Urs von Balthasar:
« L'uomo, come essere sessuato, rappresenta soprattutto ciò che
egli non è, e trasmette ciò che non possiede realmente; in tal
modo egli è, contemporaneamente, più e meno di se stesso. La
donna invece riposa in se stessa, è interamente il suo proprio essere,
ossia la realtà totale di un essere creato davanti a Dio come suo
partner, ricevendo, conservando, portando a maturità e nutrendo
il suo seme nello Spirito »(23)
In
breve,
« la differenza è così profonda che alla donna viene
assegnata non la rappresentazione bensì l'essere; all'uomo invece il
compito della rappresentazione »(24).
Un
discorso di questo tipo, a prescindere dalla sue arbitrarietà, ci sembra
metodologicamente poco fondato. Anzitutto: come attribuire, quasi
metafisicamente, l'essere alla donna e la rappresentazione all'uomo, partendo
da una certa visione del loro ruolo nella riproduzione? La sessualità
è poi riducibile alla sola riproduzione? La differenziazione sessuale,
certo presente dappertutto, opera una tale spaccatura tra ciò che
è umano negli esseri umani? Inoltre, come è già stato
potato, quest) autori non prendono mai in considerazione il rapporto che
c'è tra la differenziazione sociale dei sessi e le condizioni cultural)
che la determinano. Senza poser qui dimostrare una tale lacuna, limitiamoci a
una semplice domanda: l'immagine della paternità da loro presentata
corrisponde a quella paternità che è esercitata dalla maggioranza
dei padri al di sotto dei quarant'anni nella società occidentale?
Sul
piano positivo invece è diventato ore evidente a tutti, almeno in
Occidente, che le donne possono svolgere funzioni social) di rappresentanza e
di autorità non meno bene degli uomini. Queste stesse donne potrebbero
perciò, plausibilmente, rappresentare non meno bene degli uomini la fede
e la comunione della Chiesa, a condizione di essere ordinate per agire in
persona Christi.
IV.2.2. Una cristiana, se ordinate, potrebbe agire in persona Christi;
Il caso dell'eucaristia
Partiamo dal dato secondo cui il contenuto dell'ordinazione presuppone un agire
in persona Christi, e intendiamo soprattutto chiarire tale espressione,
che svolge un rulo fondamentale nel dibattito (25).
I1
sacerdote non agisce in modo immediato in persona Christi
nell'eucaristia. Per essere in persona Christi, deve essere in
persona Ecclesiae. Deve essere ordinato e deve svolgere l'incarico di
rappresentare la fede e la comunione della Chiesa. Nell'eucaristia propriamente
detta egli agisce in un contesto retto dall'epiclesi che pronuncia a nome della
Chiesa e con essa. Risposte come « amen » e « con
il tuo spirito » indicano che egli agisce nella comunione cello
Spirito Santo, nella comunione della Chiesa. È perciò solo agendo
in persona Ecclesiae che il ministro agisce in persona Christi.
L'originalità stessa del ministero pastorale suppone l'articolazione
di questi due elementi: è essenziale cogliere il fatto che, secondo la
tradizione, i sacerdoti presiedono all'eucaristia perché presiedono alla
Chiesa. I1 contrario non avviene (26).
Una
volta stabilito ciò, una cristiana non potrebbe venire ordinate
né ricevere l'ufficio pastorale della comunione della Chiesa se, prima
di tutto, non fosse riconosciuta idonea a rappresentare la fede della Chiesa e
a vegliare sulla sue comunione. A motivo della sue ordinazione, verrebbe posta
di fatto in alterità rispetto agli altri fedeli. È grazie a
questo « faccia a faccia » simbolo che questi ultimi possono
riconoscere che ricevono la grazia e la salvezza da Cristo, e non da se stessi;
fare l'esperienza di essere convocati da un altro, di essere inviati da un
altro, di beneficiare del ministero di Cristo buon pastore. La cristiana
ordinate agirebbe allora in persona Christi.
Un'azione del genere non sarebbe uninnovazione per la teologia cattolica;
infatti ogni ministro dei sacramenti agisce in persona Christi. Ora,
nella tradizione latina, le donne, come i loro mariti, sono riconosciute
ministri del loro sacramento nuziale: vi agiscono, dunque, in persona
Christi. Dall'undicesimo secolo è pure una dottrina latina che le
donne possono battezzare validamente, e dunque in persona Christi.
Alcuni, che molto onestamente riconoscono alle donne questa capacità
dogmatica di rappresentare Cristo nel battesimo, sacramento maggiore
quant'altri mai, gliela negano tuttavia nel cave dell'eucaristia: esse possono
avere un'azione in quanto rappresentanti di Cristo, ma non hanno alcuna
possibilità di averne la rappresentazione 27,
Concludendo: là dove ci fosse una plausibilità sociale che una
cristiana posse rappresentare la fede e la comunione della Chiesa, e a tale
titolo presiederla, c'è anche la plausibilità che essa posse
rappresentare Cristo e simbolizzarlo. Quando questa plausibilità sociale
esiste, e quando sono rispettati i contenuti ecclesiologici e teologici del
ministero pastorale, quale peso avrebbe l'assenza di un'identità
sessuale tra Cristo e il ministro?
Un
peso assai scarso, sembra, anche nel'teucaristia, perché l'eucaristia
non è un'azione teatrale. Certo, se fosse uno spettacolo teatrale, una
donna sarebbe manifestamente inadatta a rappresentare Cristo; ma qui l'azione
si situa nel mistero, cioè nel sacramento. In questa prospettiva
è decisive la rappresentazione di Cristo a livello della fede e della
comunione. Nel ricordare che il senso primario della parole latina persona
è quello di un ruolo sulle scene (§ 26), la « Inter
Insigniores » fa un'osservazione di ordine filologico e non di ordine
liturgico.
Trattandosi di argomentazione simbolica, mi sembra fondamentale constatare che:
1) La
rappresentazione di Cristo come sposo è, nei ministri, di ordine
puramente morale: è escluso che possa, anche per gli uomini, venire
posta sul piano simbolico.
2) Il
contenuto dell'ufficio pastorale richiede la possibilità di
rappresentare simbolicamente Cristo come capo e pastore: in taluni contest)
cristiani, là dove l'ambiente socio-culturale è pronto, alcune
donne potrebbero plausibilmente assumere tale rappresentanza.
3) La
rappresentanza di Cristo si fonda sul sacramento dell'ordine. In un sacramento
maggiore come il battesimo, le cristiane possono agire in persona Christi.
Potrebbero farlo parimenti anche nell'eucaristia se, grazie
all'ordinazione, potessero agire in persona Ecclesiae, rappresentando
ministerialmente la fede e la comunione della Chiesa.
V.
Conclusioni
V. 1.
La non--ordinazione delle donne al ministero pastorale è un fatto
storico innegabile, non è una Tradizione in senso forte
La
triplice indagine rl da noi condotta non ha permesso di concludere con evidenza
che la non-ordinazione delle donne sia una Tradizione, in cui si manifesterebbe
la volontà rivelata da Dio per la sue Chiesa. L'assenza di donne nel
gruppo dei Dodici non è conclusive; la restrizione dei minister)
nell'epoca apostolica si spiega direttamente con altri motivi, anziché
con la volontà di restare fedeli all'esempio di Cristo. Né il
simbolismo di Cristo capo e sposo della Chiesa, né la nature delle
donne, né la nature dell'ufficio pastorale permettono di escludere che,
in certe circostanze, le donne possano esercitare il ministero della comunione
della Chiesa e quindi dei sacramenti.
Ci
troviamo così di fronte a un uso costante che rappresenta un modo di
agire appropriato alle condizioni in cui la Chiesa ha vissuto fino ad oggi;
modo di agire che non è stato esaminato criticamente in sé, per
lo meno in base ai parametri che lo caratterizzano nel nostro tempo.
A
tale riguardo la « Inter Insigniores » sembra presentare
sfumature felici, in quanto ammette che la Scrittura da sola non può
dirimere la questione (28), mostra un reale imbarazzo per giustificarsi
storicamente(29), si astie ne dal fare appello alla categoria del diritto
diving, e infine richiede un'adesione dottrinale di non forte livello
obbligante. La Dichiarazione quindi è fedele alla situazione reale:
« la Chiesa... non si considera autorizzata ad ammettere le donne
all'Ordinazione sacerdotale » (2114). Tenendo conto di tutte queste
considerazioni, un tale modo di esprimersi può ottenere il rispetto dei
non cattolici, e può anche risultare rispettoso verve le donne; infatti
la Dichiarazione non si appoggia più sull'argomento della natura
inferiore delle donne, come avveniva in passato, ma si appella al modo in
cui la Chiesa concepisce la propria fedeltà a Cristo.
V.2.
Dal punto di vista dogmatico la Chiesa potrebbe cambiare
La
posizione della « Inter Insigniores » richiede evidentemente
l'assenso pratico dei cattolici. Ma il documento non ha chiuso la riflessione
aperta prima della sue apparizione, riflessione che portava molti teologi e
pastori cattolici a ritenere che l'ordinazione delle donne al ministero
pastorale sarebbe dogmaticamente possibile30. Anche in altri campi,
ragionamenti che parevano assai teen fondati hanno impedito di fare quello che
« non era mai stato fatto prima »; e tuttavia ci furono poi
mutamenti. Si ricordi ad esempio la reiterazione del sacramento della
penitenza, la determinazione della materia e forma del sacramento dell'Ordine
(che ne condiziona la validità), il prestito a interesse... Ugualmente
sono stati accettati cambiamenti comportanti grand) conseguenze pratiche sul
numero dei sacrament), sulla sacramentalità dell'episcopato ecc.
Il
teologo dogmatico si guarderà dall'isolare la questione dell'evento
ordinazione delle donne dall'insieme della teologia e dei criteri che la
reggono. Senza voler essere esaustivi, ricordiamo che tale questione rimanda
allo statuto del rapporto fra Scrittura e Tradizione, all'articolazione tra
cristologia e pneumatologia nel ministero, allo statuto teologico dei rapporti
tra uomini e donne nella società e nella Chiesa, al posto della Vergine
Maria nella Chiesa (31), al modo in cui la Chiesa traduce il suo radicacamento
nella storia (32), Questa elencazione indica probabilmente che la questione
deve ancora maturare sul solo piano dogmatico. Se ne hanno d'altronde molti
altri indizi. Perciò teologi cattolici, tra cui io stesso, che non
sarebbero probabilmente contrari all'ordinazione delle donne sul piano
dottrinale, non sono favorevoli ad essa nell'attuale situazione teologica e
pastorale.
V.3. Le circostanze teologiche e pastorali attuali non offrono la
possibilità di cambiare
V.3.1. La valutazione della fine dell'androcentrismo
Il
cambiamento culturale che porta all'attuale regresso dell'andocentrismo non
è ancora stato valutato in misura sufficiente dalla Chiesa. La Lettera
apostolica straordinaria innovatrice di Giovanni Paolo II, la «
Mulieris Dignitatem » (1988), è il primo documento
ufficiale nel quale venga sistematicamente rifiutato l'androcentrismo. Ma forse
occorreranno ancora alcune generazioni perché si posse uscire dalle
ambivalenze, dalle confusioni, e anche dalle paure che questa situazione nuova
comporta.
V.3.2. Il persistere di grandi confusioni
L'attuale ridefinizione dei rapporti tra uomini e donne, dovuta in sé a
fattori non ideologici, si accompagna a grandi perplessità (33) o
confusioni, di cui si dà di solito la colpa alle femministe. Certo,
succede che il femminismo cristiano veicoli teologie molto discutibili su Dio
(34), sul modo di articolare la differenza entro la pari dignità di
tutti i cristiani, sulla vocazione al ministero ecc. Però non si
può far ricadere sulle donne la responsabilità di queste
confusion), perché il problema è comune agli uomini e alle donne;
ed è troppo presto per valutare il movimento femminista nel suo insieme
(35). Tuttavia, parecchi teologi cattolici sembrano ossessionati dalla
possibile 'maschilizzazione' delle donne. Davanti all'eventuale ordinazione
delle donne esprimono il più vivo allarme perché secondo loro
ciò rimetterebbe in questione tutto l'ordinamento della creazione e
tutto il simbolismo della redenzione.
Finché verranno espresse obiezioni del genere, i pastori della nostra
Chiesa non vorranno prendere in considerazione l'ordinazione delle donne
perché il ministero della comunione non deve esacerbare le divisioni. E
i teologi non potranno che approvarli.
V.3.3. Niente false speranze, ma un necessario sostegno alla partnership
tra uomini e donne
La
Chiesa cattolica chiamerà un giorno le donne all'ufficio pastorale?
Forse non lo farà mai. Se invece lo farà, ciò
avverrà nella fedeltà e per la fedeltà. Se questo è
il prezzo per conservare la propria identità e missione, la Chiesa deve
accettare cambiamenti. La tradizione vivente sta appunto in questo, ed è
qualcosa che differisce considerevolmente dalla ripetizione storica.
In un
eccellente articolo, Rosemarie Nürnberg si domanda se il motivo che in
passato ha indotto la Chiesa a escludere le donne dal ministero della parola
non suggerisca oggi invece di affidarglielo. Ai nostri giorni la loro i assenza
da questo ministero non provoca forse proprio quella irrisio infidelium
che aveva determinato la loro esclusione nell'antichità?(36)
Una
cosa è comunque certa: oggi il compito della Chiesa, di ciascuno e di
ciascuna, deve essere quello di favorire il reciproco riconoscimento tra uomini
e donne di favorire la loro partnership. È urgente educare,
contribuire a risanare, elaborare immagini-guida costruttive per la Chiesa e
per la società, perché questo campo di una compartecipazione
paritaria è anche tanto minacciato. È il luogo di molte gioie e
di molte sofferenze. È un luogo privilegiato per esercitarvi l'agape
cristiana, senza la quale tutti i cambiamenti strutturali sarebbero di
modesta portata. Quest'agape deve altresì aiutarci a sopportare
le attuali divergenze tra le nostre Chiese su tale questione, divergenze che
rischiano di durare. Il mio contributo ha avuto il solo scopo di chiarire la
posizione cattolica, senza massimalizzarla ma spero, neanche minimizzarla.
1.
Così il Concilio Vaticano I, Pastor Aeternus (DS 3070) e Pio X,
Lamentabili (DS 3421).
2.
È così che i manuali di teologia intendono dassicamente la
Tradizione (con la maiuscola). Cf. B. BARTMANN, Précis de
théologie dogmatique t. 1, Mulhouse 1941, 45: « La tradizione
divina risale sia alla ' bocca di Cristo ', sia alle ' comunicazioni dello
Spirito Santo ' fatte agli Apostoli dopo l'Ascensione del Signore (...) Solo la
Tradizione divina è una fonte dogmatica; tutto ciò che è
di origine umana, anche se si può farlo risalire agli Apostoli in quanto
capi e organizzatori della Chiesa (traditio mere apostolica), oppure ai
capi successivi della Chiesa (traditio ecclesiastica), non può
rientrare in essa, quale che sia l'importanza di quella tradizione per la
disciplina, il culto, la liturgia e il diritto ecclesiastico (...). Intendiamo
cosi sotto i; nome di Tradizione dogmatica le verità rivelate che gli
Apostoli hanno ricevuto da Cristo o dallo Spirito Santo, e che la Chiesa ha
trasmesso inalterate da allora ».
3. Si
troverà un approccio interessante in « Lectures de textes de Paul
concernant les femmes » in D. STEIN, Lectures psychanalitiques de la
Bible, Paris 1985, 89-113.
4.
AAS 64 (1972), 529-534. La disposizione in questione si trove al numero
7.
5.
AAS 69 (1977), 98-196.
6.
Documentation Catholique, t. 83 (1986), 800.
7.
Documentation Catholique, t. 85 (1988), 1084.
8.
Cf. H. LEGRAND, « Die Frage der Frauenordination aus der Sicht
katholischer Theologie. Inter Insigniores nach zehn Jahren », in
E. GÖSSMANN - D. BADER (Hrsg), Warum keine Ordination der Frau?...,
Katholische Akademie, Freiburg 1987, 89-111. [Le citazioni della «
Inter Insigniores » sono ricondotte alla numerazione di EV/5,
Bologna 1979, 1392-1423].
9.
Cf. H. MOLL, « Faithful to her Lord's Example. On the Meaning of the Male
Priesthood in the Catholic Church », in H. MOLL (ed.), The Church and
Women. A Compendium, San Francisco 1988, 164.
10.
Presbiteri e vescovi non sono intesi nelle lettere pastorali come successori
dei Dodici, cf. R. BROWN, Priest and Bishop, New York: 1970, 51-69; ID.,
Brief Survey of the New Testament Evidence on Episkopè and Episkopos
(Relazione n. 102 della Commissione « Fede e Costituzione » del
CEC), Ginevra senza data; R. SCHNACKENBURG, « Lukas als Zeuge
verschiedener Gemeindestrukturen » in Bibel und Leben 12 (1971),
232-247. Non dobbiamo qui discutere il sorgere del presbiterato e
dell'episcopato come strutture stabili nella Chiesa primitive: come osserva la
« Lumen Gentium » 28, esso è ab antiquo. Il recense
contributo di R.M. Hübner, « Die Anfänge von Diakonat,
Presbyterat und Episcopat in der frühen Kirche » in A. RAUCH - P.
IMHOF (Hrsg), Das Priestertum in der einen Kirche. Diakonat, Presbyterat und
Episkopat, Aschaffenburg 1987, 45-89, offre un'importante e aggiornata
bibliografia.
11.
È noto che, contrariamente alla tradizione patristica, l'esegesi
posteriore ha voluto vedere in questa Giunia un uomo, svelando in tal modo
come fanno notare le femministeil proprio androcentrismo. M. HAUKE,
Die Problematik um das Frauenpriestertum vor dem Hintergrund der
Schöpfungs- und Erlösungsordnung, Paderborn. 1982, 354 ss.
sostiene tuttora questa opinione. II dossier decisivo su tale questione
è quello di V. FÀBREGA, « Was Junia(s), der hervorragende
Apostel (Rom 17,7), eine Frau? », in Jahrbuch für Antike und
Christentum, 27-28 (1984-1985) 45-64.
12.
Cf. R. GRYSON, Le ministère des femmes dans l'Eglise ancienne,
Gembloux: 1972, 28 [tr. it.: I ministeri della donna nella Chiesa
antica, Assisi 1974].
13.
Abbiamo dato questo dossier in H. LEGRAND - J. VIKSTRÖM, «
Ladmission des femmes à I ordination », in COMMISSION
INTERNATIONALE CATHOLIQUE-LUTHÉRlENNE, Le ministère dans l'
Eglise, riprodotto in H. LEGRAND - H. MEYER, Face à
l'unité. Tous les textes of ficiels, Paris 1987, 251-253, con le
note 10, 11 e 12.
14.
Un buon saggio della ricerca scritturistica si può trovare in J. GNILKA,
« Die Haustafeln » in Der Kolosserbrief, HThK X 1, Freiburg,
Basel, Wien 1981, 205-216. Cf. anche K. MULLER, « Die Haustafel der
Kolosserbriefes und das antike Frauenthema. Eine kritische Rückschau auf
alte Ergebuisse » in G. DAUTZENBERG ET ALII (Hrsg), Die Frau im
Urchristentum (QD 95), 263-319; cf. anche, specialmente per 1 Pt, M.-L.
LAMAU, Des chrétiens dans le monde. Les communautés
pétriniennes au premiersiècle (Lectio Divina 134), Paris
1988, 133-230. Per il periodo patristico, consultare il notevole articolo di R.
NÜRNBERG, « Non decet neque necessarium est ut mulieres
doceant, Uberlegungen zum altkirchlichen Lehrverbot für Frauen
», in Jahrbuch für Antike und Christentum 31 (1988),
57-73.
l5.
Lo status subjectionis della donna è di per sé evidente a
tutta la patristica come alla teologia fino al nostro secolo. Per un primo
approccio cf. H. LEGRAND, « Die Frauen im Verständnis der Kirche:
Ergänzung oder Partner der Männer? », in Frau - Partnerin in
der Kirche, Herder Wien, Freiburg, Basel 1985, 14 28. Tale era pure la
prospettiva della tradizione canonica: cf. I. RAMING, Der Ausschluss der
Frau vom priesterlichen Amt: Gottgewollte Tradition oder Diskriminierung? Eine
rechtshistorische dogmatische Untersüchung der Grundlagen von Kanon 968
§ I des Codex Juris Canonici, Köln, Wien 1973 [Tr. americana:
The Exclusion of Women from the Priesthood: Divine Tradition or Sex
Discrimination?, Metuchen N.J. 1976]. Il Codice del 1983 mette fine a
questo statuto di subordinazione delle cristiane.
16.
È legittimo nutrire gravi preoccupazioni sull'effettiva realtà di
questa parità. C'è una contrazione inquietante dei matrimoni in
tutta Europa; in Francia il 37% delle persone in età matrimoniale non
sono sposate, e questa percentuale sale al 48% in Svezia. A Parigi, (dal punto
di vista fiscale) una famiglia su due è composta da una sola persona.
Cifre per la Francia: E. SULLEROT, Pour le meilleur et pour le pire,
Paris 1984, 10-16. Anche il tasso dei divorzi aumenta in Europa, mentre il
calo della natalità non assicura più il ricambio generazionale
nella maggioranza degli stati dell'ovest europeo.
17.
K.E. BÖRRESEN, Subordination et équivalence. Nature et
rôle de la femme d'après Augustin et Thomas d'Aquin, Paris
1968 [ Natura e ruolo della donna in Agostino e Tommaso d'Aquino, Assisi
1979; il saggio è stato tradotto anche negli Stati Uniti nel 1981].
18.
Cf. J. TRÜMMER, « Mystische Ehe im alten Kirchenrecht. Die
geistliche Ehe zwischen Bischof und Diözese », Österreichisches
Archiv für Kirchenrecht, 2 (1961), 62-75. J. GAUDEMET, « Note sur le
symbolisme médieval: Le mariage de l'éveque »,
L'année Canonique 22 (1978), 72: « Rari e imprecisi sono
all'epoca patristica gli accostamenti tra il matrimonio e l'unione del vescovo
con la sue Chiesa ». E condude: « Nel nono secolo il simbolismo
dell'unione coniugale è netto... Nel dodicesimo il simbolismo non
è certo scomparso del tutto, ma serve solo di argomento alla
sottigliezza dei giuristi », ivi, 80.
19.
L. BOUYER, Mystère et ministère de la femme, Paris 1976.
20.
Cf. H.U. VON BALTHASAR, in H. MOLL (ed.), The Church and Women. A
Compendium, San Francisco 1988, 153-160.
21.
Cf. D. CONNELL, « Women Priests: Why Not? », ivi, 207-227.
22.
L. BOUYER, ivi, 47. E più sopra, a p. 31: « In un uomo, la
paternità non è mai altro che una caratteristica fra le tante, e
solo momentaneamente colui che la possiede la esercita di fatto ».
23.
H. U. von BALTHASAR, ivi, 38.
24.
ID., ivi, 158.
25.
Cf. B.-D. MARLIANGEAS, Clés pour une théologie du
ministère. « In persona Chrísti. In persona Ecclesiae
», (Théologie historique, 51), Paris 1978.
26.
Cf. H. LEGRAND, « La présidence de l'eucharistie dans l'Eglise
ancienne », in Spiritus 18 (1977), 409-431. Problematica di
insieme in H. LEGRAND, Initiation à la pratique de la
théologie, t. III, 2ème éd., Paris 1986, 194-273 [tr.
it.: Iniziazione alla pratica della teologia, vol. III, Brescia 1986,
186-283].
27.
Tale è la suggestione di D. CONNELL nell'articolo sopra citato, n. 19,
220: « (Il sacerdote) agisce non semplicemente come ministro, ma nel suo
rnolo di rappresentazione », e a p. 222: « È importante
distinguere tra l'agire come rappresentante e l'agire come rappresentazione
». Questa distinzione permette di riconoscere che nel battesimo la
cristiana agisce come rappresentante di Cristo, ma la esdude dalla presidenza
dell'eucaristia perché lì il sacerdote non è solo il
rappresentante di Cristo, ma ne sarebbe altresì « la
rappresentazione sacramentale, così come in generale il proprio della
donna è la rappresentazione sacramentale della Chiesa » (ivi).
Questa distinzione non tradizionale ci sembra presentare un duplice
inconveniente: è fondato definire ' sacramentale ' la rappresentazione
simbolica della Chiesa da parse della donna, nei medesimi termini con cui si
definisce il sacerdote come rappresentazione ' sacramentale ' di Cristo? E in
tal cave, non si ha un incontrollato scivolamento di senso, quando si passe dal
sacramento dell'ordine al sacramento del sacerdote? Su questo pericolo, cf.
P.J. CORDES, « ' Sacerdos alter Christus '. Der Representationsgedanke in
der Amtstheologie », in « Catholica », 26 (1972), 38 49.
28. A
questo proposito è anche noto, da indiscrezioni, che la Pontificia
Commissione Biblica, consultata, aveva risposto all'unanimità che il
Nuovo Testamento non può dirimere con chiarezza e in modo definitivo la
questione se le donne possano essere ordinate al sacerdozio. La risposta
globale della Commissione fu pubblicata dapprima nella rivista statunitense
« Origins » dell'1-7-1976, 92 96, e poi ripresa, con il titolo
« Biblical Commission Report. Can Women Be Priests?» nell'opera
collettiva a cure di L. e A. SWIDLER, Women Priests. A Catholic Commentary
on the Vatican Declaration, New York, Toronto 1977, 338-346.
29. A
questo proposito si osservi che le otto autorità citate dalla «
Inter Insigniores » nella note 7 a sostegno
dell'impossibilità, secondo i Padri della Chiesa, di ordinare le donne
non sono direttamente condusive se non in tre cast; anche i riferimenti dati
nella note 8 non sono affatto probanti. Si veda su questo punto il saggio di
J.M. HIGGINS, « Fidelity in History », in L. e A. SWIDLER (eds.),
Women Priests, o.c., 85-91. Infine il ragionamento esplicito delle due
citazioni di Tommaso d'Aquino, di cui alle note 18 e 19 della Dichiarazione, fa
appello in modo diretto allo status subjectionis della donna rispetto
all'uomo cosicché, se per errore fossero ordinati uno schiavo e una
donna, la significatio rei si verificherebbe nel cave cello schiavo, non
però nel cave della donna proprio a motivo del suo essere sociale come
donna. È solo passando sotto silenzio questo contesto che i redattori
della « Inter Insigniores » si fondano sulla teologia del
segno sacramentale proposta da S. Tommaso, teologia del segno di cui essi
affermano che esclude le donne dall'ordinazione.
30.
Prima della pubblicazione della « Inter Insigniores »
abbiamo documentato il rapido cambiamento di atteggiamento dei cristiani, dei
teologi e dei vescovi su tale questione. Cf. H. LEGRAND, « L'ordination
des femmes au ministère présbytéral. Réflexions
théologiques au point de vue catholique», in «
Documents-Episcopat » 7 (1976); [tr. ingl. in « Origins »,
january 1977].
31.
Le speculazioni sul sacerdozio di Maria sono state studiate da R. LAURENTIN,
Marie, I'Eglise et le sacerdoce, t. 1, Paris 1952; t. 2, ivi, 1953. La
questione è più profonda: ad un certo momento in una parse della
pietà cattolica è sembrato svilupparsi un certo parallelismo fra
i titoli riconosciuti a Cristo e quelli dati a Maria (mediatore/mediatrice;
redentore/corredentrice). La « Lumen Gentium » 8 vi ha messo
felicemente termine giacché tale parallelismo si fonda meno sulla
dogmatica che sulla pregnanza della bipolarità sessuale, cos)
fondamentale per l'esistenza umana, operando sul modo immaginario
nell'interpretazione della Rivelazione. Il simbolismo tipologico Cristo
(maschile)/Maria-Chiesa (femminili) « dove la parse divine è
andromorfa e la parse umana è ginecomorfa. perde la sue attitudine a
significare il rapporto tra Dio e l'umanità quando la subordinazione
femminile scompare. L'incompatibilità del diving e dell'umano rimane ma
non può più venire illustrate mediante quella che era postulate
tra divinità e femminilità » in K.E. BÖRRESEN, «
Imago Dei, privilège masculin? Interpretation augustinienne et
pseudo-augustinienne de Gen 1,27 et 1 Cor 11,7 » in « Augustinianum
» 25 (1985), 233 (Miscellanea Trapè).
32.
Cf. H. LEGRAND, J. VIKSTRÖM, o.c., 260-270.
33.
Un sintomo: lo stesso giudaismo ormai prende in considerazione, in alcuni suoi
rami, l'ordinazione delle donne a; rabbinato. Cf. S. GREENBERG (ed.), The
Ordination of Women as Rabbis. Studia and Responsa, The Jewish Theological
Seminary of America, New York. 1988.
34.
Si troverà una buona analisi critica di questo femminismo in S. HEINE,
Frauen der frühen Christenheit, Göttingen 1986 [tr. ingl.:
Women and Early Christianity, London 1987]; cf. pure ID.,
Wiederbelebung der Göttinen, Ivi, 1987 [trad. ingl.:
Christianity and the Goddesses, London 1988].
35.
Cf. per esempio W. KASPER, « The Position of Woman as a Problem of
Theological Anthropology in H. MOLL (ed.), The Church and Women. A
Compendium, San Francisco 1988, 51-64. Sulla teologia femminista
propriamente detta condividiamo l'opinione espressa da H. MOLL in «
Feminist Theology: A Challenge »: « Chiunque cerchi di va;utare le
varie correnti della teologia femminista dovrà per il momento sospendere
il giudizio, perché questo movimento è ancora in una fase di
sviluppo e, allo stadio attuale, manca di omogeneità. Sono perciò
prematuri giudizi apodittici e conclusion) definitive », in H. MOLL
(Ed.), The Church and Women, o.c., 271. Un orientamento ci sembra
positivo, quello che non dissocia mai la sorte degli uomini e delle donne: in
questa linea si apprezzeranno suggerimenti di M. TH. VAN LUNEN-CHENU, «
Le sens profond du féminisme » in « Le Supplément 3,
décembre 1978. 507-520.
36. R
NÜRNBERG, art. cit. (cf. nota 14), 73.
Molto links all'interno delle pagine sono in via di
traduzione. Possono essere lette nella versione originale in inglese o
in francese.
Abbiamo una collezione dei documenti interessanti
sul tema dellordinazione delle donne diacono.
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Donne Diacono-Veduta d'insieme
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Nè Eva,
nemmeno Maria
Lordinazione
sacerdotale delle donne nella Chiesa cattolica
Autore: J. Wijngaards
Edizioni La Meridiana 2002,
via G.
Di Vittorio, 7 - 70056 Molfetta (BA) - tel. 080/3346971
pagine: 232; ISBN:
88-87507-63-5; Prezzo: Euro 15,00.