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L’imposizione del silenzio nell’insegnamento della Chiesa

L’imposizione del silenzio nell’insegnamento della Chiesa

di Jeannine Gramick, SSND

Presentazione esposta al Haverford College, Philadelphia, PA, 16 settembre 2000

Nel corso della storia, la società ha visto regimi repressivi, come gli stati fascisti e totalitari, usare i metodi della segretezza e della riduzione al silenzio per controllare il comportamento e addirittura i pensieri delle masse dominate. Dato che la discussine pubblica dei problemi può mettere in questione e sfidare lo status quo e il ruolo del governo al potere, sotto i regimi repressivi il dialogo pubblico è temuto e vietato. I dissenzienti sono messi a tacere o fatti sparire. Il potere degli autocrati deve essere mantenuto ad ogni costo. Anche le autorità religiose, non meno di quelle secolari, hanno usato la segretezza e il silenzio forzato come metodi per consolidare l’ortodossia. Nella storia della Chiesa Cattolica Romana, abbiamo visto l’indice dei libri proibiti, i tribunali segreti delle Inquisizioni spagnola e romana, la messa a tacere delle opinioni scientifiche e teologiche; come nel caso di Galileo e dei teologi modernisti dell’inizio del ventesimo secolo. Più vicina alla nostra esperienza, nell’ultima parte del ventesimo secolo, molti di noi ricordano la riduzione al silenzio di Leonardo Boff, Matthew Fox, John McNeill, Yvonne Geberra e la scomparsa di Hans Kung e Charles Curran dalle istituzioni accademiche cattoliche. Dobbiamo interpretare queste segretezze, questi silenzi forzati e queste scomparse come la controparte ecclesiastica dell’abuso di potere di cui son state testimoni le società civilizzate nei loro governi secolari? O esiste un’interpretazione maggiormente benevola?

Noi esseri umani non riusciamo mai a comprendere a pieno i nostri stessi moventi personali, figuriamoci quelli altrui. Non possiamo, quindi, dedurre automaticamente che le azioni dei capi della Chiesa tese a limitare la pluralità delle voci fossero o siano motivate dal desiderio di preservare il proprio potere, sebbene il potere sia stato e sia usato per controllare gli altri.

In quanto persone ragionevoli che riconoscono la necessità di una qualche forma di governo, i cattolici credono che le autorità ecclesiastiche abbiano la responsabilità di articolare la verità che lo Spirito di Dio continua a pronunciare nella comunità. La maniera in cui abbiamo visto esercitare questa responsabilità nel passato ha per lo più riflettuto una precisa visione del mondo, che Walter Brueggemann (1978), nel suo libro The Prophetic Imagination, definisce “coscienza regale”. “Coscienza regale” è un termine che Brueggemann usa per descrivere la cultura dominante dei re israeliti, i quali dirigevano il Tempio e i suoi sacerdoti. Controllando l’accesso al Tempio, la monarchia controllava l’accesso a Dio. In questa coscienza o visione del mondo, l’autorità è concepita come investitura divina, non è quindi aperta ad altre visioni del mondo né alla critica nei propri confronti. I fedeli hanno la certezza morale di sapere che la verità è posseduta nella sua interezza e verrà salvaguardata senza ambiguità. Come i sacerdoti del Tempio di Gerusalemme, le autorità ecclesiastiche comunicano la legge divina alle future generazioni in maniera inequivocabile. Dato che la gerarchia ecclesiastica è protetta dalla grazia mandamentale proprio come i re di Israele erano protetti dall’Alleanza Davidica, le sue interpretazioni della fede sono esenti da errore. Ciò non preclude un’evoluzione delle credenze o una loro comprensione più profonda nel futuro, ma la dottrina in sé, è assodato, non è mai stata erronea.

In un sistema del genere, la comunità ecclesiale deve essere libera da ansia e confusione riguardo agli insegnamenti della Chiesa. Quando le convinzioni di qualcuno appaiono vulnerabili, i rappresentanti della Chiesa forniscono consiglio morale e ripristinano la certezza. Preti e religiosi, in quanto rappresentanti della Chiesa, devono difendere gli insegnamenti con rigore. I fedeli hanno fiducia nei loro capi, e non devono essere preoccupati o disorientati da problemi di credo o di dottrina.

La gerarchia interpreta ogni espressione di dubbio o di indagine su un insegnamento come elemento che indebolisce o minaccia quell’insegnamento. La messa in discussione di una politica o di una decisione è percepita come un attentato all’autorità. L’imposizione del silenzio diviene un mezzo necessario per gestire opinioni contrastanti o dissenzienti che possono causare confusione tra i fedeli e arrecare potenziali minacce all’unità della Chiesa.

Diversamente dai dittatori militari, che usano il silenzio forzato e la sparizione per mantenere il proprio potere, le persone irretite dalla coscienza regale che ho descritto possono anche non aggrapparsi al proprio potere: esse considerano la segretezza e il silenzio essenziali per mantenere un sistema che credono ordinato da Dio, e che perciò deve essere onorato e protetto.

Segretezza e riduzione al silenzio

Vorrei a questo punto sottolineare, se non fosse ancora sufficientemente chiaro, che parliamo dell’impedire che vedute o opinioni dissidenti divengano di dominio pubblico, o del proibire che gli individui parlino pubblicamente della propria esperienza. Non stiamo parlando del giusto silenzio in campo pubblico, vale a dire del silenzio scelto liberamente dall’individuo, senza coercizioni esterne. Non stiamo parlando del diritto di mantenere privati i propri fatti personali o intimi, né dell’obbligo professionale di proteggere le informazioni dei clienti da un arbitrario accesso da parte altrui.

Stiamo parlando di un conflitto relativo al potere: il potere di limitare o controllare il flusso di informazioni. Stiamo parlando, qui, del controllo sulla libertà di espressione delle idee e delle esperienze. Di norma, il controllo delle idee implica la segretezza.

Malgrado ci siano momenti che giustamente richiedono segretezza, come nelle deliberazioni di un tribunale o quando si vota alle elezioni politiche, chi detiene il potere dovrebbe essere consapevole dei rischi che l’uso del segreto comporta: mentre conferisce all’individuo, come nel caso del votante, libertà di scelta, esso può distruggere o limitare la libertà altrui. Il segreto in un’organizzazione può precludere ispezioni o revisioni, eludendo così interferenze indesiderate. La segretezza in qualsiasi gruppo, inclusa la Chiesa, può impedire ai suoi membri di avvertire situazioni pericolose e potenzialmente dannose per la missione del gruppo. La segretezza e il controllo difendono dal cambiamento e favoriscono lo status quo. Senza la libertà di espressione sulle opinioni religiose all’interno della Chiesa stessa, la comunità corre il rischio di perpetuare idee erronee, come la sua vecchia posizione nei confronti della schiavitù. Senza la libertà di espressione, è soffocato il pensiero stesso.

Ci viene in mente il personaggio di Winston Smith nel romanzo di George Orwell Millenovecentottantaquattro, che cerca di mantenere la propria autonomia a dispetto della “polizia del pensiero”. A Winston Smith era proibito non solo di dar voce ad opinioni non ortodosse, ma addirittura di pensarle.

L’insegnamento della Chiesa

Nell’insegnamento della Chiesa, che giustificazione si trova, se vi si trova, all’uso del segreto e all’imposizione del silenzio? La Scrittura o la tradizione hanno qualche intuizione da offrire alla comunità cristiana sul valore morale di questi mezzi per tutelare l’unità ed eliminare la confusione? Per quanto riguarda la tradizione, prenderò in esame alcuni dei documenti sociali della Chiesa che rappresentano una relativa novità nella sua tradizione. In particolare, esaminerò Pacem in Terris (1963), Dignitatis Humanae (1965), e La giustizia nel mondo (1971) con riferimento ai loro insegnamenti sui diritti umani e l’espressione delle opinioni.

A partire dall’aggiornamento inaugurato da Papa Giovanni XXIII, l’insegnamento sociale cattolico, per usare la terminologia di Brueggemann, si è allontanato dalla cultura della coscienza regale a favore dell’immaginazione profetica. Pacem in Terris, l’enciclica di papa Giovanni che tratta della pace nella comunità politica globale, si apre con una trattazione di principi filosofici sull’ordine. Essa traccia un ampio quadro dei diritti e dei doveri di individui, pubblici funzionari, nazioni, stati, e della comunità mondiale.

Pacem in Terris insegna:

La dignità di persona, propria di ogni essere umano, esige che esso operi consapevolmente e liberamente. Per cui nei rapporti della convivenza […] le mille forme di collaborazione vanno attuate specialmente in virtù di decisioni personali; prese cioè per convinzione, di propria iniziativa, in attitudine di responsabilità, e non in forza di coercizioni o pressioni provenienti soprattutto dall’esterno (PT, 17).

Ciò significa che i capi della Chiesa esercitano coercizione quando impongono a qualcuno la pena del silenzio? L’imposizione del silenzio è considerata una pressione esterna esercitata su un individuo? La ragione umana fornisce una risposta affermativa a queste domande.

In uno dei paragrafi introduttivi dell’enciclica, si legge:

Ogni essere umano ha il diritto al rispetto della sua persona; alla buona riputazione; alla libertà nella ricerca del vero, nella manifestazione del pensiero e nella sua diffusione, nel coltivare l’arte, entro i limiti consentiti dall’ordine morale e dal bene comune; e ha il diritto all’obiettività nella informazione.." (PT, 7).

Questa enciclica papale afferma in tutta chiarezza che ogni persona ha il diritto ad esprimere e comunicare la propria opinione. E’ da notare, qui, che il documento tratta della sfera pubblica: ad esser legittimata non è la mera esternazione di idee in privato.

Tuttavia, la sfumatura “entro i limiti consentiti dall’ordine morale e dal bene comune” implica forse che il silenzio possa essere giustificato perché in qualche modo rientra nell’ambito dell’ordine morale e della conservazione del bene comune? La mia risposta è negativa, e spiegherò perchè. Parlando dell’essenza del bene comune, Pacem in Terris stabilisce:

Il bene comune […] nei suoi aspetti essenziali e più profondi non può essere concepito in termini dottrinali e meno ancora determinato nei suoi contenuti storici che avendo riguardo all’uomo, essendo esso un oggetto essenzialmente correlativo alla natura umana (PT, 33).

Se nell’accertamento del bene comune deve esser presa in considerazione la persona umana, allora qualsiasi ingiustizia alla persona non può contribuire al bene della comunità. Se la riduzione al silenzio costituisce un’ingiustizia alla persona, allora essa non favorisce il bene comune. Ma come si può affermare che la riduzione al silenzio causi ingiusta offesa alla persona?

Per rispondere a questa domanda, mi rifaccio alle deduzioni di Margaret Farley (1987) nel suo articolo intitolato Il discorso morale nella pubblica arena. Il saggio esplora gli effetti dell’imposizione del silenzio sull’ordine morale della comunità cristiana. La sua tesi è che il silenzio forzato è una strategia inutile allo sviluppo della vita morale, che implica ingiustizia di trattamento verso le persone e che, in ultima istanza, non serve il bene comune.

L’argomentazione primaria per imporre il silenzio è che in tal modo si impedirebbe, tra il Popolo di Dio, la confusione provocata da questioni controverse. Farley fa osservare che, nel mondo contemporaneo dei mezzi elettronici e di stampa, è impossibile che la gente resti disinformata sulle controversie morali: l’aborto, l’omosessualità, il sacerdozio femminile, l’ingegneria genetica e l’eutanasia, ad esempio, sono regolarmente discussi dai principali mezzi di informazione. L’argomentazione principale a favore del silenzio è venuta a cadere.

Un simile modo di ragionare, inoltre, è paternalistico: esso tratta gli adulti come bambini da proteggere. C’è differenza tra l’educazione degli adulti e quella dei bambini: il divenire adulto comporta la capacità di tollerare un’assenza di certezza. Proteggendo gli individui dalla confusione e dall’ambiguità, non si rispetta la loro autonomia di agenti morali completi; di fatto, si impedisce il loro pieno sviluppo morale. Divenire adulto nella fede significa esser pronto a rifiutare una certezza che si autolegittimi. Gli esseri umani, in quanto fallibili, non possederanno mai tutte le risposte. Inibire lo sviluppo morale degli individui rivendicando la certezza è un’ingiustizia alla persona e non può, quindi, contribuire al bene comune.

Il silenzio priva anche l’intera Chiesa della possibilità di ascoltare le giustificazioni in merito ad ogni argomentazione di una questione complessa. Custodire la conoscenza anziché condividerla è un’ingiustizia alla persona, che quindi offende il bene comune. Perciò, secondo ragione e legge naturale, come afferma Pacem in Terris, ognuno ha il diritto di esprimere e comunicare la propria opinione.

Susseguente all’enciclica di Papa Giovanni, Pacem in Terris, uno dei documenti emersi dal Vaticano II fu Dignitatis Humanae, la Dichiarazione sulla Libertà Religiosa, in cui si afferma:

... in materia religiosa si escluda ogni forma di coercizione da parte degli esseri umani (DH, 10).

A causa di compromessi con i tradizionalisti durante il Concilio, questo documento tratta solo dell’immunità dalla coercizione esterna perpetrata dallo stato secolare. Ma la teoria quivi enunciata costituisce la base per postulare che porre sotto silenzio le opinioni religiose di un individuo, anche da parte dell’istituzione religiosa cui questi appartenga, è violazione di un diritto umano fondamentale. Questo è in linea con l’Articolo 19 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, che afferma il fondamentale diritto alla parola di ogni essere umano.

In aggiunta a questi due documenti, un terzo documento di aggiornamento, attinente la questione del silenzio, fu prodotto dalla Seconda Assemblea Generale del Sinodo dei Vescovi, nel 1971. Intitolato La giustizia nel Mondo e ratificato da Papa Paolo VI, esso afferma che il Vangelo è un mandato di giustizia per la liberazione di ogni popolo e che la Chiesa per prima deve essere giusta nelle sue pratiche istituzionali. Esso insegna chiaramente che deve esserci libertà di parola all’interno della Chiesa come al di fuori di essa. Vi si afferma che la Chiesa riconosce il diritto di ognuno ad un’appropriata libertà di espressione e di pensiero, e questo include il diritto di ognuno ad essere ascoltato in uno spirito di dialogo che preservi una legittima diversità all’interno della Chiesa (GM, 44).

E’ significativo che il diritto ad esprimere opinioni dissenzienti sia legittimato in un documento di un livello di autorità tanto alto. L’importanza di questo documento eccede quella di ogni altro prodotto da un dicastero vaticano, in quanto in esso ha un peso la comunione dei vescovi del mondo con il Vescovo di Roma. Questo fatto dovrebbe essere notato, specialmente da parte della Congregazione per la Dottrina della fede [CDF], che ha azzittito teologi e operatori pastorali anche dopo il Vaticano II: un’autorità più alta del CDF ha convalidato la libertà di espressione e il dibattito pubblico su questioni teologiche controverse.

L’espressione “appropriata libertà” implica che alcune “libertà di espressione” possano essere inappropriate. Non siamo liberi, ad esempio, di dire menzogne o di infamare la reputazione altrui. Consiglieri e confessori, ad esempio, non sono liberi di rivelare informazioni sui loro assistiti o penitenti. Ma questo non è, chiaramente, il contenuto di informazione o il contesto di obbligo al silenzio su cui si incentra la presente trattazione. La giustizia nel Mondo afferma chiaramente che la libertà di espressione qui intesa è la libertà di esprimere opinioni che preservino una legittima diversità nella Chiesa, vale a dire: l’articolazione di argomenti teologici che differiscano dall’insegnamento della gerarchia. La giustizia nel Mondo non legittima quindi l’obbligo al silenzio come mezzo per controllare opinioni divergenti.

Inoltre, La giustizia nel Mondo ci dice che questa libertà di esprimere idee in uno spirito di dialogo che salvaguardi la legittima diversità è anche un diritto di preti, religiosi, vescovi, cardinali e papi. Parlando di diritti da preservare all’interno della Chiesa, il documento afferma che :

Nessuno deve essere privato dei propri diritti comuni per il fatto di essere associato alla Chiesa in un modo o in un altro. [Questo vale anche per] coloro che servono la Chiesa col proprio lavoro, inclusi sacerdoti e religiosi...(GM, III).

E’ così messa in discussione l’idea che i rappresentanti della Chiesa siano obbligati, per così dire, a sostenere la linea di partito. Tutto il popolo di Dio ha il diritto di esprimere la propria opinione, in modo che lo Spirito di Dio possa rendersi manifesto attraverso l’intera comunità.

La Scrittura

Vediamo, quindi, che la tradizione recente della Chiesa, riflessa in Pacem in Terris, in Dignitatis Humanae, e nella Giustizia nel Mondo si oppone alla violazione della libertà di parola. Le Scritture condannano o scoraggiano l’imposizione del silenzio? Vi si riscontra una qualche difesa dell’uso del segreto e del silenzio per mantenere la pace e l’armonia ed evitare disordine e tumulto? O, nelle Scritture, sul silenzio si tace?

Ci sono almeno due passaggi scritturali a suggerire che la soppressione di opinioni religiose tra il Popolo di Dio non sia cosa giusta. Il primo si trova nel Vangelo di Matteo, dove Gesù predica sul Regno di Dio con la parabola del grano e della gramigna. Quando i servi vanno dal padrone del campo a chiedere se devono strappare e distruggere la gramigna, il padrone risponde che si deve lasciarla crescere assieme col grano fino al tempo del raccolto (Mt 13:30). Se le autorità ecclesiastiche considerano le opinioni eterodosse una gramigna che soffoca il frumento della verità, la parabola suggerisce che si dovrebbero lasciar fiorire, fino al tempo finale del raccolto e della spigolatura, tanto le opinioni tradizionali quanto quelle non convenzionali.

Il secondo passaggio scritturale attinente il tema del silenzio si trova negli Atti degli Apostoli. Il Sinedrio intraprese la sua seconda azione legale contro la prima comunità cristiana arrestando e processando gli Apostoli. Il sommo sacerdote accusò i Dodici di aver disobbedito all’ordine del silenzio che era stato loro imposto, cioè di non “predicare quel nome” (AA 5:28). Gamaliele, un membro del Consiglio che giudicava Pietro e gli apostoli, suggerì al Sinedrio di non prendere misure punitive: “Il mio parere è che voi non avete niente a che fare con questi uomini. Lasciateli andare. Se il loro scopo o attività è di origine umana, si distruggerà da sé. Se invece viene da Dio, non potrete distruggerli senza andare contro Dio stesso " (AA 5:38-39).

Le famose parole di Gamaliele danno ad intendere che per sopprimere il dissenso o opinioni radicali non si debba usare l’imposizione del silenzio, in quanto un movimento o un’idea, se non viene da Dio, crollerà di propria virtù. E’ degno di ironia il fatto che un discepolo di Gamaliele, un Fariseo chiamato Saul, appaia più tardi negli Atti degli Apostoli, prima della sua conversione, come il peggior repressore e persecutore della primitiva comunità cristiana. Con l’aiuto della grazia, il Popolo di Dio può assistere alla trasformazione di moderni Saul in Paoli.

Vorrei concludere questa dissertazione sull’imposizione del silenzio ripetendo un principio enunciato da Farley nell’articolo summenzionato. Nella ricerca onesta del vero, la pubblica condivisione di un discorso è necessaria. Le verità della nostra fede riguardano l’intera comunità cristiana. Vivere la nostra fede in stretta relazione con Dio non è il risultato di una mera accettazione di regole o dottrine. Vivere la nostra fede in stretta relazione con Dio viene dal riflettere sulla nostra esperienza di vita e dal trovarvi un significato divino. Perciò, per discernere dove lo Spirito stia conducendo la Chiesa, è essenziale la riflessione di chiunque, non solo di vescovi o teologi. La riflessione di chiunque è essenziale alla vita di fede della Chiesa. Nella riflessione teologica dev’essere inclusa l’esperienza di tutti, specialmente quella dei gruppi emarginati.

“Non tutte le voci possono parlare per la comunità; ma non è escludendo il dissenso che si distingueranno meglio le voci più vere, bensì proteggendo le voci più fragili tra noi” (Farley, 184). Il dibattito pubblico, e non il silenzio forzato, è un imperativo morale.

Riferimenti

Brueggemann, Walter. The Prophetic Imagination. Philadelphia: Fortress Press, 1978.

Farley, Margaret. “Moral Discourse in the Public Arena.” In Vatican Authority and American Catholic Dissent: The Curran Case and Its Consequences, William W. May (Ed). New York: Crossroad, 1987.

Jeannine Gramick, SSND

Molto links all'interno delle pagine sono in via di traduzione. Possono essere lette nella versione originale in inglese o in francese.

Ch'e molto di piu sul tema dell'ordinazione delle donne.
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Autore: J. Wijngaards
Edizioni La Meridiana 2002,
via G. Di Vittorio, 7 - 70056 Molfetta (BA) - tel. 080/3346971
pagine: 232; ISBN: 88-87507-63-5; Prezzo: Euro 15,00.