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Su un dibattito chiuso

EDITORIALE

di Joseph Moingt

Ricerche di Scienze Religiose 82 (Luglio-Settembre 1994) numero 3, pp. 321 -333.

Con una lettera datata 22 maggio 1994, il Papa Giovanni Paolo II ha reso nota la sua volontà di chiudere il dibattito sull'ammissione della donne all'ordinazione sacerdotale, un dibattito che ha determinato un intervento di Paolo VI nel 1975 seguito da una Dichiarazione delle Congregazione per la dottrina della fede ed approvata da lui nel 1976, della quale il suo successore riprende essenzialmente le argomentazioni. Io non sono stato coinvolto in questa discussione, stimando allora che discussioni più urgenti si ponessero sul piano della organizzazione della Chiesa. Interrogato all'occasione su questo tema, io risposi che il Nuovo Testamento non ne fa parola, che la tradizione della Chiesa non se ne è occupata più di tanto , che non vi sono argomenti teologici che si oppongano in maniera decisiva alla ammissione delle donne al sacerdozio , che il solo vero ostacolo veniva dalla pratica costante della Chiesa, ma che questo ostacolo era solo di tipo disciplinare, cosa che lasciava campo libero al confronto delle idee.Avevo la sensazione, per così dire, di esprimere l'opinione più comune tra i teologi che erano interessati a questo dibattito. Da qualche anno, un ecclesiologo tra i più famosi aveva pubblicato uno studio approfondito sulla questione; dopo una analisi minuziosa della Dichiarazione del 1976, della sua origine, della sua forma giuridica, egli riteneva che essa non costituiva un insegnamento di fede nel senso proprio del termine ( "Essa non impegna affatto il Ministero", diceva il commento che l'accompagnava); non avendo trovato un argomento contrario nella Scrittura (giudizio confermato da un responso della commissione biblica del 1976 ), nè nella Tradizione, concluse che il problema restava aperto e che la sua soluzione pratica doveva essere lasciata alla prudenza di giudizio pastorale della Chiesa,- conclusione che io trovo molta saggia e largamente condivisa attorno a me.

Per questo la Lettera di Giovanni Paolo II gettò nello sconcerto numerosi teologi , che si chiedevano come potessero dare un "assenso pieno ed incondizionato " ad una dottrina che fino ad allora era comunemente considerata come un punto da discutere . Sono stato testimone di questo sconcerto nel corso di incontri con i colleghi insegnanti , e segnatamente in occasione di un dibattito organizzato dalla Rivista ( su tutt'altro argomento) all'inizio dell'estate e che riuniva un centinaio di teologi , in maggioranza francesi e cattolici , ma anche un buon numero di stranieri e di protestanti. Tutti chiedevano che i loro interrogativi potessero essere espressi pubblicamente e domandavano spiegazioni.

E' permesso farlo ora che il dibattito è chiuso ? Io vorrei provarci senza riesaminare il documento propriamente detto , vale a dire senza prendere posizione in favore della ammissione delle donne al sacerdozio, tanto più che io persisto nel pensare che questa questione non deve essere trattata isolatamente , ma nell'ambito di un riesame complessivo delle strutture sociali della Chiesa cattolica. Io mi ispirerò perciò alla recente presa di posizione dei vescovi belgi che, comunicando senza reticenza l'insegnamento del Papa ai loro fedeli, ritengono loro dovere ' pastorale ' di " esprimere con onestà alle autorità centrali della Chiesa lo smarrimento provato da una parte dei fedeli ". Allo stesso modo, ma senza rivolgermi a nessuna autorità di sorta,senza essere in rappresentanza di nessuno, senza investire altra responsabilità che la mia, a mio modesto titolo di direttore di una rivista ' di ricerca ' da venticinque anni, ritengo che derivi dalla mia deontologia professionale il dovere di far conoscere lo smarrimento di numerosi teologi , ed il dovere di porre una questione, una sola: Come è possibile che un dibattito universalmente considerato aperto alla ricerca improvvisamente potrà essere tenuto, nelle fede, per 'definitivamente ' chiuso, come si esprime il Papa?

Ma lo è veramente ? Dopo la dichiarazione dei vescovi belgi, il termine ' definitivo ' non deve essere inteso " come un divieto di pensare o di parlare , o come un tentativo di imporre il silenzio " : se ne può dunque discutere ancora ? La " Nota di presentazione della Lettera apostolica Ordinatio sacerdotalis ”, volendo precisare la sua portata dottrinale - quella che si chiama in termini tecnici ' nota teologica '- scrive che si tratta semplicemente " di una dottrina insegnata dal Magistero pontificale ordinario in maniera definitiva, cioè proposta (...) come certamente vera ". Cosa vuol dire questa espressione ? E' della natura affermativa di ogni giudizio, qualunque esso sia, mostrarsi come vero, senza che vi sia bisogno di dirlo, meno ancora di certificarlo. O si vuole precisare che si tratta di una dottrina " teologicamente certa " , qualifica che concerne solitamente le conclusioni dedotte da una o due premesse derivanti dalla rivelazione ? Ma tali proposizioni, "certamente vere" o "teologicamente certe " , non sono mai state giudicate come imporsi al consenso della fede , a causa della interposizione di un ragionamento che impedisce di assimilarle alla pura "parola di Dio " . Quante di queste proposizioni, gloria e diletto dei tornei scolastici di un tempo, sono completamente scomparse dall'insegnamento della teologia ? Ma allora , se non si tratta che di questo , perchè la Nota di presentazione pretende che questa dottrina " non appartiene alle materie aperte alla discussione , e richiede l'assenso pieno e incondizionato dei fedeli " , cosa che deve dirsi soltanto delle verità di fede propriamente dette ? E' verosimilmente questo che vuol far comprendere la Nota quando aggiunge che " questa dichiarazione del Sommo Pontefice costituisce un atto d'ascolto della Parola di Dio e di obbedienza al Signore " . Più verosimilmente ancora, è questo ciò che vuol dire il Papa quando dichiara con tono solenne la sua intenzione di " confermare " la fede dei suoi fratelli ( con riferimento a Luca 22, 32). Se è questo ciò che dobbiamo capire, perchè nè la Lettera nè la Nota dicono chiaramente e semplicemente che si tratta di una " verità di fede " ? Questa qualifica, risolutiva e riconosciuta, avrebbe risolto il dibattito, " definitivamente ". La cosa è insinuata a margine, una sola parola sarebbe stata sufficiente a chiarire, ma non è stata pronunciata. Le parole hanno grande importanza per i teologi, specialmente loro, ai quali non è consentito sprecarle: niente potrà impedire loro di fare supposizioni sulle ragioni della loro assenza, e di conseguenza si vieterà di riaprire un dibattito la cui chiusura è soggetta a discussione ?

Il Papa scrisse questa lettera, per altro, " perchè non sussista alcun dubbio su una questione di grande importanza" . Ma non basta che egli dica che questa è la verità; perchè ogni dubbio venga radicalmente dissipato ,deve anche mostrare dove questa verità è contenuta, poichè la fede non può assumere certezza che dall'autorità di Dio rivelata. Così ci sono presentate le " ragioni fondamentali " della dottrina qui sostenuta, che sono tre come nel testo di Paolo VI citato da Giovanni Paolo II : "L'esempio del Cristo (..) la pratica costante della Chiesa (...) e il suo magistero vivente" e che la Nota di presentazione enumera in modo un pò diverso : "l'esempio del Cristo(..), la pratica degli Apostoli ed il Magistero costante della Chiesa(..) e altri recenti documenti del Magistero". Il magistero costante o continuo fa numero con la pratica costante della Chiesa, la sua tradizione, oppure gli si identifica ? Questo non emerge con chiarezza dai due documenti citati. Infatti non si conoscono atti espressi dal magistero autentico su questa questione, nè definizioni conciliari o pontificali al di fuori dei documenti recenti ivi allegati, che non fanno menzione nemmeno loro di altre autorità, e senza i quali non vi sarebbe stata discussione su questo punto. La maniera di esprimersi di Giovanni Paolo II sembra più chiara: " ..la dottrina sulla ordinazione sacerdotale riservata agli uomini è stata conservata dalla Tradizione costante ed universale ed è fortemente insegnata dal Magistero nei documenti più recenti ". Il " magistero" non è dunque rappresentato in questo affare che dagli atti recenti del magistero pontificale "ordinario" . E' del resto quello che viene riconosciuto dalla Nota di presentazione: la Lettera del Papa, dice, non fa che "confermare una certezza costantemente ammessa e vissuta dalla Chiesa. Non si tratta dunque di una formulazione dogmatica nuova ecc.."

Questo " dunque " è curioso.Non c'è nessuna definizione dogmatica , emanata da un concilio o da un papa, che non sia la ripresa e la conferma di una certezza della fede anteriore; nessuna nuova definizione dogmatica è, per principio, una verità di fede nuova, in virtù dell'adagio : solo deve essere creduto quello che è stato sempre e dovunque creduto ed insegnato come verità rivelata. Una nuova definizione non fa altro dunque che formulare, precisare, esplicitare una verità anteriormente creduta ed insegnata , confermando che essa appartiene al 'deposito della fede' ; è per questo che essa è accompagnata abitualmente da una formula di questo tipo: " così come la Chiesa ha sempre creduto ed insegnato "; è per questo che che il credente accorda un assenso comune a tutte le verità di fede ; sia che esse siano rivestite di una autorità definitoria particolare, sia che esse siano semplicemente proposte da quella che viene chiamata la predicazione ordinaria della Chiesa.

Non può essere diversamente per gli atti del magistero pontificale ordinario ( non discuterò la proprietà di questo termine, che può creare confusione con l'uso precedente) .Che la Lettera di Giovanni Paolo II non sia una definizione di fede , malgrado un tono solenne che può confondere, noi ne prendiamo volentieri atto. Per un cattolico, ciò non sarà un motivo di negoziare il suo assenso alla dottrina che vi è sostenuta, quando essa appartenesse alla fede anteriore della Chiesa e questo gli venisse chiaramente dimostrato. Gli atti di questo magistero costituiscono oggi una letteratura abbondante e variegata , difficile da cernere e discernere . La gente di curia ed i teologi ufficiali hanno l'abitudine di avvolgerli di evanescenti sottigliezze ( la nostra Nota ne è un esempio ), rivendicando a beneficio di questi documenti - spesso a titolo di " verità " connesse alla rivelazione- un assenso di fede senza tuttavia imporlo formalmente. sia perchè la loro natura vi si presta male sia per mancanza di argomenti " indiscutibili ". Tutte queste sottigliezze sono alla fine di poca importanza.Poichè non è l'autorità del papa che fa la certezza della verità che egli afferma, nè la certezza della sua appartenenza al deposito della fede, meno ancora quella della fiducia che gli è accordata. La parola del papa non si sostituisce alla voce della Chiesa dei secoli passati , essa non può che farla riascoltare.. Essa può essere preziosissima per mostrare e per confermare che una verità appartiene alla fede della Chiesa nel caso in cui questa appartenenza sia male percepita e discussa - e tale è il caso in discussione. Quando questo è stato fatto e mostrato, senza che rimanga alcun dubbio, allora l'obbedienza della fede è possibile e dovuta; ma essa non si ferma alla parola del papa, essa va direttamente alla verità rivelata, là dove essa si dimostri essere contenuta e creduta da sempre, nella tradizione della predicazione della Chiesa che legge le Scrittura ai suoi fedeli. Vediamo se questo è il caso. .

L’insegnamento di Giovanni Paolo II , dice la Nota di presentazione, è fondato " sulla Tradizione costante ed universale che ha riservato fin dall'inizio l'ordinazione sacerdotale agli uomini " . Il fatto è incontestabile , ed il Papa ha il diritto di concludere che ciò deve sempre essere fatto perchè sempre così si è fatto ( anche se non sono sicuro che la sua decisione abbia il potere di vincolare i suoi successori) . Ma questo non sarà mai altro che un principio di disciplina sacramentale. Ora, come si sa si vuole che questa pratica abbia un valore dottrinale, come si arriva a sostenerlo ?

Il Papa cita un'altra Allocuzione di Paolo VI , che nel 1977 diceva " il Cristo ha dato alla Chiesa la sua costituzione fondamentale e l'antropologia teologica che è stata sempre osservata dalla Tradizione di questa stessa Chiesa " . Dove e sotto quale forma vi si trova insegnata questa antropologia? La Dichiarazione del 1976, è vero, Giovanni Paolo II infatti lo sottolinea, sviluppa " altre ragioni teologiche " , che si possono definire antropologiche, " che mettono in luce la convenienze di questa disposizione divina " , ma " le ragioni di convenienza" , per definizione, non appartengono affatto all'insegnamento della fede. Basta che l'esclusione delle donne dal sacerdozio sia " osservata " per farne una verità insegnata ? Dove la si trova integrata alla predicazione della salvezza che costituisce l'essenza stessa dell'insegnamento della fede ? Si è discusso nelle scuole di teologia dell'idoneità della donna all'ordinazione sacerdotale esattamente come si discuteva delle qualità richieste per la ricezione di tutti gli altri sacramenti , ma non c'è mai stato un vero dibattito della Chiesa su questa questione; si può dunque dire che essa è stata tagliata, poichè non è stata mai posta sotto la forma precisa dell'esclusione. La spiegazione più ovvia è che la Chiesa si è ispirata del tutto naturalmente e senza porsi domande ai costumi che riguardavano le donne nella società del tempo.

La Nota di presentazione respinge vivamente questa spiegazione: "Trattandosi di un sacramento e non di una organizzazione sociale , ( il sacerdozio ministeriale) non può essere compreso che alla luce della rivelazione del Cristo, trasmessa nella Scrittura interpretata dalla Tradizione " . Il senso di questa avvertenza è chiaro: le scienze storiche e sociologiche non hanno niente da dire in questa faccenda, l'esclusione della donna dalle cariche della Chiesa non ha niente a che vedere con la sua esclusione dalle cariche pubbliche nella società. Quale spirito critico sarebbe disposto a condividere questa affermazione ? Questa pratica della Chiesa è un fatto sociale e storico che è si allinea necessariamente allo stesso fenomeno di esclusione che si osserva nella stessa epoca nella stessa società, essa deriva dallo stesso tipo di spiegazione antropologica. Quando è iniziato il movimento di rivendicazione dei diritti dell'uomo e delle libertà individuali, o, più recentemente, quello dell'emancipazione femminile e dell'eguaglianza dei suoi diritti con l'uomo, la Chiesa ha brillato tanto per la sua generosità ed il suo liberalismo da pretendere di non essersi mai lasciata coinvolgere in una cultura inegalitaria ? Mantenendo questo linguaggio, sottraendosi con rigidità alle analisi delle scienze umane, essa rinuncia al confronto con il pensiero del suo tempo e dà spazio all'accusa di chiudersi in un discorso settario e poco credibile.

Anche rimanendo all'interno di una stretta teologia rivelata, niente impone di mantenere l'esclusione della donna dal sacerdozio a causa di una verità rivelata. Poichè questo è un punto che concerne la disciplina dell'amministrazione dei sacramenti, ed essa non è mai stata considerata parte integrante della loro essenza, prova ne è che essa è molto variata nel corso della storia per ciascun sacramento . Anche se ne fosse il caso, bisognerebbe intendersi sulla definizione di questa essenza, poichè si troverebbero bene dei cambiamenti nella designazione dei riti che le sono considerati propri.

Nondimeno, una spiegazione di tipo culturale non offusca il fatto che questa pratica , così antica e costante, non deriva per nulla da un principio soprannaturale e da un atteggiamento di fede: dalla volontà della Chiesa di imitare Cristo ed obbedirgli. La Lettera ragiona in questo modo: vedendo il Cristo scegliere i suoi apostoli unicamente tra uomini , e gli apostoli a loro volta scegliere per successori unicamente tra uomini , e riflettendo che " in questa scelta si trovano inclusi coloro che, nel tempo della Chiesa, continueranno la missione conferita agli Apostoli di rappresentare il Cristo " , la Chiesa ha compreso di non avere il potere di ordinare le donne al sacerdozio, ed è ciò che essa insegna con la sua pratica. Cosa pensare di questo ragionamento ?

Che va troppo precipitosamente e troppo lontano, che passa , senza giustificazione logica , da un unicamente ed un esclusivamente , da un presentemente ad un perpetuamente e questo a due riprese. La Chiesa vede il Cristo chiamare degli uomini unicamente , e gli apostoli fare altrettanto : essa non vede fare una scelta tra uomini e donne ed escludere le ultime con una volontà deliberata e perpetua. Dove sarebbe, visto che nessun testo del Nuovo Testamento dà notizia di questa esclusione ? Noi la vediamo ordinare degli uomini unicamente , e ci dicono che questa pratica esprime l'intenzione di escludere per sempre del donne dalla ordinazione sacerdotale. Da dove lo sappiamo , visto che la Chiesa non lo proclama nella sua predicazione orale ? La sua pratica di ordinazione testimonia un fatto passato: essa ripete ciò che ha fatto all'inizio ; una volta istituita porta in sè la legge della sua ripetizione nel presente ed il futuro prossimo, ma non presume la sua perpetuità; Nessuna pratica sacramentale vieta che si faccia diversamente in un avvenire imprevedibile , se ciò diventa indispensabile per far fronte a bisogni nuovi. La storia dei sacramenti, più precisamente, è piena di cambiamenti molto più importanti di quelli che vorrebbero scongiurare i papi del nostro tempo; ad esempio, il passaggio, avvenuto lungo parecchi secoli, dalla penitenza unica e pubblica alla penitenza molteplice e privata. Nel caso dell'ordinazione, quando la Chiesa vede il Cristo chiamare degli apostoli e questi scegliere dei successori, quello che importa innanzi tutto , non è il sesso delle persone chiamate, ma è la volontà del Cristo affinchè degli operai siano incessantemente mandati a lavorare alle sue messi. Ecco la legge fondamentale ed assoluta alla quale la Chiesa obbedisce e che insegna come verità rivelata con la pratica ininterrotta delle ordinazioni sacerdotali. Se essa si trova nella necessità di ordinare le donne per compiere la sua missione, o perchè gli uomini non sono più in numero sufficiente, o perchè i fedeli reclamano oggi un ministero femminile, cosa potrebbe impedire alla Chiesa di cambiare la sua pratica, come ha fatto così spesso per gli altri sacramenti ? L'obbligo di provvedere alla sua missione è il solo assoluto che si impone ad essa.

Ora, non è questo bisogno nuovo che si esprime attraverso lo sconcerto dei fedeli che i vescovi del Belgio hanno sentito il dovere pastorale di trasmettere a Roma ? La storia della Chiesa è ricca di insegnamenti che permetterebbero di cercare una risposta a questo appello, a condizione di mettersi all'ascolto della storia che richiede la pazienza della ricerca. Anche i teologi provano a loro volta un grande sconcerto nel vedere questa storia riscritta in forma di dogma con un atto autoritario , ed i loro studi frettolosamente interrotti. Ma questo intervento non fornisce affatto la dimostrazione che la pratica storica della ordinazione degli uomini insegni come verità rivelata il divieto di ordinare le donne. Al più si potrebbe supporre che la Chiesa abbia supposto che tale fosse l'intenzione manifestata con la scelta degli apostoli. Ma tali supposizioni , quale che sia il loro grado di verosimiglianza , non possono costituire un insegnamento rivelato nè fornire alla fede la certezza che essa esige. .

A meno che non si possa cogliere l'evidenza, con uno studio più approfondito del Nuovo Testamento , che la scelta del Cristo ha realmente il valore dell'esclusione, nel qual caso si dovrebbe ammettere che la stessa evidenza si è imposta alla Chiesa del passato e si è espressa nella sua pratica dell'ordinazione. E' quello che ci rimane da esaminare.

Io farei come preambolo due note di metodo , che spiegano lo sconcerto dei teologi in questo affare. Nel processo abituale dello sviluppo dei dogmi, è la tradizione dottrinale che mette in luce le verità di fede disseminate nelle Scritture , ed il magistero vede poi confermare l'insegnamento della Chiesa. Qui, al contrario, tocca alla Scrittura mostrare che una pratica della Chiesa è portatrice di una verità di fede e confermare l'affermazione fatta dal magistero ( magistero papale 'ordinario' e recente , ricordiamolo) . Ora, la ragione ultima invocata da Paolo VI e da Giovanni Paolo II è l'esempio del Cristo nella scelta degli apostoli : questa non è una parola , è un fatto . La Nota di presentazione lo giustifica : " non soltanto le parole, ma anche i fatti sono delle fonti di rivelazione e diventano parola nella memoria vivente della Chiesa " . Io non lo contesterò affatto, ma ne voglio sottolineare le difficoltà: i fatti non parlano di per sè stessi, essi possono racchiudere un senso ed una ragion d'essere, ma essi non si esprimono, bisogna farli parlare , interpretare ciò che significano, guardandosi dal far loro dire quello che vorremmo che essi dicessero e che essi non hanno affatto intenzione di dire. Ritroviamo questo genere di difficoltà a proposito della pratica di ordinazione, le ritroviamo con la scelta degli apostoli. Noi abbiamo dunque il diritto di esigere una totale chiarezza nella interpretazione di questo fatto, tanto più grande in quanto essa ha il compito di sostenere l'affermazione dogmatica che vi si ispira. Vediamo qual è l'argomentazione di Giovanni Paolo II .

Essa può essere presentata fedelmente come segue: Gesù offre l'immagine di un uomo affrancato dai pregiudizi e dagli ostracismi comuni alla gente del suo tempo e della sua società; parla con le donne, anche straniere, manifesta loro rispetto, le frequenta da amico, si lascia avvicinare da donne ritenute impure o peccatrici, ed è accompagnato nei suoi viaggi da un gruppo di donne che si aggiunge al numero dei suoi discepoli; quando dunque lo si vede scegliere i suoi apostoli, " dopo aver passato la notte in preghiera " (cf. Luca 6, 12), e non scegliere che uomini, non si ha il diritto di pensare che egli lo ha fatto "obbedendo a delle motivazioni sociologiche o culturali proprie del suo tempo, ma si deve dire che egli ha fatto questa scelta in piena cognizione di causa e nella deliberata intenzione di escludere le donne, al fine di obbedire così alla volontà di Dio. "

Questa argomentazione è assolutamente gradevole , essa mostra in Gesù uno spirito libero e critico, contrario ad ogni discriminazione sessuale , pioniere di una società aperta ed egalitaria, essa non può che racccogliere l'adesione dei cristiani. Tuttavia, la conclusione si afferma con la stessa forza delle cose considerate? Non mi pare .In una società ed in un'epoca in cui era affare di uomini occuparsi delle cose pubbliche, insegnare e governare, mentre le donne badavano alle attività domestiche, all'educazione dei figli, alla tenuta della casa, alle relazioni familiari, Gesù ha potuto ispirarsi a questi usi e costumi senza vedervi altro che una saggia ripartizione dei compiti fissati dalla tradizione del suo popolo, senza scorgervi alcun attacco alla dignità della donna, nessuna discriminazione sospetta, senza neppure pensare di prenderne le distanze, dato che non vi trovava nulla in contrasto con lo spirito del suo Vangelo. E' dunque verosimile che egli abbia scelto degli uomini senza neppure pensare che avrebbe potuto scegliere anche delle donne. E' verosimile pensare che egli abbia potuto rinunciarvi per non entrare in urto con le convenzioni sociali nè turbare l'ordine pubblico, e non per obbedire ad una volontà espressa dal Padre nè per stabilire una legge che dovrà essere osservata per sempre. Questo fatto non offre dunque l' evidenza di una disposizione divina rivelata, può essere spiegato assai facilmente con altre motivazioni, sociologiche forse, ma estranee al tipo di discriminazione, innanzi tutto religiose, contro le quali reagiva Gesù.

L’interpretazione del Papa sarebbe più persuasiva se essa mostrasse quale sia la motivazione della volontà del Padre alla quale avrebbe obbedito Gesù, cioè in altri termini , quale sarebbe la ragione divina di escludere le donne dalla carica apostolica e sacerdotale; ma non viene detto nulla, se non che si tratterebbe di una " disposizione che bisogna attribuire alla Saggezza del Signore dell'universo " . Questa allusione alla Saggezza creatrice ed all'ordine dell'universo significa che l'uomo Gesù non può essere 'rappresentato' che da una persona dello stesso sesso ? Non è possibile, poichè alcuni teologi avevano già elaborato dei ragionamenti di questo genere che erano stati utilizzati dalla Dichiarazione del 1976. Tuttavia, Giovanni Paolo II li lasciò ai margini, senza dubbio perchè essi non costituiscono una della " ragioni fondamentali " . Egli si mostra sensibile, invece, ad un altro fatto , la non elezione di Maria alla carica apostolica e sacerdotale: è la prova, fa osservare, che le donne non sono escluse a causa di una minore dignità nè per effetto di una discriminazione. Ciò lascia intendere che Gesù avrebbe chiamato sua Madre per prima , se egli non avesse deciso che le donne dovevano essere escluse da questa carica. Sempre supponendo che egli avesse considerato la possibilità si ammetterle .

Ancora una volta ed in altri termini, la differenziazione dei compiti, tenuto conto della natura della società, rimasta patriarcale, non significa di per sè stessa una discriminazione infamante per il sesso femminile, e non è sicuramente sentita come tale quando essa è il frutto di una lunga tradizione ed oggetto di un consenso quasi unanime. Gesù ha dunque potuto vedervi una saggia 'disposizione' conforme all'ordine della creazione , adeguandosi spontaneamente ad essa quando fece la scelta dei suoi apostoli , senza prendere una decisione espressamente fondata sulla scelta del loro sesso. Pensando come un essere umano, era 'naturale', nel senso calcedoniano del termine, che esso concepisse tutte le cose secondo i costumi e la mentalità della gente del suo paese , fin tanto che esse non fossero segnate dal peccato. Sotto questa ottica , questa scelta preferenziale non può essere in alcun modo sospettata di discriminazione sessuale, ma non può essere nemmeno portatrice di una disposizione di salvezza - la sola che si potrebbe evidenziare da una rivelazione propriamente detta- escludendo per sempre le donne dalle cariche alle quali erano chiamati gli uomini.

Ecco perchè è difficile credere con fede autentica che il Cristo abbia voluto escludere le donne dal sacerdozio. La fede può essere imposta fino a quando non è fornita l'evidenza di un atto della rivelazione ? Essa non può essere imposta , in ogni caso, sotto l'aspetto del consenso dell'intelligenza, fino a quando questa evidenza non è acquisita. Il Papa senza dubbio la percepisce , se è vero che esso considera per rivelato questo punto dalla 'costituzione divina' della Chiesa. Si può condividere la sua convinzione, ma nessuno può fondare la sua fede sulla evidenza presunta del Papa , col pericolo che aderisca alla sua parola invece che alla sola autorità del Dio che si rivela.

Ecco cosa spiega lo sconcerto di numerosi teologi del quale credo mio dovere portare testimonianza. Esso sarebbe stato molto meno grande se si fossero sentiti invitare soltanto a maggiore pazienza e maggiore prudenza , in un contesto mondiale di rivendicazioni femminili che potrebbero mettere in pericolo l'ordine ecclesiale. E' possibile pensare che il Papa non abbia voluto altro che " calmare il gioco", giudicando che le opinioni pubbliche non erano pronte, nè nel clero nè tra i fedeli , ad accettare le donne sacerdote , che bisognava tener conto della grande diversità delle Chiese locali, che le soluzioni teologiche stesse avevano bisogno di maturare nel silenzio e nella lentezza del lavori esegetici e storici ? Tutti gli spiriti prudenti avrebbero plaudito a questo linguaggio di saggezza. La Nota di presentazione, malauguratamente, blocca la strada a questa soluzione , quando rimprovera innanzi tutto coloro che vorrebbero considerare questa Lettera soltanto un 'insegnamento prudenziale '.

Si è dunque costretti ad accettare questa esegesi papale della scelta dei Dodici come l'interpretazione 'autentica' della Scrittura ? Quello che turba di più i teologi , è che il lavoro dell'ermeneutica biblica sia stato preso così poco in considerazione nel presente e vanificato per l'avvenire ,- lo osservava recentemente un vescovo tedesco. Meno abituati dei cattolici agli interventi del magistero nel lavoro teologico , i nostri amici protestanti sentono questa soluzione autoritaria come una mancanza di rispetto , se non verso le Scritture , almeno verso i metodi di interpretazione generalmente osservati. Una "Riflessione del Consiglio della Chiesa protestante di Ginevra " , del giugno scorso, presentava delle obiezioni contro questa esegesi e degli argomenti che vanno nella direzione opposta. Non avendo voluto parteggiare pro o contro la causa dei ministeri femminili , io mi sono attenuto alle argomentazioni del Papa senza penetrare nella discussione esegetica propriamente detta. Ma ogni persona cosciente delle sue difficoltà e dei suoi metodi sa quale prudenza occorre avere quando si interrogano i disegni di Gesù - ma la fonte è raggiungibile ?- sui "Dodici", sul " sacerdozio" o sulla " costituzione futura della Chiesa". Così l'ermeneutica biblica paventa la sicurezza dogmatica che si affretta a troncare " definitivamente" delle problematiche così controverse e difficili : pe essa, la pazienza della ricerca è segnata dal rispetto verso la Parola di Dio.

Bisogna tenere inoltre conto nell'ermeneutica dei testi antichi del senso prodotto nei lettori di oggi dalle nuove domande che esso vi rivolge e dalla differente sensibilità che la sua lettura vi introduce. Nel contesto attuale delle rivendicazioni dei diritti delle donne , in quale senso si pensa che sarà letta la versione della scelta dei Dodici dalle donne d'oggi, cristiane o no, quando sarà loro spiegato che questa chiamata le lascia fuori irrimediabilmente ? Come impedire che esse la interpretino nei termini di discriminazione sessuale ? Quello che sto sentendo dalle donne teologhe o esegete non lascia alcun dubbio sulla risposta . Si deve riconoscere che il discorso di Giovanni Paolo II sulle donne, che segue per altro quello di Paolo VI, è nobile e caloroso, pieno di una stima che non è certo finta. Ma quando si esalta la vocazione delle donne nella Chiesa, quando le si invita a ricoprire le cariche, quando si rende loro grazie dei servizi che esse rendono - servizi senza i quali , si sa fin troppo bene, tante comunità cristiane crollerebbero--, e quando arriva per loro il momento di offrirsi per ricoprire cariche ancora più elevate perchè non vi sono abbastanza uomini per farlo, e si risponde loro , con tono desolato, malgrado il bisogno crescente che c'è , che la Chiesa non ha ricevuto il potere di chiamarle: come si immagina che questo linguaggio sarà recepito, se non come il rifiuto degli uomini di condividere con le donne i privilegi ricevuti dal Signore ? Più le parole diventano encomiastiche e compassionevoli all'indirizzo delle donne , meno riescono a dissimulare il rifiuto di passare ai fatti, e più svelano i giochi di potere che si nascondono dietro i silenzi di Gesù.

I teologi si sentono responsabili del discorso della Chiesa davanti ai fedeli e davanti al mondo: è a loro che si chiede di rispondere ,di rendere ragione. Così sono profondamente turbati quando non riescono ad essere in pace nella loro coscienza. Da qui lo sconcerto di cui queste pagine sono un' eco. Il magistero li delega molto volentieri come responsabili, ma in un altro senso: perchè quelli che diffondono le loro contestazioni e le loro discordanze davanti ai fedeli e all'opinione pubblica- questi sono coloro che aprono gli incartamenti che dovrebbero rimanere chiusi. Linguaggio di insegnamento, e dunque di tradizione e d'autorità , da una parte ;linguaggio di ricerca, e dunque di intelligenza critica dall'altra. Questo basta a spiegare perchè essi entrano in conflitto l'uno con l'altro, e ciò non dovrebbe essere giudicato drammatico. Ma c'è bisogno di restare all'ascolto l'uno dell'altro per costruire insieme il discorso della Chiesa, ora radicato nella tradizione ora aperto allo spirito dei tempi nuovi. E' il linguaggio dei teologi , fin quando resta libero e critico , che permette la comunicabilità tra il discorso della Chiesa ed il pensiero d'oggi, di cui anche i fedeli sono parte recevente . Se esso dovesse spegnersi o rarefarsi , perchè lo spazio di libertà nella Chiesa si è ristretto, c'è il grande pericolo che essa divenga setta : società chiusa e soffocante. Questo è il rischio dei dibattiti prematuramente chiusi. Contro questo rischio ho voluto parlare, per l'onore della teologia.

J. Moingt sj

Molto links all'interno delle pagine sono in via di traduzione. Possono essere lette nella versione originale in inglese o in francese.

Ch'e molto di piu sul tema dell'ordinazione delle donne.
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Nè Eva, nemmeno Maria

L’ordinazione sacerdotale delle donne nella Chiesa cattolica

Autore: J. Wijngaards
Edizioni La Meridiana 2002,
via G. Di Vittorio, 7 - 70056 Molfetta (BA) - tel. 080/3346971
pagine: 232; ISBN: 88-87507-63-5; Prezzo: Euro 15,00.