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Interpretazione corretta della
Tradizione

* tradizione scritturale
* tradizione
dinamica
* tradizione latente
*
tradizione matura
di Giorgio Otranto, professore di storia del
cristianesimo antico presso la facoltà di lettere di Bari
Traduzione dall'inglese di un articolo pubblicato nel
Journal of
feminist studies in Religion;
Vedere di più:
Note sul
sacerdozio femminile nellantichità in margine a una testimonianza
di Gelasio I, Vetera Christianorum, 19, 1982, 341-360
Dopo una analisi puntuale delle fonti letterarie ed epigrafiche
antiche, Giorgio Otranto è giunto alla conclusione che nel corso dei
primi secoli alcune donne sono state ordinate sacerdoti ed hanno svolto tutti i
compiti tradizionalmente riservati agli uomini . Anche se si tratta di un fatto
minoritario, il fenomeno riveste egualmente importanza ed è degno di
essere portato a conoscenza non solo dei ricercatori e degli specialisti ma
anche del grande pubblico ,soprattutto del pubblico che segue con grande
interesse la questione tanto discussa della ammissione delle donne nell'ordine
sacro della Chiesa cattolica. Noi abbiamo chiesto al professor Otranto di
presentare i risultati delle sue ricerche .
Il problema della ammissione delle donne all' Ordine sacro (che la
Chiesa anglicana ha risolto positivamente nel 1992), è una delle
questioni ecclesiologiche più discusse in questi ultimi anni. Sono sorti
movimenti di opinione accaniti, esperti di diverse confessioni ed origini
culturali hanno levato la loro voce, favorevoli e contrari al sacerdozio
femminile hanno avviato discussioni agitate e negli ultimi anni, il Magistero
ecclesiastico ha ufficialmente rinforzato la posizione della Chiesa contro
l'ordinazione delle donne con la dichiarazione della Congregazione per la
dottrina della fede (Inter insigniores, 1977) e due lettere apostoliche
(Mulieris Dignitatem, 1988; Ordinatio sacerdotalis, 1994).
Tra le numerose iniziative dirette ad approfondire il problema donne e
ministero sacerdotale, io mi limiterò a citarne due della fine degli
anni ottanta: la consulta teologica inter-ortodossa sul ruolo della donna nella
Chiesa e la questione dell'ordinazione delle donne (Rodi 88), e il convegno
"Donne e ministero : un problema ecumenico" (Palermo, 1988). Le conclusioni
della consulta di Rodi hanno confermato la convinzione che il sacerdozio abbia
un «carattere maschile» mentre il convegno di Palermo ha
sollevato possibilità e posizioni assai diverse.
Come sempre quando si intendono raggiungere soluzioni adeguate a
questioni dottrinali e disciplinari, anche qui si fa appello con intendimenti e
risultati differenti al mondo antico.
Così, il Magistero è ritornato sulle motivazioni sulle
quali si fonda la sua tradizionale opposizione alla concessione del sacramento
dell'Ordine alle donne: Cristo non ha chiamato nessuna donna a far parte del
collegio dei 12 apostoli e tutta la tradizione della Chiesa è rimasta
fedele a questo fatto e l'ha interpretata come la volontà esplicita del
Salvatore di non conferire se non agli uomini il potere sacerdotale di
governare, insegnare e santificare e solo l'uomo per la sua somiglianza
naturale al Cristo può esprimere sacramentalmente il ruolo dei Cristo
stesso nell'eucarestia.
Daltra parte, coloro che sono in posizioni opposte si richiamano
ugualmente alla cristianità antica sottolineando nelle loro
argomentazioni che la posizione ufficiale della Chiesa deriva da una
antropologia che ha origine diretta nel mondo antico e che è
difficilmente accettabile ai nostri giorni. Una antropologia che denota uno
stato manifesto di inferiorità, dove la donna è considerata in un
contesto greco o romano o peggio ancora nel contesto palestinese dove nacque il
cristianesimo.
Riassumendo, le stesse posizioni possono assumere sfumature ed
articolazioni differenti sulle quali non ci soffermeremo. Di contro,
l'esistenza, a partire dal III secolo e soprattutto in Oriente, di un diaconato
femminile a sostegno delle donne malate e per l'assistenza al battesimo delle
donne viene riconosciuta unanimemente.
Laffermazione secondo la quale la donna non ha mai esercitato nel
mondo antico un sacerdozio ministeriale non è corretta che nelle grandi
linee. Essa non rende conto di alcuni episodi, poco numerosi in verità
ma non meno significativi, che hanno caratterizzato la questione del sacerdozio
femminile nell'antichità cristiana: vi sono frammenti storici che la
critica ha sistematicamente ignorato o che ha giudicati ininfluenti nel quadro
di una considerazione globale del problema.
Uno degli episodi è tratto la una lettera di papa Gelasio Primo
(492-496) inviata nel 494 a tutti i vescovi di alcune regioni dell'Italia
meridionale (Basilicata, Calabria, Sicilia). Egli dichiara di avere appreso con
dispiacere che il disprezzo verso la religione è arrivato a un tal punto
che le donne vengono ammesse a sacris altaribus ministrare e che esse
ricoprono delle funzioni riservate ai maschi e che non sono affatto di
competenza del sesso femminile. La cuncta esprime la pienezza delle
attribuzioni sacramentali e liturgiche: siamo quindi in presenza di autentiche
donne sacerdote che erano state ordinate e Gelasio si opponeva a questo facendo
più volte appello alla tradizione della Chiesa ed ai canoni di antichi
concilii: il XIX concilio di Nicea (325), il X e XLIV di Laodicea (seconda
metà de IV secolo). Quello di Nimes (394 o 396), il XXV di Orange (441).
In un mio saggio del 1982 , ho dimostrato che in Italia meridionale le
donne avevano ricevuto il sacramento dell'Ordine da vescovi la cui decisione fu
condannata da Gelasio Primo. Così, si impone una importante
considerazione: l'episodio presentato dal papa ed i numerosi concili orientali
ed occidentali che vietarono alle donne di compiere il servizio liturgico e di
far parte del clero dimostrano implicitamente che nel mondo antico alcune donne
furono ordinate e che la questione del sacerdozio femminile era già
stata sollevata tanto in Oriente che in Occidente.
Anche al di fuori dei contesti eretici, la cristianità antica
sembra avere qualche volta elevato delle donne al rango sacerdotale, in
funzione di certe prerogative propriamente ed esclusivamente dell'Ordine sacro.
Nel caso del De Verginitate, un'opera del IV secolo attribuita ad
Atanasio, si afferma che il "regno dei cieli non è né
maschile né femminile ma tutte le donne che sono gradite al Signore
provengono dall'Ordine degli uomini" e poco più avanti le
vergini sono chiamate a benedire il pane con tre segni della croce, a compiere
le azioni di grazia e a pregare. Questi sono degli atti che si possono
apparentemente considerare come una celebrazione eucaristica se bisogna tener
conto che ai tempi di Atanasio, ad Alessandria, la celebrazione dell'eucarestia
si faceva secondo un rituale ben più complesso di quello che evoca il
De verginitate.
Lepigrafia testimonia dei casi di sacerdozio
femminile.
A Tropea, un piccolo centro della Calabria meridionale, è stata
ritrovata una epigrafe cristiana datata alla metà del V secolo che
attesta di una LETA presbytera. Qualche anno dopo, Gelasio, in una sua
lettera ai vescovi calabresi, avrebbe confermato l'esistenza di un sacerdozio
femminile nell'Italia meridionale. Altre epigrafi del V-VI secolo sembrano
attestare la presenza di donne sacerdoti a Salone, in Dalmazia (presbytera,
sacerdota), a Ippona in Africa (presbyterissa), nei pressi di
Poitiers (presbyteria=presbytera) a Roma (2 volte presbytera), in
Tracia (presbytera in greco).
b(onae) m(emoriae) s(acrum) Leta
Presbitera
quae vixit ann(is) XL m(ensibus) VIII
d(iebus) IX
quei bene fecit maritus precessit in pace
pridie
idus maias
Anche se nell'insieme non si tratta che di qualche epigrafe (meno di 10)
quando le si confrontano con le 50.000 della cristianità antica che si
conoscono, esse dovrebbero far riflettere sul ruolo liturgico e sacramentale
delle donne nel mondo antico. Al contrario la storiografia cattolica che parte
dal principio che il sacerdozio femminile è inammissibile, ha da un lato
integrato alcune epigrafi ed eliminato tutte le altre che fanno riferimento al
sacerdozio femminile, dall'altro ha assimilato il termine "presbytera" a
donna del presbitero, accezione certamente diffusa nella Chiesa antica.
E' giustamente questo atteggiamento preconcetto che caratterizza il
commento che fa un ricercatore rimarchevole come J. Galot dell' XImo canone del
Concilio di Laodicea: « Non bisogna designare delle sacerdotesse nella
Chiesa ». Egli scrive : « Il canone XI del concilio di
Laodicea imbarazza i commentatori . L'incertezza risiede sul senso dei termini
"presbytides" e "praesidentes" e del verbo "designare" o "ordinare". Se noi
dovessimo rifarci al titolo del canone « Non bisogna ordinare
'presbytides' nella Chiesa», dovremmo intendere il termine
presbytides nel senso di sacerdotesse. Ma un tale
significato sembra impensabile per la Chiesa cattolica e si è tentato di
identificare queste "presbytides" sia con le diaconesse superiori sia con delle
semplici diaconesse o con le anziane che avevano l'incarico di sorvegliare le
donne nella Chiesa ". Alla luce di tutto quello che si è osservato
fino ad ora, perchè non dare al canone 11mo l'interpretazione che sembra
la più evidente? Perchè non riconoscere che esso vieta
l'ordinazione presbiterale delle donne? J. Galot ammette egli stesso che si
tratta della interdizione del sacerdozio delle donne, anche se ne circoscrive
la portata e non lo rapporta che alla polemica montanista.
Le informazioni sul sacerdozio femminile che noi abbiamo attraverso le
epigrafi ed i canoni conciliari dovrebbero essere approfondite ulteriormente in
un quadro più ampio che includa anche la documentazione
iconografica.
Io penso ad esempio, agli affreschi della fractio panis nella
cappella greca del cimitero di Priscilla a Roma (intorno al III secolo; dove
c'è l'immagine di una donna in abiti sacerdotali che porta nella mano
sinistra la croce e nella destra l'incensiere rappresentata nel codice latino
12408 della Biblioteca Nazionale di Parigi, fine del VIII secolo). L'analisi di
parecchi documenti relativi alle testimonianze sulle diaconesse e sulle badesse
della fine del Medioevo potrebbero portare delle nuove conoscenze sul problema
del rapporto tra la donna e la liturgia. Questo rapporto,
nell'antichità, fu certamente più ricco e significativo di quanto
non sia oggi .
Anche se i casi di donne con funzioni di presbyterae sono rari,
la frequenza con la quale usano toni polemici sia le deliberazioni dei concili
che gli autori cristiani per stroncare la questione dell'ammissione delle donne
al sacerdozio, lascia credere che i casi di donne nelle funzioni di
presbytera o di qualche altro tipo di servizio liturgico siano stati ben
più numerosi di quanto non attesti la documentazione letteraria ed
epigrafica .
A dispetto dell'esiguità della documentazione e contrariamente a
ciò che sostengono abitualmente coloro che si oppongono al sacerdozio
delle donne, tutto ciò significa che la posizione adottata dalla Chiesa
antica - da tutta la Chiesa e non solo dalla gerarchia - non può essere
intesa come una tradizione monolitica ben definita, vale a dire in tutti i suoi
aspetti e sviluppi, ma piuttosto venne accettata da tutti come una
realtà in evoluzione, come una questione scottante da affrontare con
cautela, discussa e talvolta, anche se raramente, risolta in altra maniera. La
tradizione divenne monolitica quando si condannarono tutte le soluzioni che nel
passato si allontanarono da quelle che vennero accettate e difese dalla Chiesa
cattolica. Questo comportamento della Chiesa può aver subito l'influenza
di alcuni gruppi che, condannati come eretici a partire dal II secolo,
accettavano di ordinare le donne e di elevarle al rango di vescovo. Ma la
presenza di una presbytera non comportava necessariamente la sua
eterodossia né quella della comunità nella quale essa viveva ed
esercitava il suo ministero.
Attone, vescovo di Vercelli che visse tra il IX ed il X secolo, autore
di molte opere e grande conoscitore delle antiche disposizioni conciliari e
della organizzazione ecclesiastica, della vita sacramentale e della lingua
liturgica lo attesta in modo esplicito.
Un sacerdote che si chiamava Ambrogio gli chiese quale fosse il senso da
dare ai termini presbytera e diacona degli antichi canoni. La sua
risposta non lascia posto ad alcun dubbio. Egli cominciò a spiegare come
nella Chiesa antica « la messe era abbondante ma gli operai pochi
» (Mt. 9,37; Lc. 10,2), anche le donne ricevevano i ministeri ad
adjumentum virorum come prova la lettera ai Romani 16,1 (Vi raccomando
Febe nostra sorella diaconessa nella Chiesa di Cencrea») .Secondo
Attone fu l'11mo canone del concilio di Laodicea (seconda metà del IV
secolo ) che vietò l'ordinazione presbiterale delle donne.
Il vescovo di Vercelli scrive esplicitamente che nelle comunità
cristiane antiche non solamente gli uomini ma anche le donne venivano ordinate
(ordinabantur) e che esse erano a capo di alcune comunità
(praeerant ecclesiis), si chiamavano presbyterae ed avevano il
dovere di pregare, guidare, insegnare (Hae quae presbyterae dicebantur
praecandi jubendi vel edocendi [...] officium sumpserant). Questi tre
termini pronunciati nella ordinazione ricevuta dalle donne riassumono il ruolo
del sacramento dellOrdine.
Grande conoscitore della canonicità e delle istituzioni
ecclesiastiche, Attone precisa che il termine presbyterae poteva
designare nella Chiesa antica anche la donna del presbyter. Ma dei due
significati, egli dichiara di preferire il primo.
Una dimostrazione ulteriore dell'uso ingannevole dei testi relativi al
sacerdozio femminile è data dal Lexicon imperfectum, un noto
dizionario medioevale, che attribuì ad Attone, il vescovo di Vercelli,
il secondo significato dato alla parola presbytera.
La testimonianza di Attone riveste una certa importanza in relazione
alla questione del sacerdozio delle donne nell'antichità. Ora, egli
è stato volontariamente ignorato oppure male interpretato perchè
non andava evidentemente nel senso della unanime tradizione; questa accezione
dovrebbe quanto meno seminare qualche dubbio che permetta di arrivare ad un
certezza motivata qualunque essa sia. Io ho l'impressione, invece, che nel
corso dei secoli si è messa in opera, in parte accidentalmente ed in
parte per ragioni di prudenza o di conformismo, una selezione decisa o una
interpretazione preconcetta delle testimonianze già poco numerose su
ciò che concerne l'esercizio del ministero sacerdotale delle donne. Alla
luce della posizione chiara di Attone, è necessario provare a recuperare
anche queste testimonianze, che a prima vista ci appaiono come briciole o
frammenti di storia, per ricostruire un quadro il più largo possibile.
Cosicché apparirà la tradizione della Chiesa, soprattutto nei
primi secoli, che non ha sempre condannato all'unanimità il sacerdozio
femminile, come si pretende abitualmente. Mi sembra di poterlo affermare, in
quanto storico del cristianesimo antico senza partito preso, per l'ammissione
delle donne al sacerdozio. Io penso anche che allo stato attuale è tempo
di discutere la questione ed approfondirla per assicurare alle donne un ruolo
ed una presenza che, al di là di quelli che potranno essere i risultati
e le conclusioni finali, corrispondano alla reale volontà di Cristo.
Anche per la Chiesa antica si impose a mio avviso quello che l'esortazione
apostolica Christifideles laici definì come « una
attenzione più penetrante ed attenta ai fondamenti antropologici della
condizione dell'uomo e della donna».
Sulla base di questa esortazione, è necessario che le ragioni di
tutti siano adeguatamente ascoltate e valutate, certamente alla luce della
dottrina della Chiesa ed in un concilio che riconsideri in un contesto unitario
gli aspetti biblici, teologici , sacramentali, antropologici e storici di tutta
la questione. Solo così si potrà evitare che delle rivendicazioni
affrettate ed intemperanti finiscano per intralciare e ritardare i cambiamenti
che sono nondimeno necessari nella Chiesa di Dio.
traduzione di Serenella Bischi
Molto links all'interno delle pagine sono in via di
traduzione. Possono essere lette nella versione originale in inglese o
in francese.
Ch'e molto di piu sul tema dell'ordinazione delle
donne.
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Nè Eva,
nemmeno Maria
Lordinazione
sacerdotale delle donne nella Chiesa cattolica
Autore: J. Wijngaards
Edizioni La Meridiana 2002,
via G.
Di Vittorio, 7 - 70056 Molfetta (BA) - tel. 080/3346971
pagine: 232; ISBN:
88-87507-63-5; Prezzo: Euro 15,00.