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Il discorso maschile su Dio nella liturgia ed i suoi effetti sulle donne

di Ida RAMING (bibliografia)(1)

Interpretazione corretta della Tradizione
* tradizione scritturale
* tradizione ‘dinamica’
* tradizione ‘latente’
* tradizione ‘matura’

Lumen Vitae, Rivista Internazionale di Catechesi e Pastorale 55 (1999) pp. 47 - 57.

Se delle donne cattoliche prendono parte ad una celebrazione religiosa e fanno attenzione alle immagini linguistiche della liturgia, esse possono avere la sensazione che la sfera del divino è un dominio riservato ad un Dio maschile, e in quanto donne , esse ne sono affatto escluse e dunque non vi possono comparire. La preghiera a Dio Signore, e a Dio Padre si sviluppa come filo conduttore lungo la liturgia, alla stessa maniera dei testi della celebrazione eucaristica , nei quali spesso cambiano solo gli epiteti: "Padre onnipotente, "Padre misericordioso" , "Padre santo". Questa maniera di rivolgersi a Dio culmina infine nel "Padre Nostro". Inoltre, molti canti - accanto a "Dio Signore" ed a "Dio Re"- celebrano "il Padre che è nei Cieli" . Ecco un esempio tra molti altri: «Noi ti consacriamo ,Padre, i frutti della terra, il pane ed il vino..., ammettici, come fratelli in Cristo, al sacrificio..»

Come possibilità di identificazione rimane alle donne, a rigore, Maria, la madre di Gesù. Tuttavia, le preghiere ed i canti diretti alla madre di Dio, hanno nel corso dell'anno liturgico , una importanza relativamente limitata. In più e soprattutto, Maria non è una rappresentante della trascendenza divina, ma, come essere umano ,rimane in rapporto a Dio al livello delle creature .

In un tale culto fin troppo caricato di nomi e di immagini di un Dio al maschile , possono le donne, sia pure in germe, sviluppare la coscienza della loro rassomiglianza con Dio, come viene loro accordata dalla Genesi ? 1,27 («Dio creò l'uomo a sua immagine ; a sua immagine lo creò. Maschio e femmina lo creò»)? Come è possibile che in tali circostanze, possa nascere la coscienza della loro dignità come essere umani compiuti ed autonomi , visto che le donne, in questo contesto religioso , non possono fare l'esperienza della consacrazione e dell' autoriconoscimento come esseri umani creati ad immagine di Dio, ma, al contrario,esse sono messe in questione nel più profondo di se stesse ?

Potremmo obiettare, Dio è " in una luce inaccessibile " (1 Tm 6,16), Dio è invisible, trascendente, al di sopra del nostro universo rappresentativo, e di conseguenza, indicibile ; tutti i nomi e le immagini improntate al nostro universo rappresentativo non possono , evidentemente, esprimere in maniera adeguata il mistero di Dio. Essi non sono altro , evidentemente,che " rumore e fumo". Allora, il modo di rappresentare Dio potrebbe essere senza alcuna importanza.

Mai non si resta affatto ai semplici nomi maschili ! Queste immagini e nomi di Dio al maschile si riflettono nella struttura e nell'organizzazione concreta della Chiesa. Solo degli uomini, ordinati sacerdoti, presiedono alla celebrazione dell'Eucaristia; essi agiscono in persona Christi, in quanto rappresentanti del Cristo nella celebrazione sacra.Solo essi (come sacerdoti e vescovi) detengono le cariche ecclesiastiche alle quali è legato un mandato di direzione ecclesiastica (cf. cc. 129; 274 §1 Cod.Iur.Can).

Vi è dunque un legame indissolubile tra la rappresentazione maschile di Dio , che si articola nei nomi e nelle immagini corrispondenti, e la struttura concreta della Chiesa, caratterizzata da una gerarchia maschile. In effetti, l'esclusione delle donne dal sacerdozio, codificata nella legge , (c. 1024 CIC), è, ancora oggi, motivata espressamente dal fatto che le donne, a causa del loro sesso , non possono rappresentare "l'uomo" Gesù, lo "sposo" e "Signore della Chiesa ", "l'immagine del Padre eterno" (2). Le si considerano " inordinabili".

Ma, con tale argomentazione, si nega praticamente alle donne la rassomiglianza con Dio. La " mascolinità" di Dio e di Gesù diventano saldamente una ideologia che la struttura patriarcale della Chiesa non soltanto sostiene , ma dichiara essere una " volontà divina" .(3) Le conseguenze negative per la coscienza che le donne possono avere del loro valore sono assolutamente chiare : a causa della " religione del Padre", con i suoi effetti oppressivi ,dovuti soltanto al loro sesso, le donne, fin dall'infanzia, sono messe in relazione con delle rappresentazioni " che possono risvegliare in loro dei sentimenti di invalidità, di inferiorità , persino di nullità .Ciò spiega perchè molte donne hanno così poca autostima, non raggiungono la maturità completa , nè provano a raggiungerla...»(4).In rapporto alla Chiesa ed alla interiorità delle donne , si possono descrivere come segue gli effetti della " religione del Padre eterno ": essa «costituisce la radice , non solo della marginalizzazione della donna nella Chiesa , ma di tutta una serie di involuzioni negative : [...] la diffidenza verso il pluralismo ed il timore del dialogo e del confronto; il paternalismo nella pastorale ed il centralismo nella direzione della Chiesa ...»(5).

Il retroterra socioculturale dell'immagine maschile di Dio e la reinterpretazione di Gesù del nome di Padre attribuito a Dio

L’esegesi moderna ha fatto chiarezza sull'origine dei nomi e dell'immagine maschile di Dio. Le comunità religiose dell'Antico e del Nuovo Testamento si sono sviluppate in una cultura patriarcale . «Questo stato di fatto ha dovuto necessariamente determinare, non solo la lingua religiosa delle future comunità giudaiche e cristiane, ma anche le strutture della loro vita sociale e politica. Nell'ordine sociale patriarcale , l'uomo esercita tutta l'autorità nel quadro familiare. Egli è proprietario della donna ( o delle donne) come sposa, madre...Egli è libero, gli altri no. I figli appartengono al padre, non alla madre . La donna ( o le donne) ed i figli sono obbligati ad obbedirgli ed a servirlo ... Tali piramidi familiari, sociali , politiche e religiose culminano infine nell'autorità celeste suprema, in Dio, il Padre di tutti »(6). Alla luce di questa situazione socioculturale che impregna l'Antico Testamento, doveva necessariamente conseguire che gli Ebrei attribuissero a Dio denominazioni maschili , signore, pastore, re..

Per contro, è sorprendente constatare , nell'Antico Testamento , una esitazione netta a chiamare Dio Padre (7), sebbene questa definizione di Dio ( o degli dei) sia assolutamente comune nell'antico Oriente (8). Bisogna attribuire tutto ciò al fatto che il concetto di Dio Padre è interpretato, nel senso biblico, come essere assolutamente transessuale e dunque senza alcun rapporto con la procreazione. «A differenza dei miti pagani sulla genealogia degli dei, la paternità di Dio nel senso biblico è interamente dissociata dall'idea di generazione [...] Dio viene designato come Padre in relazione ad un atto elettivo, che è inscindibile dal suo intervento nella storia in favore del suo popolo . Dio è il Padre di Israele . Non il padre degli uomini ».(9) Questo modo di mettere in relazione la paternità di Dio con un atto storico ( la liberazione dalla schiavitù in Egitto ) ha determinato , secondo Claude Geffré, una modifica profonda del concetto di Padre. La concezione assolutamente transessuale della paternità divina «ci invita a non attribuire a questo simbolo dei tratti esclusivamente maschili »(10).

La discrezione che si può osservare nella Bibbia ebraica dinnanzi al concetto di Padre applicato a Dio viene completamente abbandonata nel Nuovo Testamento. Il nome di "Padre" per indicare Dio vi appare molto frequentemente..(11) La formula di invocazione nelle preghiere di Gesù è "Padre" (cf. Mt 11,25 ; Lc 23,46 etc...) o “Abba” ( papà: Mc 14,36). Come nell'Antico Testamento , questo termine maschile utilizzato per designare Dio nel Nuovo Testamento è influenzato profondamente dalla struttura patriarcale persistente nell'antico Israele. Se ne possono osservare esempi diretti in alcune delle parabole di Gesù: la parabola del 'figlio prodigo' o del 'padre misericordioso ' (Lc 15,11-31) mostra una 'famiglia' composta solamente da un padre e due figli. Della madre, che deve averli pur generati, non vi è alcun cenno . Nella società di Israele all'epoca di Gesù , solo i figli maschi potevano ereditare. Così , il messaggio di Gesù riguardante la misericordia di Dio poteva essere spiegato con il comportamento del padre della parabola verso il suo erede 'prodigo' , senza alcuna necessità di intromettervi delle donne .

A giusto titolo, nella ricerca esegetica, si mette in evidenza «la relazione stretta tra l'insistenza di Gesù sulla paternità di Dio e l'annuncio dell'avvento del regno di Dio » (cf. il Padre Nostro ). «Gesù non annuncia un altro Dio che quello dell'Alleanza »(12). «Dio lo ha incaricato di trasmettere e di compiere , con il regno di Dio, la salvezza finale con le parole e gli atti . Egli si rimette a lui per rappresentare il suo amore tra gli uomini .Gesù si fa garante di Dio nel mondo in un modo singolare, si pone davanti agli uomini »(13), come è scritto in Mt 11,27: «Tutto mi è stato dato dal Padre mio ; nessuno conosce il Figlio se non il Padre come nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare.».

Dopo questa affermazione, ciò che collega Gesù a Dio , che chiama Padre, è " il legame di una filiazione unica”(14). Egli è il Verbo fatto carne e l'immagine di Dio invisibile (cf. Gv 1,14; Col 1,15). La formula di Gesù in San Giovanni , «Chi ha visto me, ha visto il Padre » (Gv 14,9), proclama che , nelle parole e negli atti di Gesù , nella sua sofferenza e nella sua morte, il 'Padre' si rivela. «La follia della croce (cf. 1 Co 1,18) è l'ultima parola sul Padre di Gesù », così che la rappresentazione comune del Dio-Padre , della sua onnipotenza, della sua impossibilità a soffrire e del suo regno che tutto inviluppa è superata. In Gesù e per mezzo di Gesù si realizza una "reinterpretazione" di Dio: «Nell'istante in cui Gesù (sulla croce) rinuncia alla presenza di un padre idealizzato e fa l'esperienza del suo silenzio e della sua assenza, in questo istante, è Dio stesso che manifesta la sua solidarietà con la sofferenza e la morte dell'uomo ...». Dio rinuncia, in una certa misura, alle sue prerogative (onnipotenza, regno) , «per disfarsi,nell'umanità del crocefisso, della sua posizione di forza »(15). L'ultima parola di Gesù sulla croce («Mio Dio, mio Dio, perchè mi hai abbandonato ?») può essere interpretata come «rinuncia di Dio a se stesso»(16).

Ma col Dio sofferente per amore degli uomini, non si dà solamente un colpo di spugna sulla rappresentazione corrente di Dio, della sua onnipotenza e del suo regno, ma anche sull'immagine ideale dell'uomo , improntato dal pensiero patriarcale, e sull'autorità che gli è stata concessa sulla donna. Gesù, e dunque Dio, infligge , con la sua vita e la sua morte, una smentita totale alla condizione signorile dell'uomo,all' arroganza maschile, dal momento che si aspetta dai suoi discepoli, indipendentemente dal sesso degli esseri umani, il servizio umile verso il prossimo come tipo di comportamento voluto di Dio. (cf. Mc 10,42-45 e simili; Gv 13,1-20).

La relazione particolarmente stretta tra Padre e Figlio, di cui Gesù testimonia a più riprese ,ha trovato la sua espressione nella dottrina dello Spirito Santo.Per la relazione tra il Padre ed il Figlio nello Spirito Santo, si sono trovate delle metafore che fanno riferimento al campo della sessualità : è una questione di 'procreazione' con Dio ed a partire da Dio. La descrizione della relazione tra Padre e Figlio come 'procreazione' è determinata essenzialmente dalla antica teoria della procreazione, secondo la quale l'uomo genera la vita con il suo 'seme' , mentre la donna non è altro che il 'recipiente' che lo riceve o quella che offre la 'materia' informe per la nuova vita..(17)

Alla luce di questa teoria sulla procreazione ( di cui la scoperta dell'ovulo femminile (metà del XIX secolo) ha dimostrato definitivamente il carattere erroneo, poichè essa ignorava il contributo genetico della donna alla nascita di una nuova vita ), la procreazione, a proposito di Dio , non può essere altro che questione di Padre e di Figlio. In una certa misura, si deve considerare la teoria patriarcale della procreazione, le cui ripercussioni nella Bibbia sono chiare, come una delle radici dell'immagine maschile di Dio accanto al predominio sociale dell'uomo nell'Antichità.(18) Bisogna tuttavia sottolineare che la descrizione della relazione intra-trinitaria tra "Padre" e "Figlio" non può essere fatta senza far ricorso ad immagini e metafore del mondo femminile , giacchè è con l'immagine della "nascita a partire da Dio" che l'emanazione del "Figlio" o del "Logos" a partire da Dio può essere visualizzata al meglio ed in un modo incomparabile. Già nella lingua della Bibbia , non si esita a trasferire sul Dio "maschile" delle espressioni del mondo sessuale femminile .(19) Il prologo del vangelo di Giovanni lo mostra in maniera particolarmente espressiva: «Nessuno ha mai visto Dio; il Figlio unigenito , che è nel ventre del Padre ( che è nel seno del Padre ) ce lo ha fatto conoscere » (Gv 1,18).

Nel corso dell'elaborazione della dottrina trinitaria , questi principi biblici divennero oggetto di ulteriori sviluppi . Così, il concilio di Toledo ( 675 d.c.) afferma « che il Figlio è partorito (genitus vel natus), non a partire dal nulla o a partire da qualche particolare sostanza, ma dal seno materno del Padre (de utero Patris), cioè dal suo essere»(20). Come mostrano gli esempi qui evocati, l'immagine della madre a proposito di Dio sarebbe dunque, su un piano metaforico, fondamentalmente più evocatrice e più adeguata.

Jürgen Moltmann(21) constata che la dottrina cristiana della Trinità rappresenta «un primo passo verso il superamento del linguaggio maschile nel concetto di Dio »... Un padre che, insieme, genera e partorisce suo figlio non è un padre unicamente maschile . E' un padre materno . Non può essere definito unisessualmente maschile , ma deve essere bi o transessualel... «Il fine della dottrina sarebbe quello di giungere ad una comunità di donne e di uomini senza subordinazione e senza privilegi...». Riferendosi a Ga 3,28 . («In Cristo, non c'è nè uomo nè donna ..»), Moltmann sottolinea: «solo una società liberata dal sessismo e dalla dominazione di classe può divenire una immagine adeguata di Dio in tre persone ».

Mancanza di conseguenze nella pratica

Fino a questo momento, non si sono tratte le conseguenze di queste conoscenze nuove. La liturgia ufficiale resta ancora e come sempre ancorata al discorso esclusivamente maschile su Dio ("Padre") , sebbene la situazione socio-culturale si sia nel frattempo chiaramente modificata in rapporto all'Israele antico.

In contrasto con questi evidenti "segni dei tempi" ,la Chiesa ufficiale rimane legata alla subordinazione strutturale della donna nel suo ordinamento istituzionale ( esclusione delle donne dalle cariche derivanti dall'ordinazione cf. c. 1024 CIC) ed alla definizione prettamente maschile di Dio.

Vista l'assenza manifesta di qualunque evoluzione, un richiamo alla interdizione delle immagini nell'Antico Testamento diventa necessario. Nel libro del Deuteronomio , essa viene formulata in questo modo : «State bene in guardia per la vostra vita: poichè non vedeste alcuna figura quando il Signore vi parlò sull'Oreb dal fuoco, non vi corrompete e non fate immagine scolpita di qualche idolo, la figura di maschio o di femmina ...!» (Dt 4,15-19).

«Tale interdizione delle immagini non si rivolge solamente contro le rappresentazioni visibili o materiali di Yavhé.Ma è piuttosto un invito permanente alla trascendenza, un richiamo a non prendere possesso della divinità »(22); poichè Yavhé non si lascia ridurre ad alcuna immagine, ad alcun nome.

«A chi potreste paragonare Dio ? E quale immagine mettergli a confronto ?... A chi potresti paragonarmi e chi sarebbe il mio pari ?» dice il Santo (Is 40,18 e 25). L’interdizione delle immagini, considerata nel suo contesto storico, «non riguarda solamente le immagini visibili, ma anche le immagini verbali alle quali si dà valore assoluto», - e quindi riguarda anche il concetto di Padre applicato a Dio.Si viene particolarmente impressionati , nella Bibbia ebraica, dalla cura con cui vengono relativizzati i differenti modelli e le espressioni utilizzate per descrivere Dio ed il divino...»(23).

Se però, nella liturgia ufficiale della Chiesa, ci si continua ad attenere esclusivamente alla rappresentazione maschile di Dio ed al nome di Padre , il carattere sacro e la trascendenza assoluta di Dio, che costituiscono una affermazione fondamentale della traduzione giudaico-cristiana , cadono nell'oblio.(24) Ed inoltre, questa immagine esclusivamente maschile di Dio implica che si ignora e che si devalorizza del tutto la somiglianza della donna con Dio e la promessa per la quale la donna e l'uomo sono, in Cristo, su un piano di eguaglianza davanti a Dio(Ga 3,27 e seguenti.).

Per le donne che sono riuscite a liberarsi interiormente della tutela maschile, questa forma di sacralizzazione e di assolutizzazione del concetto maschile di Dio pone , via via, dei grandi problemi. E' venuto il tempo finalmente di utilizzare un linguaggio ed un sistema di metafore che includino anche il femminile.. E' per questo che la parola straordinaria di papa Giovanni Paolo Primo «Dio è nostro Padre; molto di più: egli è nostra madre!» fu percepita come un segnale di speranza- ed esplose come una bomba nel mondo intero.

Già nella Bibbia, specialmente nel Vecchio Testamento, si trovano numerosi spunti (25) di un linguaggio e di un sistema di metafore di questo tipo, adeguati al 'segno dei tempi' (Giovanni XXIII), ma tali spunti potrebbero e dovrebbero essere presi in considerazione per tenere da conto della somiglianza della donna con Dio. Secondo Raurell, esiste una «esigenza legittima della teologia femminista affinchè si esprima l'esperienza religiosa delle donne in maniera indipendente dalle immagini e dai simboli subordinati al linguaggio maschile.Si tratta di una teologia che tiene conto della globalità»(26). Senza una "trasformazione rivoluzionaria" della parola umana su Dio che implichi anche " una riappropriazione delle semantica femminile per la divinità »(27),il messaggio della Rivelazione non può più essere trasmesso , all'epoca attuale,in una forma adeguata, cioè in forma comprensibile ed accettabile per gli esseri umani ed in altri termini : il linguaggio esclusivamente maschile deve essere sostituito da un linguaggio umano che integri l'uno e l'altro sesso, orientandosi in funzione della somiglianza dell'uomo e della donna a Dio. Ma, per la verità, una semplice modifica della lingua liturgica, senza una riforma simultanea della posizione subordinata della donna nella Chiesa, non sarebbe altro che una apparenza .(28)

In nessun modo, una tale evoluzione nella teologia e nella liturgia , ispirata dalla dignità personale della donna e dalla sua rassomiglianza con Dio, significherebbe una deviazione in rapporto alla fede della tradizione giudaico-cristiana in un solo Dio. Al contrario, un linguaggio liturgico equanime verso la donna e verso l'integrazione umana, mostrerebbe la strada per superare quell'abuso tuttora in atto che consiste nell'utilizzare il nome sacro di Dio come fondamento ideologico e come giustificazione della discriminazione delle donne nella Chiesa(cf. c. 1024 CIC), disonorando il suo nome. Questa apertura verso la liberazione della donna con l'ausilio del linguaggio e del sistema metaforico della liturgia permetterebbe nello stesso tempo un accesso più profondo e più largo al mistero indicibile di Dio, poichè «la verità del mistero di Dio e quella della liberazione dell'uomo sono strettamente legati »(29).

note

1. Ida RAMING, dottoressa in teologia, nata nel 1932 ha condotto i suoi studi in filosofia, pedagogia , teologia e filologia a Münster e Fribourg-en-Brisgau; dottorato con la tesi Sull'esclusione delle donne dal ministero nella Chiesa .Uno studio critico sul cap. 968, §1, del Diritto Canonico; Pubblicazioni nel campo della ricerca storico-teologica sulle donne , specialmente sulla tematica della posizione e sul riconoscimento della donna nella Chiesa cattolica romana.

2. Cf. Dichiarazione della Congregazione della Fede sull'ammissione delle donne al sacerdozio ministeriale (Inter insigniores), del 15 ottobre 1976, DC, 1977, n° 1714, pp.158-164; Lettera apostolica di Giovanni Paolo II Mulieris Dignitatem, 1988, DC, 1988, n° 1972, pp. 1063-1088; Prese di posizione critiche su questo argomento in I.RAMING, Frauenbewegung und Kirche. Bilanz eines 25jährigen Kampfes für Gleichberechtigung und Befreiung der Frau seit dem 2. Vatikanischen Konzil, Weinheim, 2e ed., 1991; vedi anche I.RAMING, Der Ausschluss der Frau vom priesterlichen Amt. Gottgewollte Tradition oder Diskriminierung?, CologneVienna, 1973.

3. Cf. Lettera apostolica Ordinatio sacerdotalis, 1994, DC 1994, n° 2096, pp. 551-552.

4. F. RAURELL, Der Mythos vom männlichen Gott, Fribourg, Bâle, Vienna, 1989, p. 13.

5. F. RAURELL. ibid.. p. 166

6. F. RAURELL, ibid., p.34. Vedi anche Erhard S. GERSTENBERGER, Jahwe — ein patriarchaler Gott? Traditionelles Gottesbild und feministische Theologie, Stoccarda, 1988, pp. 25 ss.

7. Ancora F. RAURELL, ibid., pp.50 ss.., Dio è chiamato Padre cinque volte soltanto nell'A.T. se si eccettuano i casi in cui viene paragonato ad un padre terrestre. Cf. anche J. GNILKA, Jesus von Nazareth. Botschaft und Geschichte, Fribourg, Bâle, Vienna, 1993, p. 265: «Nell 'A.T. e nel giudaismo, è raro il caso in cui , nelle preghiere, ci si rivolga a Dio chiamandolo Padre .»

8. Cf. a proposito H. TELLENBACH (editore), Das Vaterbild in Mythos und Geschichte, Stoccarda, 1976, p. 98.

9. C.Geffré, “ ‘Père’comme nom propre de Dieu” in Concilium n° 163,1981, pp. 67-77, ivi p. 69.

10. C.Geffré, ibid.,p.69.

11. J. GNILKA, op. cit. (vedi nota 7), pp. 205, 264.

12. C. GEFFRÉ, op. cit. (vedi nota 9), p. 70.

13. J. GNILKA, op. cit. (vedi nota7), p. 265.

14. J. GNILKA op. cit. (vedi nota 7), p.266.

15. C. GEFFRÉ, op. cit. vedi nota 9), p. 77.

16. C. GEFFRÉ, op. cit. vedi nota 9), ibid. (riferendosi a W. Kasper).

17. Nell'Antico come nel Nuovo Testamento , la teoria maschile della procreazione è posta come principio fondamentale: spesso si fa riferimento al 'seme' dell'uomo , senza che il contributo della donna alla nascita della vita umana venga riconosciuto in maniera equivalente. In Sp 7,1 ss., la rappresentazione che fa l'Antico Testamento del processo di procreazione è sviluppata in una teoria alla quale non dovrebbe essere estranea l'influenza greca : «Fui formato di carne nel seno di mia madre,durante dieci mesi consolidato nel sangue, frutto del seme di un uomo...» Cf. a proposito E. LESKY, Die Zeugungs- und Vererbungslehren der Antike und ihr Nachwirken, in Abhandlungen der Akademie der Wissenschaften und der Literatur (Geistes- u. sozialwissenschaftliche Klasse), annata 1950, n° 19, pp.1227- 1425.

18. Cf. S. GERSTENBERGER, op. cit (vedi nota 6), pp. 21, 23 (con indicazioni dei passaggi biblici corrispondenti ).

19. Se ne trovano attestazioni tanto nel Nuovo che nel Vecchio Testamento :cf. ad es. Dt32,18; Ger2,27; Is42,14; 49,15; Gv 1,13 sg. e Gv 1,17.

20. J. MOLTMANN, Le Père maternel, inConcilium, n° 163, 1981, p.83.

21. J. Moltmann, ibid.,p.83

22. F. RAURELL, op. cit. (vedi nota 4), p. 49.

23. F. RAURELL, op. cit. (vedi nota 4), pp. 49 ss.

24. Cf. F. RAURELL, op. cit. (vedi nota 4), p. 91.

25. Numerose testimonianze di questo in F. RAURELL, pp. 34-100; in S. GERSTENBERGER, op. cit. (vedi nota 6); vedi anche l'articolo “Gott/Göttin” in Wörterbuch der Feministischen Theologie edito da E. GÖSSMANN , Gütersloh, 1991, pp. 158-173 (numerose indicazioni bibliografiche ).

26. F. RAURELL, op. cit. (vedi nota 4), p. 177.

27. F. RAURELL, op. cit. (vedi nota 4), pp. 178 sv.

28. Un movimento femminile dall'interno della Chiesa ,e che ha anche ramificazioni internazionali , si batte per una riforma della posizione della donna in tutti i campi della vita ecclesiastica . Cf. su questo argomento Iris MÜLLER e Ida RAMING, Aufbruch aus männlichen “Gottesordnungen”, Reformbestrebungen von Frauen in christlichen Kirchen und im Islam, Weinheim, 1998. Inoltre ,si potrà trovare una biblioteca particolare organizzata da Iris Müller al seminario di studi religiosi alla Facoltà di teologia cattolica dell'Università di Munster (Hüfferstr.27, D-48149), “Frauen in den Religionen”.

29. F. RAURELL, op. cit. (vedi nota 4), p. 180.

Molto links all'interno delle pagine sono in via di traduzione. Possono essere lette nella versione originale in inglese o in francese.

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Nè Eva, nemmeno Maria

L’ordinazione sacerdotale delle donne nella Chiesa cattolica

Autore: J. Wijngaards
Edizioni La Meridiana 2002,
via G. Di Vittorio, 7 - 70056 Molfetta (BA) - tel. 080/3346971
pagine: 232; ISBN: 88-87507-63-5; Prezzo: Euro 15,00.