Category: Vocation

“MONITUM” DELLA CONGREGAZIONE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE CIRCA L’ATTENTATA ORDINAZIONE SACERDOTALE DI ALCUNE DONNE CATTOLICHE , 10.07.2002


"MONITUM" DELLA CONGREGAZIONE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE CIRCA L’ATTENTATA ORDINAZIONE SACERDOTALE DI ALCUNE DONNE CATTOLICHE

On June 29, 2002, Romulo Antonio Braschi, the founder of a schismatic community, attempted to confer priestly ordination on the following Catholic women: Christine Mayr-Lumetzberger, Adelinde Theresia Roitinger, Gisela Forster, Iris Müller, Ida Raming, Pia Brunner and Angela White.

In order to give direction to the consciences of the Catholic faithful and dispel any doubts which may have arisen, the Congregation for the Doctrine of the Faith wishes to recall the teaching of the Apostolic Letter Ordinatio Sacerdotalis of Pope John Paul II, which states that "the Church has no authority whatsoever to confer priestly ordination on women and that this judgment is to be definitively held by all the Church’s faithful" (n. 4). For this reason, the above-mentioned "priestly ordination" constitutes the simulation of a sacrament and is thus invalid and null, as well as constituting a grave offense to the divine constitution of the Church. Furthermore, because the "ordaining" Bishop belongs to a schismatic community, it is also a serious attack on the unity of the Church. Such an action is an affront to the dignity of women, whose specific role in the Church and society is distinctive and irreplaceable.

The present Declaration, recalling the preceding statements of the Bishop of Linz and the Episcopal Conference of Austria and in accordance with canon 1347 § 1 of the CIC, gives formal warning to the above-mentioned women that they will incur excommunication reserved to the Holy See if, by July 22, 2002, they do not (1) acknowledge the nullity of the "orders" they have received from a schismatic Bishop in contradiction to the definitive doctrine of the Church and (2) state their repentance and ask forgiveness for the scandal caused to the faithful.

Rome, from the Offices of the Congregation for the Doctrine of the Faith, 10 July 2002.

Joseph Card. RATZINGER, Prefect
Tarcisio BERTONE, S.D.B.
Archbishop Emeritus of Vercelli, Secretary

[01157-02.01] [Original text: Italian]


John Wijngaards Catholic Research

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Denise Donato

"My vocation has been a struggle."

Se mi domandaste quando ho sentito per la prima volta la chiamata di Dio al ministero ordinato, vi risponderei probabilmente : il 1 ° ottobre 1987 ( o perlomeno questo è il momento in cui, per la prima volta, ho dato un nome a quello che mi accadeva ). A quell'epoca io partecipavo ad un ritiro centrato sugli esercizi spirituali di sant'Ignazio nella vita corrente. Era il primo giorno della seconda settimana di questo ritiro di 30 giorni. Il passaggio della Scrittura sul quale meditavo era Esodo 3: Mosè ed il roveto ardente. Questo passo mi era assai familiare , era infatti un'immagine della Scrittura che mi aveva spesso parlato, ma era la prima volta che potevo dargli un nome come feci. Nel mio diario, a proposito di questa esperienza di preghiera del 1 ° ottobre 1987, ho scritto:

Sento la chiamata del Signore, una chiamata molto più forte di quello che avrei mai immaginato, ma non vedo a cosa Dio mi chiami . E' come se il Signore mi preparasse a qualcosa. Se fossi stata un uomo e fossi celibe, non avrei ombra di dubbio nel mio spirito che questa sia una chiamata al sacerdozio, ma io non sono nè l'una nè l'altra cosa, quindi non può esserne il caso (Diario di preghiera).

Quest'ultima frase si trova spesso nel mio diario.

Mi è difficile spiegare cosa provai durante questa chiamata del 1o ottobre.Non sentii la voce di Dio ( almeno in quel preciso momento) . Era piuttosto una impressione forte di essere chiamata , non come emozione, ma come una sensazione fisica nel più profondo del mio essere, la sensazione molto intensa che Dio mi chiamasse a fare qualcosa di più. Era in verità lo stesso sentimento che avevo avuto durante il ritiro ignaziano.

Per un certo tempo, ho sentito un vivo desiderio di avvicinarmi al Cristo. Ho seguito dei ritiri per donne, ho accolto a casa mia dei gruppi di studio biblici ed ho partecipato ad alcuni seminari " Vita nello Spirito" , a degli studi " Doni spirituali" ed a tutto ciò che la mia Chiesa poteva offrirmi nel genere, ma niente sembrava soddisfare il mio ardente desiderio. Mi ricordo di avere avuta chiara coscienza che questo vivo desiderio non veniva da me, ma che era Dio a suscitarlo in me. Tuttavia, a questo desiderio si mescolava molta paura. Per un certo periodo, sono stata preoccupata che, se Phil ed io non avessimo camminato insieme sul piano spirituale, ciò avrebbe potuto provocare un pericoloso fossato tra di noi. Così ho trascorso i primi 9 anni di matrimonio a trascinare Phil a tutti i ritiri, agli studi biblici o nelle attività parrocchiali che si presentavano, quanto più potevo. Il mio timore di provocare una crepa nella nostra coppia era tale che se egli non voleva parteciparvi , allora pensavo di non dovervi partecipare nemmeno io. E' tuttavia arrivato il momento in cui ho capito che Phil non viveva lo stesso mio stato d'animo. Ho capito che non avrei potuto soddisfare oltre il desiderio che avevo. Infatti, agendo in questo modo, ho sacrificato una gran parte di me. A dispetto dei miei timori, ed a qualunque costo, io dovevo seguire la voce di Dio.Questa costituì una decisione per me così importante che ricordo esattamente dove ero e cosa facevo quando ho capito. Meno di una settimana più tardi ho sentito parlare del ritiro ignaziano ed ho immediatamente compreso che dovevo andare.

La lotta

Allorchè quello che era accaduto durante la mia meditazione del 01/10/87 m’era ormai familiare, si produsse in me timore e confusione. Anche se il mio appello si era manifestato gradualmente, William H. Myers - nel suo libro God’s Yes Was Louder Than My No [Il 'si' di Dio era più forte del mio 'no' ] - classifica la storia della mia chiamata come di tipo A (cataclismatico/resistente ). Resistente è un eufemismo. Innanzitutto, questa resistenza può essere descritta meglio come forte sensazione di indegnità. E' indicativo che io abbia letto fino al versetto 11 di Esodo 3.( Cosa che era un errore , il testo affidato alla mia meditazione andava dal versetto 4 al versetto 10). E' nel versetto 11 che Mosè pone la domanda a Dio e dice: " Chi sono io ? " , volendo significare che non era niente. Cosa che io ho immediatamente risposto gemendo. La mia indegnità si è meglio rivelata attraverso la sensazione che in qualche modo m'immaginassi delle cose o quanto meno che interpretassi male i segni che mi venivano inviati. Mentre il ritiro andava avanti, mi sono resa via via conto della mia natura di peccatrice e mi sono chiesta allora se questa esperienza nella preghiera non fosse una manifestazione del mio stato di peccatrice, un segno di vanità e di arroganza.

Myers classificherebbe questo come uno stato limite(soglia), ed egli pensa che sia una reazione frequente quando si sente una tale chiamata, o almeno quando la chiamata suscita resistenza. Egli descrive la fase limite " come un periodo di ambiguità, di confusione , di dubbio, di timore e forse anche di resistenza interiore ed esteriore...è un periodo molto instabile per colui che è chiamato " (1994, pp. 123). Questa soglia ha un elemento in comune con lo stadio 3: la lotta. E' una lotta per rifiutare la chiamata. Questo stadio può manifestarsi attraverso una resistenza alla chiamata, con un conflitto interno o esterno e/o con una crisi.

Quando la lotta era allo stadio attraverso il quale sono spesso passata durante la mia chiamata, io l'ho vissuta inizialmente come un periodo di confusione in cui nasceva la sensazione della mia indegnità, ma la paura non era lontana. Cosa si esigeva da me? Gli altri avrebbero capito ? Cosa di più mi avrebbe chiesto Dio ? Mi sarei persa durante questa avventura? L'immagine di Esodo 3 mi ha fatto comprendere meglio la mia più grande paura, una paura che è ancora presente in me in alcuni momenti. Se mi avvicino troppo a Dio, non sarò consumata dal fuoco del roveto e perderò la mia personalità ? Sebbene io sappia che non è questo il nostro Dio, che è amore, io sono turbata al momento da sentimenti che non possono essere descritti in altro modo.

La mia chiamata iniziale

Myers ritiene che "la storia della chiamata" parta dagli anni precedenti alla " esperienza della chiamata" , durante le prime esperienze religiose dell'individuo. Io sono stata cresciuta in una famiglia cattolica italiana. Mia madre mi mandava regolarmente a messa ogni domenica ed a confessarmi ogni sabato. Mio padre era un cattolico che andava in chiesa due volte l'anno, per lo meno fino a quando non abbiamo parrocchia mentre ero adolescente.

Queste prime esperienze religiose hanno assunto molta importanza per me dal momento in cui ho capito che la mia chiamata ad un ministero ordinato era in effetti cominciata molti anni prima. Mi ricordo di essere stata una bambina con un vivo desiderio di diventare chierichetta. Non ho altre parole per esprimere il mio sentimento; tutto ciò che sapevo è che volevo stare più vicina all'altare e così pensavo di essere più vicina a Dio. Settimana per settimana, osservavo i chierichetti e sognavo di unirmi a loro. Mi si offrì la possibilità di vedere se era fattibile. L'abate Kelly cominciò a darci delle lezioni di religione. Vi ricordo che che io ero una bambina timida, ed ero terrificata dall'abate Kelly. Era un uomo anziano con una voce molto possente. Ogni sabato, quando mi confessavo, potevo sentire l'eco della sua voce lungo tutta la chiesa. Non so per quale ragione venne a discutere con la classe, ma sapevo che se non gli avessi fatto la domanda in quel momento, non avrei avuto altra occasione. Mentre stava per uscire, ho alzato la mano domandando: " Signor abate, perché non posso essere chierichetta ". La sua risposta fu evidentemente: "No. Solo i ragazzi possono essere chierichetti". Riunendo allora tutto il mio coraggio e cercando di non piangere, gli chiesi il perchè. Le sue parole: " Perchè Gesù era un ragazzo" mi hanno scosso profondamente, ma mi sono sforzata di trattenere le lacrime fino a quando non sono salita sull'autobus per tornare a casa.

Diversi anni più tardi , quando ero adolescente, a Fairport si aprì una nuova parrocchia ed i miei genitori furono tra i primi a farne parte. L'abate Kreckle era prima di tutto un uomo molto gradevole e mi incoraggiò assieme ad altri adolescenti ad assistere ad un 'seminario ', in realtà un ritiro per studenti delle secondarie. Sono tornata da questo ritiro con una presa di coscienza molto forte della mia fede e con un legame nuovo, più personale, col Cristo. Prima avevo fatto parte di “Reality” (un gruppo d'amicizia per adolescenti che si riunivano ogni settimana) ed io mi alzavo anche alle 6 e 30 del mattino per andare a messa nello scantinato del presbiterio. Nonostante il fatto che fossi la sola adolescente ( e la sola di sesso femminile) di questo piccolo gruppo di 6/10 persone, avevo piacere ad assistere a questa messa e pensavo che fosse una maniera formidabile di cominciare la mia giornata.

Non riuscivo a capire per quali ragioni i coetanei del mio ambiente non parlassero mai di diventare sacerdoti. Li invidiavo per questa opportunità offerta a loro e non a me. Pensavo che fossero pazzi a non pensarci ! Evidentemente, non mi veniva l'idea che non fossero chiamati a questa vocazione e che io lo ero ; pensavo solamente che era ingiusto ! Mi ricordo di aver avuto una conversazione su questo argomento con un ragazzo e che mi disse: " Bene, puoi farti suora !" . Al che risposi semplicemente ma energicamente : " Io non voglio diventare suora !" , capii che non era a questo che ero chiamata. Più tardi, quando incontrai mio marito, seppi di non essere chiamata al celibato, così misi da parte l'idea di diventare sacerdote come una sorta di 'fascinazione ' e prosegui la mia vita. Ricordatevi che sono cresciuta in una famiglia italiana molto cattolica. Essa non mi fu di alcun aiuto per affrontare una strada nuova, nè per incoraggiare quella parte di me stessa che avrebbe voluto una vita diversa da quella che è tradizionalmente la vita di madre e di moglie.

Alla ricerca di una conferma

Un' altra caratteristica classica dell'esperienza della chiamata ad una vocazione è conosciuta sotto il nome di Ricerca. A questo stadio, colui o colei che si crede chiamato(a) va alla ricerca di " un orecchio comprensivo che simpatizzi " (1994, 47). E' anche la ricerca di una Conferma (cioè una convalida esterna della chiamata) . Nel corso degli anni ho spesso provato in me una lacerazione tra questa ricerca ed una vera reticenza a parlare della mia chiamata. Ho attraversato dei periodi durante i quali ognuno dei due atteggiamenti ha predominato.Penso che la mia reticenza fosse giustificata da diverse ragioni compreso il mio dubbio sulla veridicità di questa chiamata, la sensazione di non meritare nulla e la mancanza di fiducia in me stessa. Più importante tuttavia era il fatto che questa chiamata risiedeva nel più profondo dell'animo, e confidarla a qualcuno era come mettermi a nudo e rendermi vulnerabile.Più recentemente, ho vissuto un altro aspetto di questa lacerazione: E' la sensazione di non sapere cosa sia peggio: credere in questa chiamata con la sofferenza di sapere che essa non sarà verosimilmente mai riconosciuta ufficialmente dalla mia Chiesa, oppure che essa venga riconosciuta e vivere allora nel timore di dove questa chiamata potrebbe condurre. Questo è l' essere lacerata tra la sofferenza ed il timore. Non so quale sia la sofferenza più grande: quella di abbandonare o quella di perseverare.

Il primo passo alla ricerca di comprensione e della conferma della mia vocazione fu nel confidarmi alla mia direttrice spirtuale della settimana successiva al 01/10/87. Le parlai di ciò che avevo vissuto, della mia fortissima sensazione di essere chiamata e del mio sconcerto dinnanzi a quello che significava per me. Diverse volte nel corso di questo incontro , ho ripetuto che Dio non poteva chiamarmi perchè non ero di sesso maschile nè celibe. Essa mi ascoltò mentre io parlavo a lungo e (probabilmente per provare a mettermi al corrente delle mia confusione) mi ricordò che in virtù del nostro battesimo, siamo tutti(e) chiamati(e) ad essere sacerdoti, con una piccola "s", e forse è a questo che Dio mi chiamava piuttosto che al sacerdozio nel senso pieno del termine. Questo mi ha rassicurato un poco e mi ha risollevato, ma non servì a lungo perchè dopo le mie preghiere, ricominciai a farmi delle domande .

Essere rassicurata

Nel mio diario, in data 21/10/87, ho descritto il mio malessere poichè pensavo che questa chiamata non era chiara ed ho espresso il desiderio che Dio la manifestasse con chiarezza come fece a Mosè ( evidentemente, supponevo che Mosè goiudicasse evidente la sua chiamata, cosa di cui non si può ragionevolmente dubitare ! ) . Ho anche scritto:

Signore, io non ho diplomi, nè titoli, nè lavoro e dentro di me sento di essere chiamata a diventare sacerdote. Mi è venuta la risposta: " Per compiere la mia volontà, non devi preoccuparti di titoli, di diplomi o del lavoro" .(DP)

Dopo la mia preghiera, la risposta di Dio si è espressa attraverso una voce nel più profondo di me. Myers chiamerebbe ciò la "Rassicurazione" . E' una caratteristica comune a tutte le esperienze che fanno i profeti quando sentono una chiamata. Meyers ritiene che si tratti di un intervento di Dio che rassicura colui che viene chamato per ridurre un pò la sua paura e la sua confusione. Durante il mio ritiro, ho sentito molte volte la sensazione di essere chiamata. L' 08/02/87, ho scritto :

Vedo che un giorno sarò sacerdote; in che modo, non è ancora chiaro, ma questa idea non mi abbandona ed è ritornata oggi. E' evidente, a parte il fatto che è impossibile, e ciò mi turba e mi frustra. Una cosa che mi risulta è che ancora non è venuto il tempo per capire con più chiarezza questa chiamata. (GP)

Durante il mio ritiro, ho avuto momenti simili in cui tutto era chiaro, intervallati da molti periodi di perplessità.

Questa situazione è perdurata nel tempo. Sono passata di volta in volta attraverso periodi in cui la mia chiamata si è presentata sotto aspetti diversi, o come lotta o come ricerca di una conferma. Ho sognato molte volte di celebrare l'eucaristia ed ho ricevuto da altri la conferma della mia vocazione. Mi ricordo che uno o due anni dopo il ritiro ignaziano, ho avuto un direttore spirituale che l'ha confermata molto vigorosamente. Nel momento in cui io mi ponevo seriamente delle domande su questo problema, mi disse: " Denise, io non so in quali altre maniere Dio possa dirti ancora di si ! ". Io credo che la ragione che spiega in gran parte perchè continuo ad attraversare periodi così fortemente diversi è il fatto che il mio cammino verso l'ordinazione è bloccata. Penso che ciò interferisca con la sesta tappa dell'interpretazione di Meyers sulla storia di una chiamata alla vocazione.. E' la tappa della Resa. Secondo lui, la resa mette fine di solito alla lotta ed alla ricerca. Per la chiamata, ciò si traduce generalmente nella adozione di un nuovo stile di vita e di una nuova maniera di vedere. Io sono convinta che la resa non può essere totale quando il cammino della vocazione è bloccata. Ho trascorso degli anni per rimettere in discussione la mia chiamata in numerose maniere ed a negarla sulla sola base del mio sesso. Nel mio diario ho scritto il 20/02/97 :

Ho negato la realtà della mia chiamata ad un ministero ordinato così a lungo da aver messo continuamente in questione le mie motivazioni e a volte ho supposto che ci fosse in me qualcosa di scombinato che mi metteva in testa questa idea." (Diario di Preghiera)

Mettere ordine

Nelle esperienze vissute nella preghiera durante il mio ritiro ignaziano , tornava di continuo un tema in cui Dio mi preparava a questa chiamata. Ad un certo livello, io sentivo che si trattava più di un tempo di preparazione che altra cosa. " Ho sentito un invito a fare un certo 'ordine ' nella mia vita prima di essere chiamata ad andare più lontano " (GP). Quando scrissi queste cose l' 08/02/87, non avevo alcuna idea di cosa volesse dire , nè come " mettere ordine " sarebbe stato difficile. Se lo avessi saputo, avrei probabilmente scelto la direzione opposta. ( devo riconoscere che dico questo un pò alla leggera, perchè non sono affatto certa che avrei potuto rinviare questa prova anche se lo avessi voluto).Presto mi sono ritrovata a fare un bilancio della mia vita e delle mie relazioni. E' stata una esplorazione che mi ha condotta a scoprire chi fossi. Questa operazione è stata difficile e dolorosa, non solamente per me , ma anche per coloro con i quali ero in relazione, soprattutto per mio marito e per i miei genitori. Oggi devo riconoscere che tutto questo è stato essenziale e che è stato anche un periodo che mi ha consentito di crescere. Oggi sono più a mio agio ed il mio matrimonio si è evoluto positivamente in modo che altrimenti non sarebbe stato possibile.

Nel " fare ordine" , sono diventata sempre più cosciente di alcuni aspetti della mia chiamata al sacerdozio. Era una chiamata ad un ministero diretto a rispondere ai bisogno spirituali e psicologici degli altri, ad assumere un ruoli di guida di una comunità ed a una chiamata a celebrare l'eucaristia. Sono stata anche spinta da un bisogno imperioso di ritornare agli studi. Sognavo spesso di ottenere un diploma in teologia ma mi domandavo quale ministero sarei stata veramente capace di svolgere come donna nella Chiesa cattolica. Decisi invece di ottenere un diploma superiore nel campo sociale. Pensavo che così avrei per lo meno potuto iniziare un ministero aiutando gli altri dal punto di vista psicologico. Myers considererebbe ciò come un tentativo di resistere ad una chiamata rimpiazzandola con un'altra. Da parte mia, pensavo di non avere scelta poichè la mia strada verso l'ordinazione era sbarrata dalla gerarchia della mia Chiesa. Devo anche riconoscere che, nel 1990, quando sono entrata la prima volta a Nazareth per degli studi di assistente sociale, sapevo che avrei tentato nuovamente di ottenere un diploma in teologia.

Esercitare un ministero

Dopo la scuola secondaria , ho lavorato come assistente sociale in un Centro di Salute Mentale. Amavo il mio lavoro e adoro sempre aiutare la gente, ma il mio desiderio di essere sacerdote mi condusse via via ad essere malcontenta per questo impiego. Quando al Corpus Cristi si presento l'occasione di un posto come " ministro della famiglia" , sentii che esso era fatto davvero su misura per me, che era la tappa successiva della mia vocazione per rispondere alla chiamata di Dio. Non ero la sola a pensarlo, a dire il vero numerose persone attorno a me ( la maggior parte delle quali non avevano alcuna idea che io mi sentissi chiamata al sacerdozio ) mi confidarono di credere esso fosse fatto su misura per me. In effetti, un membro del comitato per le assunzioni mi ha avvicinato , e prima che io manifestassi un qualunque interesse per questo posto , mi disse che pensava che io sarei stata perfetta. Il mio lavoro al Corpus Cristi mi diede la sensazione di essere "ritornata me stessa ". Sapevo che era proprio là che in quel momento avrei dovuto essere. Là, mi sono resa conto di esercitare un ministero che aveva il compito di aiutare gli altri nei loro bisogni spirituali. Ed anche che in quella carica , io mettevo in pratica certi aspetti della mia vocazione di dirigere una comunità.

Quell'anno, quando decisi di ritornare al SBI e mi sono iscritta ai corsi di teologia, speravo di essere piena di entusiasmo e che, in anticipo, avrei seguito finalmente la chiamata di Dio. Invece, venni assalita da sentimenti molto diversi. In questo stato, ho dedicato del tempo alla preghiera ed ho scoperto una paura panica causata dall'angoscia di non saper come sarebbe finita. Finalmente, compresi chiaramente perchè desideravo un diploma superiore di assistente sociale invece del diploma in teologia. Io non ero sicura di poter vivere con un diploma in teologia che mi permetteva di essere ordinata in un'altra Chiesa restando in una Chiesa che non riconosceva la mia vocazione ad un ministero ordinato. Questa cosa continua ancora oggi ad assillarmi. . Negli anni, quando ho parlato della mia vocazione ad altri, la reazione più frequente era: " Perchè resti nella Chiesa cattolica?" Allora, la mia risposta fu che non mi sentivo chiamata fuori della Chiesa cattolica. Questo atteggiamento si è rafforzato in me dopo le risposte ricevute alle mie domande. In alcuni momenti, sono stata combattuta tra un intenso desiderio che Dio mi invitasse a farmi membro di un'altra Chiesa ed un forte timore che questa fosse veramente la volontà di Dio: avrei il desiderio di lasciare la Chiesa cattolica?

Quando mi preparai per questi corsi, seppi che il Signore stava per mettere a profitto questo periodo per aiutarmi a discernere la mia vocazione ad un ministero ordinato. E interessante notare che in gennaio tenemmo una riunione del personale che durò tutta la giornata. Cominciammo con " un bilancio del cuore". Ognuno doveva dire cosa stava provando, a livello personale. Mi ricordo di aver parlato di quello che sentivo a livello spirituale. Sebbene non avessi potuto identificare di cosa si trattasse, dichiarai che questa sensazione mi era familiare e che avevo l'impressione in qualche modoche il lavoro del corso "autodiscernimento nel ministero " era cominciato in anticipo. Ciò che ho scritto nel mio diario il 02/02/97 lo conferma. Vi si legge: "Sono di nuovo in presenza del roveto ardente e sono lacerata all'interno tra l'attrazione e la paura, tra l'incertezza ed il dubbio ."(GP) . Questo dimostra il fatto che molti aspetti della mia vocazione rimanevano ancora imprecisati nel mio spirito.

Accettazione della mia vocazione

Nel corso degli anni, ho dovuto continuamente lottare con pensieri del genere " Per chi mi prendo ? " e " Io devo sbagliarmi perchè non merito di essere chiamata " . Sono passata attraverso periodi in cui ero così dolorosamente cosciente delle mie imperfezioni che non potevo immaginare che Dio volesse chiamarmi al sacerdozio.Mentre il semestre scorreva, grazie alla preghiera ed ai miei sforzi di discernimento, diventava più evidente per me che dovevo realizzare completamente la mia vocazione. Io mi ero tuttavia resa conto che non ero preparata come pensavo , data la sofferenza che stava accompagnando il compimento di questa vocazione. Non avevo ancora capito che negarla e mettere in questione la sua autenticità erano state causa di una grande sofferenza, ma che esse non erano comparabili con quelle causate dal fatto di finire per capire che : si, Dio mi chiama al sacerdozio, ma questo non è possibile per la mia Chiesa. A metà del semestre , immaginai che il Cristo mi facesse un dono. Esso era avvolto meravigliosamente , con un grande nodo sopra. Tuttavia , al momento in cui mi apprestavo ad aprirlo , sentii una profonda sensazione di tristezza. Capii che questo dono era la mia chiamata al sacerdozio, e che per tutto il tempo in cui sarei rimasta nella Chiesa " io non avrei mai potuto sciogliere quel nodo, aprire quel dono, nè mai avrei potuto percepirne tutte le sfumature, nè il suo aspetto unico" . Mentre scrivevo queste cose sul mio diario, le lacrime sono scese lungo le mie guance e la tristezza mi ha sommerso.Ho allora capito che il rifiuto della mia vocazione, le domande su di me stessa e sulle mie motivazioni, la mia perpetua incertezza di fronte alla veridicità di questa chiamata, tutto ciò mi aveva protetto fino a quel momento dalla terribile sofferenza di sapere che questa vocazione non si sarebbe mai realizzata.

Arrivata a questo punto del mio cammino, io continuo ad approfondire la mia vocazione. Devo riconoscere che il mio vivo desiderio di celebrare l'eucaristia si è ora allargato a quello di amministrare i sacramenti al servizio degli altri. Da poco, ho il bisogno di parlare con le donne appartenenti alle altre Chiesa ed il desiderio di essere in presenza di donne che celebrano l'eucaristia , ad esempio nella Chiesa episcopale. Mentre esprimo questo desiderio ,io ho d'altra parte una forte esitazione in tal senso. Da due mesi, un amico mi ha dato due nomi di donne sacerdote della Chiesa episcopale e devo ancora chiamarle. Se io so che la sofferenza per non essere ordinata sarà sempre grande, quella di lasciare la Chiesa cattolica lo sarà egualmente. Durante la mia vita, proverò tuttavia a rimanere aperta agli sviluppi di questa vocazione seguendo la volontà di Dio.

Denise Donato 8 maggio 1997

Webmaster's note.
On February 22 2003, Denise was ordained priest for the Spiritus Christi Community in Rochester N.Y. USA, by Bishop Peter Hickman. Peter Hickman is a bishop of the Old Catholic church, a branch of the church that ceased its affiliation with the Pope after the declaration of papal infallibility in the 19th century.

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Versione italiana di www.womenpriests.org curata da Francesco Rocca.

Renata Put

Renata Put

Renate Put

Questa testimonianza è estratta da Zum Priesterin berufen [Essere chiamata ad essere donna sacerdote], pubblicato da Ida Raming, Gertrud Jansen, Iris Müller e Mechtilde Neuendorff, Editrice Thaur (Krumerweg 9, A-6065 Thaur, Austria) 1998, pp. 157-161.

I miei genitori erano originari della Renania, in Germania e dell'Olanda. Sono nata nella Westfalia durante l'ultimo anno della seconda guerra mondiale e sono cresciuta in un ambiente in gran parte protestante.

Mia nonna tedesca era molto 'spirituale' , in una maniera molto serena, spontanea. Mi ha trasmesso il suo senso di spiritualità e di preghiera. Dopo aver terminato i miei studi di infermiera, sono entrata nelle Carmelitane. Dopo due anni e mezzo, la mia malattia mi ha costretto a lasciare il convento. Il periodo successivo è stato molto agitato.Completai i miei studi di infermiera nei corsi serali per ottenere un diploma di scuola secondaria. Poi decisi di studiare teologia. Nel corso della mia vita, non ho mai dubitato di aver preso delle giuste decisioni sebbene durante il mio impegno al servizio della Chiesa abbia sempre avuto la sensazione di non essere al mio posto.

Oggi sono membro della Santa Caterina Werk, un istituto secolare .Vivo in Svizzera.Sono responsabile della formazione( in un ordine religioso la chiamerebbero Maestra delle novizie) e Vicario Generale. OLtre a queste responsabilità in seno alla mia comunità, faccio dei corsi nell'ambito della Chiesa. Aiuto anche le comunità religiose per la formazione permanente e rendo loro altri servizi in caso di necessità.

A 50 anni mi sono fermata e sono andata in ritiro per fare il punto: " Dove sono ? ". Ho passato in rivista numerose domande che riguardano la mia vita. In particolare, sono venuta a considerare la possibilità di diventare sacerdote o, per essere più precisa, ho preso via via coscienza della mia vocazione sacerdotale. Riprendo qui le annotazioni che feci allora.

50 anni : “la vecchia donna saggia ?”

Spesso mi considero come una vecchia donna saggia . Essa sa che è stata consacrata al servizio di Dio e si sforza ogni giorno di vivere questo impegno. Tenta di fare l'esperienza personale della saggezza di Dio prima di affrontare gli incontri e le discussioni che comporterà la giornata. Da questo ponte gettato tra passato e presente è derivata una qualità di vita che so essere legata ad alcune migliaia di anni di spiritualità femminile. Al momento, mi sento profondamente in armonia con le donne sacerdote di tutte le culture e di tutte le religioni. Ho osservato che era dentro di me la potenza di Dio, quella stessa potenza che era all'opera in numerose donne mistiche del Medioevo. E questa potenza creatrice divina consacra tutto a Dio perchè tutto Gli appartiene. Ecco che è un vero servizio sacerdotale !

Ritornano alla mia memoria dei ricordi d'infanzia. Per molto tempo ho vissuto da mia nonna che prediligevo. Andavo a scuola da lei. Dietro la sua casa, c'era un granaio e a noi, bambini, piaceva giocarci. Con altri ragazzi e ragazze , giocavamo alla 'messa'. Io ero sempre 'il sacerdote'. Celebravamo ed eravamo completamente coinvolti. Ho sempre pensato che ogni cerimonia liturgica cambi la faccia della terra. Avevo l'abitudine di incensare tutto nel granaio con un incensiere immaginario, nella coscienza della presenza di Dio.

I ragazzi che giocavano con me lo facevano con la stessa serietà e non hanno mai contestato il ruolo che avevo scelto, anche se non corrispondeva alla ripartizione dei ruoli ammessi a quell'epoca. La conoscenza e la saggezza dei ragazzi non sono sempre quelle degli adulti e questa saggezza infantile si ritrova nell'immagine della " vecchia donna saggia " . Aspiro sempre a ciò che possa migliorare la qualità spirituale della potenza vitale di Dio in me. Spero che nel prossimo periodo della mia vita potrò avvantaggiarmi ancora meglio di questa presenza di Dio.

50 anni : la donna sacerdote

Da circa dieci anni, so che Dio mi chiama al suo sacerdozio. Per una parte della mia vita, ho lottato contro questa vocazione, ora con vigore , ora debolmente. La mia vocazione a diventare sacerdote è una vocazione che non corrisponde alla tradizione. E' dunque una vocazione di ribellione contro questa tradizione e contro le teologie maschiliste del ministero.

Tuttavia, resta la possibilità di una vocazione dentro una Chiesa che, in futuro, si evolverà e si rinnoverà , che supererà le teologie patriarcali e matriarcali e non mancherà di modificare le sue strutture attuali.

Gli uomini, i nostri padri ed i nostri fratelli , sono superiori e detengono essenzialmente il potere. Essi occupano le cariche più elevate. E' quello che mi hanno insegnato la storia della donna, della famiglia e la storia della Chiesa. Si, quando vi rifletto : la mia vocazione a diventare sacerdote è una vocazione in contrasto con l'accettazione della situazione in atto.

A proposito della mia vocazione, mi ricordo di un fatto vissuto. Mi trovavo seduta nella chiesa di Kastanienbaum, a Lucerna. Mi ricordo del curato, dell'assistente e della gente che conoscevo e all'improvviso provai una sensazione molto, molto forte che mi fece quasi esplodere: avrei voluto celebrare l'eucaristia per le persone presenti. Sentii profondamente e compresi chiaramente che l'Eucaristia è il sacramento dell'unità , un atto di grazia per l' unità delle nature umana e divina nella persona del Cristo, lui unito a noi esseri umani, uniti tra noi. Fui sommersa dalla tristezza: per la sola ragione di essere una donna , mi era proibito celebrare questa unità.

Durante questa esperienza , ho preso coscienza di qualcosa che portavo nascosta nel profondo di me stessa da decenni. E' chiaro che la parte del mio subcosciente che vuole che mi adatti alla realtà non aveva permesso fino ad allora che io prendessi coscienza della mia vocazione perchè ciò presuppone che io protesi e mi rivolti. Quello che non è possibile non è permesso; anche se ciò fa parte di me stessa.

Io vivo nella Chiesa quello che ho vissuto in seno alla mia famiglia: per l'una come per l'altra , io non potevo essere quella che sono. Io non ero uguale a mio fratello. Egli godeva di privilegi che io non avevo in quanto figlia.

Era naturale che mio fratello dovesse intraprendere una professione; io ho dovuto assicurarmi una formazione professionale contro la volontà dei miei genitori: volevano che mi sposassi subito, che avessi dei figli e me ne occupassi. Fin quanto mi è stato possibile , ho resistito con forza a questo programma di vita. Altrimenti sarei diventata una donna molto infelice e - sono certa - una donna insoddisfatta ed amareggiata.

Tutto questo andava da sè. Mio fratello era autorizzato a fare tutto quello che era utile per realizzare ciò che sognava di fare della sua vita ed ha potuto scegliere la professione che desiderava, non c'era alcun dubbio. Lo si accettava senza discussione. Da parte mia, io non potevo fare quello che desideravo nella mia famiglia come non posso farlo nella 'mia' Chiesa, una Chiesa della quale sono membro e nella quale sono chiamata a servire come sacerdote: ma questo mi è proibito per la sola ragione di essere donna.

Con grande gratitudine e pienamente convinta, io oggi lo so: ho ragione. Dio mi ha fatto il dono " di avere ragione " ed io mi sono fatta un'idea di me stessa. Perchè io sento in me che la mia vocazione è di essere sacerdote , perchè Dio stesso me lo ha fatto comprendere: ho ragione. Ho seguito una lunga evoluzione spirituale e so come interpretare le mie esperienze interiori e come riconoscere i forti impulsi che vengono dal profondo di me stessa. Io lo so da me stessa e, per fatto di essere consigliere spirituale, molta gente e molte comunità religiose sanno come sia di importanza vitale prendere sul serio la propria vocazione. Conosco alcuni che, non avendo seguito la propria vocazione- compresa la vocazione di donna sacerdote- si sono ammalati. Sono sempre più intimamente convinta che farei di tutto per poter vivere quella che è la mia vocazione e quella di numerose altre donne , con il riconoscimento ufficiale della mia Chiesa. Mi ricordo di un sogno che ho fatto qualche anno fa. Ero in una grande sala. Numerosi fratelli e sorelle di Santa Caterina Werk erano riuniti con invitati che non conoscevo. Celebravamo una grande festa. Allora è entrato il Papa. Si è diretto subito verso di me e mi ha messo una stola sulle spalle.

So di avere ragione: ho la vocazione al sacerdozio. Il Papa del mio sogno sa che ho ragione. Ecco quello che ho ricavato dalle annotazioni che scrissi durante il mio ritiro. Vorrei aggiungere che verrà certamente il tempo in cui il Papa e la Chiesa lo ammetteranno ufficialmente e agiranno di conseguenza !

Si , dovranno agire, perchè cosa sarà della Chiesa del futuro senza la sua dimensione femminile? Molte donne sanno cosa vuol dire dare nascita, con difficoltà, sofferenza e pianto , alla propria identità di donna per poter vivere da donna.

La Chiesa-donna è incinta-almeno lo spero- ed essa dovrà ben presto dare alla luce la sua identità femminile. Di tutto cuore io nutro grandi speranze a dispetto di tutti gli ostacoli che continuano ad esistere nella Chiesa. Spero che il mio sogno diverrà presto realtà.

Renate Put

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Soline Vatinel

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Soline Vatinel

Soline Vatinel contó la historia de su vocación en un seminario sobre la ordenación de la mujer, organizado en Dublin, Irlanda, el 25 de marzo de 1995 (Lea “Mujeres – ¿Compartir total en el ministerio de Cristo?, BASIC 1995, págs. 39-45). Ella es la fundadora de la Campaña católica irlandesa por la ordenación de las mujeres BASIC (= Hermanos y Hermanas en Cristo, siglas en inglés).

Aquí publicamos la historia con el permiso de la autora y de BASIC.

Orígenes

I want to proclaim God's love!

Soy francesa, nací en 1956, en una familia católica. Mi madre era una persona de fe, quien enfermó de cáncer cuando yo tenía siete años. Ella fue catequista y recuerdo a los niños sentándose a la mesa de nuestro comedor, dibujando escenas del Evangelio y mi madre explicándoselo a ellos.

Su muerte, cuando yo tenía doce años, fue una experiencia profunda que desafió mi fe. Hasta entonces, creía que el amor de Dios protegía del sufrimiento. Cuando vi el ataúd de mi madre bajar a la tumba, me preguntaba dónde estaba Dios, y las palabras de Marta vinieron a mí (fui educada por el Evangelio más que por el Catecismo, y estoy agradecida de eso). Las palabras fueron: “Si hubieras estado aquí, mi madre no habría muerto.”

Tomó tiempo de mi adolescencia lidiar con su muerte. Dos años después, adopté un lema, tomado del Evangelio de San Juan, y estoy contenta porque me ayudó a sostenerme desde entonces. Son palabras que Jesús dijo a los apóstoles.

“Estas cosas os he hablado para que en mí tengáis paz. En el mundo tendréis aflicción; pero confiad, yo he vencido al mundo.” (Juan 16:33)

La muerte de mi madre significó también largos feriados de verano y un padre que no sabía qué hacer con su hija. No tenía hermano mayor. Entonces pasó, ya sea coincidencia o “incidencia de Dios”, que alguien iba a Irlanda con varios estudiantes. Llegué por primera vez a Irlanda, a Tullow en el condado de Carlow, en el verano de 1969, el año de los “Problemas”. Pienso que fue que una niña maltrecha se enamoró de un país más maltrecho aún.

Mi vocación

Amaba tanto a Irlanda, que iba cada verano allí. Cuando estaba tomando mis exámenes finales, decidí que iría a estudiar a Irlanda. Fui en 1973 a estudiar historia en la Universidad de Trinity, ¡y aún sigo ahí 22 años después!

Como adolescente, tenía un fe activa y estaba involucrada en la escuela con grupos de estudiantes, reflexionando sobre el Evangelio. Era una niña muy despreocupada, llena de entusiasmo por estudiar en una ciudad extragera, aunque algo tímida.

Al final de mi primer año en la universidad, tuve una experiencia que, aunque pasó hace 20 años, quedará conmigo para siempre. Cambió el curso de mi vida. Fue una profunda experiencia del amor de Dios, no en el intelecto, no en la mente, fue real, estaba rebosante de amor. Esta es la única manera en que puedo describirlo, y pienso que lo subestimo. Fue una sobrecogedora percepción del amor de Dios, no sólo para mí, sino para el mundo entero; no había forma de responder a tan tremendo amor. No podía guardarlo para mí; tenía que compartirlo con otros.

Entonces, muy rápidamente, vino a mí la noción de ser llamada al sacerdocio. Fue muy perturbador. No había surgido en mí la idea de mujeres siendo sacerdotes y nunca la había confrontado. Nunca quise ser monaguilla. Había aceptado el hecho de que Dios llama a los hombres al sacerdocio; Dios llama a la gente para hacer diferentes cosas. No veía mi vida en términos del sacerdocio y cuando vino el llamado a mí, pensé que estaba al borde de – y no es una palabra fuerte – la locura.

Pasé un tiempo en el Hospital San Patricio y terminé más tarde en la unidad de intensivo del Hospital Jervis Street, con una sobredosis. Fue el capellán de la universidad quien me llevó allí. Fue un profundo grito de ayuda para tratar de entender algo que nadie podía ayudarme a entender. Los capellanes fueron muy amables, buenos hombres, y estoy agradecida por lo que ellos hicieron en los cuatro años que estuve en la universidad y después de graduarme. Pero el concepto de una mujer llamada al sacerdocio era algo que no podía imaginar y yo luchaba por mi cuenta contra algo que no podía reconciliar con la visión que tengo de mí misma.

Fue una lucha muy solitaria y lo que recuerdo de aquellos años es la oración “No me llames; tu Iglesia no me quiere.” No tenía la fe de María de Nazareth que diría “Sí” a lo imposible. La Iglesia no quería niñas como yo y yo no quería que Dios me llamara. No tenía ningún curso de teología, a pesar de que, como parte de mis cursos de historia, estudié la Reformación. Así fue que entré en la teología y lidié con eso también.

Logré terminar los cuatro años – no entraré en detalles. Hubo también un peregrinaje a Asís; creo que San Francisco me ayudó en el camino. Mi fe permaneció; eso en sí fue un milagro. Iba a misa todos los días y creo que la Eucaristía salvó mi vida. Más que mi fe, mi propia vida.

Violencia de parte de la Iglesia

Jackie Hawkins habló del sacerdocio como un bebé, un bebé que se abortó espontáneamente o que la institución desea que se aborte. No creo que sea muy fuerte hablar de que las llamadas al sacerdocio son abortadas en las mujeres. Es la vida de Dios plantada en el corazón de las mujeres la que es abortada. Es la peor clase de violencia. No es visible y por tanto, puede ser ignorada y cuando de ella se habla, es silenciada.

La llamada permaneció en mí a través de mi matrimonio, un feliz matrimonio con Colm, y dos hermosos niños, dos hijos que están siendo cuidados, durante este seminario, por una buena suegra. Pero la llamada al sacerdocio jamás se fue. Se hizo subterránea; fue más profunda. Estudié teología y ministré como consejera matrimonial, pero nunca me sentía plena. Nunca respondí totalmente al llamado. Se hizo más profundo y fuerte.

Todos los años, cuando la Iglesia exhortaba al sacerdocio en el Domingo Vocacional, era como una herida siendo reabierta. Tenemos una Iglesia clamando por sacerdotes pero no del género incorrecto, del género femenino.

Ya en 1990, era demasiado. El bebé estaba vivo y pateando y quería nacer. No fue abortado, pero por la gracia de Dios, aún estaba allí. Y en 1990, con gran dolor, porque los partos nunca son fáciles, el bebé vino al mundo.

Me sorprendió y sorprendió a los que conmigo estaban – Colm y Eamonn, quien había sido uno de los capellanes en Trinidad y que aún seguía conmigo. El llamado vino en gran dolor, con días y semanas de llanto por el dolor prolongado, como el dolor de una mujer cuando está dilatando en el parto. El dolor despedazaba mi corazón. Debía decir que sí a algo muy grande, y yo era muy pequeña. Aún así, vino y vino con vida.

No fue el final de dolor. Después de eso, debía hablarlo; debía compartirlo con los vecinos, los amigos, los obispos, la gente en el poder. Había más dolor y suponía un encuentro real con la cruz.

Compartiré con ustedes un corto poema que escribí hace tres años, “Una mujer de sufrimiento” – que habla sobre el dolor.

Su actual contexto es éste. Escuchaba como amiga a una jovencita que había sido abusada sexualmente por un hermano mayor y que por eso, pasó gran parte de su vida – creo que sobre 10 años – en el Hospital San Juan de Dios, tratando de lidiar con la profunda violación de la que fue objeto.

Escuchándola a ella, su dolor y sentido de violación resonó profundamente en mí. No he sido abusada sexualmente, pero he sido profundamente abusada espiritualmente por mi propia Iglesia, la Iglesia que yo tanto amo. Estoy agradecida de esta joven, por ponerme en contacto con esa experiencia.

Para el tiempo en que escribí el poema, me pidieron que contara mi historia. Traté, desde el principio, empezar por mi niñez, pero no pude. Era muy doloroso y no podía hablar de ello. Pero el poema vino, y fue todo lo que pude decir.

Una mujer de sufrimiento

Como objeto de curiosidad o rechazo
ella cuelga,
ensangrentada y golpeada;
su dignidad removida,
crucificada en la cruz de su llamado.
Sobre su cabeza está escrito:
“Mujer sacerdote”.

La turba ciega se burla y se mofa,
escupe a Dios, la Escritura y la Tradición
en su cara;
“Dios escoge sólo hombres.”
“Eres una neurótica, que te examinen la cabeza.”
“No tienes humildad, quieres poder.”
Si tan sólo ella pudiera repudiar,
confesar su engañada arrogancia.
Muchos se alejarían,
pocos quedarían a su lado.
Por dieciocho años
ella ha estado atada,
su feminidad ridiculizada,
su juventud menguada
en una agonía sin fin.
Sólo el silencio responde los gritos de su corazón roto.
Desamparada de la Iglesia,
desamparada de Dios.

A través de sus lágrimas
lo vee a su lado,
al Cristo gentil y amoroso
que la llamó, aún siendo niña
a servirle.
Ensangrentado y golpeado,
crucificado en la cruz de Su llamado,
y aún sonriente:
“Mujer, ellos no me recibieron,
y no te reciben a ti,
porque ellos no aman suficiente.”

El poema iba a ser publicado en una revista católica el año pasado, pero luego de la carta del Papa, la junta editorial dijo que no.

Evidentemente, el dolor es demasiado perturbador para ser dicho.

Mujeres que son crucificadas

Ilustré el poema con una imagen que hice con las pinturas de mis niños, pero el único color que salió fue el negro. Pinté una mujer crucificada. Está desnuda, como lo estaba Jesús en la Cruz. Estaba estudiando en Milltown y puse la imagen en el tablón de expresión. La quitaron de allí. Nada más obsceno que una mujer colgando en la cruz.

Más tarde, hablé con el Arzobispo de Dublin sobre mi llamado al sacerdocio. Yo no mencioné la palabra cruz, pero él la mencionó y me dijo: “Sólo un hombre puede estar en la cruz.”

Hay muchas mujeres crucificadas, como la mujer que aún permanece en el Hospital San Juan de Dios. Hay muchas maneras de sufrir y María, al pie de la Cruz, estaba en la Cruz con su Hijo. Este es el dolor que la Iglesia no quiere escuchar, porque produce profundas preguntas.

Drawing by Soline Valentin

No terminaré con mis propias palabras, sino con las palabras de una mujer que no fue crucificada, sino tiroteada en una pequeña aldea del Perú, hace cuatro años. Era una hermana religiosa, Sor Irene McCormack, y en la última edición sabatina del “Irish Times”, se recordó su juicio público y ejecución por Sendero Luminoso.

Una testigo del ministerio de la mujer

Pocos meses antes de ser fusilada, ella escribió una carta que fue publicada. No quedaron sacerdotes en esa aldea. Ella fue dejada allí, escogida para quedarse con la gente a quienes Dios le había confiado. Ella bautizaba y celebraba para ellos, pero no había Eucaristía. Vinieron a ella, esa gente peruana y le dijeron: “Danos la Eucaristía.” Ella no quería. No era ordenada, era mujer y Dios no llama a las mujeres, pero ella comprendió y escribió: “Me liberaron para ejercer el ministerio de la Eucaristía entre ellos.” Cito de ella:

“Nuestra preocupación de que la única realidad es la científica y la empírica, nos dificulta aceptar la validez del simbolismo. No sólo es una contradicción a la proclamación de Jesús de que no hay distinción entre hombre y mujer, sino una falta de apreciación a las necesidades de los aldeanos, tanto los nuestros como los del mundo, que nuestra Iglesia continúe negando su ministerio oficial, que es por naturaleza la ‘comunión’. Como en nuestras pequeñas comunidades cristianas, aquí arriba en los Andes, nos reunimos en memoria de Jesús, no hay poder o autoridad en la tierra que pueda convencerme que Jesús no está personalmente presente.”

“Estoy agradecida por estos meses que terminaron sin la “Misa Oficial” y en la cultura donde estaba experimentando nuevos símbolos que me regalaron una nueva apreciación de la Eucaristía.”

(tomado de Compass: A Review of Topial Theology, vol. 25(4), 1991, págs. 33-35.)

Irene McCormack murió. Derramó su sangre después de dar la Sangre de Cristo a esa gente que ella amaba.

Estoy muy agradecida que de hayan querido escuchar esas voces que han sido silenciadas. BASIC nació del inmenso dolor, pero también de la compasión de dos hombres, un sacerdote y mi propio esposo, que vieron el dolor y no se apartaron de él.

Soline Vatinel

25 de marzo de 1995.

Actualización

Después de nueve felices años, salí del grupo matriz de BASIC en la Asamblea General del pasado mes de abril. Ya no estoy buscando la ordenación para mí. “Dios ha sido amable conmigo.”

Soline Vatinel

24 de junio de 2002, fiesta de San Juan Bautista.

Traducción: Ivelisse Colón-Nevárez

Perspectiva general Signos de una vocación El viaje de una mujer ¿Es la vocación de una mujer “auténtica”? Responder a las críticas Testimonios actuales


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Moya St.Leger

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Ce témoignage a été publié par The Tablet (29 juin 1991) sous le titre “A Call I Cannot Answer” [“Un appel auquel je ne puis répondre”]. Nous le republions ici avec la permission de l’auteure.

On what grounds are women refused?

Je veux devenir diacre. Quand, au début de l’année dernière j’ai envoyé à un évêque ma candidature au diaconat permanent, j’ai essuyé un refus qui tenait en une phrase.

Quel était le problème ? L’évêque a-t-il estimé que je manquais de foi en Jésus-Christ ? Ou bien avait-il discerné un motif égoïste derrière ma demande ? Peut-être convenais-je pas en raison d’un obstacle physique, mental ou psychologique ? Non. Ma candidature a été rejetée parce que je n’étais pas du bon sexe. La lettre de l’évêque m’informait simplement que “l’Église catholique n’ordonne pas des femmes au diaconat”. Aucune raison n’était avancée. Aucun canon n’était cité.

Mais qu’est-ce que j’ose exactement demander ? Simplement, pouvoir prendre part au ministère ordonné. Je veux être une servante ordonnée de Jésus-Christ au sein de la Communauté, à la disposition de mon évêque. Je veux exercer un ministère en collaboration avec ceux qui ont reçu mandat de l’Église pour enseigner, guider et sanctifier. Les évêques d’Angleterre et du Pays de Galles ont déclaré : “Être un ministre ordonné donne autorité au diacre dans son rôle et son travail”. J’aimerais prendre part à un tel ministère.

Je m’étais attendue, évidemment, à ce rejet. Cependant quand la lettre est arrivée, la simplicité de l’argument exprimé m’a abasourdie. J’étais submergée de honte et de culpabilité d’avoir eu le culot de poser officiellement ma candidature. L’avais-je fait en manière de provocation ? J’ai quelque difficulté à établir la subtile différence entre provocation et dénonciation de l’injustice.

Depuis lors je suis de plus en plus en colère, surtout contre moi-même pour m’être, au départ, laissée submerger par l’incertitude. J’apprends maintenant à faire face aux réactions. Il y a ces hommes et ces femmes, prêtres et laïcs, qui sont d’accord avec l’idée et me le disent. Cependant, il est bien malaisé de trouver un prêtre prêt à se casser la figure en affichant sa solidarité avec des femmes qui souhaitent devenir diacres. Et puis il y a ceux, généralement des laïcs, qui sont absolument certains que Dieu ne veut en aucun cas appeler des femmes à un ministère ordonné. Je les écoute en silence et cela semble leur être d’un grand secours.

Une certaine opposition vient aussi du côté des féministes catholiques : “Vous perdez votre temps. Ils ne céderont pas d’un pouce. Ils ont bien trop à y perdre”.

La plupart des prêtres sont perplexes quand le sujet surgit dans la conversation. Peu y ont déjà réfléchi. Un vénérable prêtre qui connaît tout ce qui concerne les femmes diacres dans l’Église primitive, soutient qu’elles étaient nécessaires dans les premières communautés pour des raisons de bienséance. En d’autres termes, ce sont des raisons sociales qui expliquent qu’il y a eu des femmes diacres. Des telles raisons n’existent-elles pas aujourd’hui ? Rencontrer les besoins profonds des femmes au niveau spirituel et psychologique, qu’elles ne peuvent bien parfois n’exprimer qu’entre elles, voilà un beau ministère pour une femme diacre. En proposant une autre image de Dieu, elle peut susciter un autre genre de ministère. Et une Église qui peut être ressentie comme hostile aux femmes a besoin d’un signe visible manifestant la bénédiction que Dieu accorda lors de la création de la femme.

Un autre prêtre m’a déclaré que c’est la conception des ordres majeurs que les femmes devraient remettre en question. Le Droit canonique est on ne peut plus clair : “Seul un homme baptisé reçoit validement l’ordination sacrée” (Canon 1024). Ma réaction est qu’il faut absolument que change la théologie concernant les femmes et puis, qu’en conséquence, soit amendé le droit canonique. Aussi longtemps que l’enseignement officiel de l’Église sera que l’incarnation de Dieu dans un homme rend nécessairement impossible aux femmes d’obtenir la grâce de recevoir les ordres majeurs, le droit canonique ne pourra être contesté.

Le fait que jadis des femmes diacres aient exercé un ministère avant qu’une distinction soit établie entre ordres mineurs et ordres majeurs doit être examiné par les théologiens. Le Concile de Chalcédoine (en 451) stipule qu’une femme diacre ne peut être ordonnée avant l’âge de 40 ans. Cela ne me tracasse pas ; ce qui me gêne, c’est que l’Église ignore toute cette tradition sans se laisser aucunement ébranler.

Je reste très consciente de ce que mes connaissances en matière de théologie et de logique font que je parviens à bricoler des arguments pour défendre ma position mais ceux-ci sont inutiles pour mettre à nu une vérité qui se tient cachée derrière la position de l’Église : celle-ci n’a jamais tout à fait abandonné ses préventions à l’égard des femmes du temps où elles étaient censées n’avoir pas été créées à l’image de Dieu. Gratien, le canoniste du douzième siècle, avait en effet décrété que “la femme n’est pas faite à l’image de Dieu”.

Ce malaise au cœur de l’Église catholique explique pourquoi les femmes, comme les lépreux d’antan jetant un regard à travers le trou d’un mur, ne peuvent non seulement exercer le ministère de diacre mais aussi sont empêchées de canaliser de diverses autres manières leur énergie comme leurs intuitions en vue de la construction du Corps du Christ.

Chacun sait que des femmes diacres ont été ordonnées jadis. Est-ce qu’il faut vraiment laisser à une simple laïque le soin de déclarer que les arguments contre la restauration d’un tel ministère féminin ne tiennent pas et que recourir à l’autorité pour s’y opposer, c’est n’être pas fidèle à la tradition ?

Notre Église est trop ancienne et trop sage pour se cramponner encore longtemps à une telle absurdité. La seule question qui vaille est : pour encore combien de temps ?

Moya St.Leger

Traduction française par Jacques Desauccy

Vous pouvez consulter également d’autres articles de la même auteure :

Aperçu Signes d'une vocation Voyage de foi Étapes Répondre aux critiques Écrire votre temoignage
Six options pour la femme catholique qui se sent appelée à la prêtrise ?


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Gertrud Heinzelmann

Gertrud Heinzelmann

Gertrud Heinzelmann

Il testo è estratto da un comunicato stampa di Ida Raming e Iris Müller in occasione della morte di Gertrud Heinzelmann.

Gertrud Heinzelmann, una grande pioniera nella lotta per l'uguaglianza dei diritti delle donne svizzere e per l'ordinazione delle donne nella Chiesa cattolica è morta il 4 settembre 1999.

Per onorare la sua memoria , vogliamo sottolineare le tappe importanti della sua vita e della sua azione a favore della liberazione delle donne.

Gertrud Heinzelmann è nata in Svizzera nel 1914. Già dalla sua giovinezza, si rese conto della necessità di donne sacerdote. I bambini erano allora spinti a confessarsi fin dalla più giovane età. Per Geltrud, fu una esperienza terribile: " Già quando feci la mia prima confessione , io desideravo intensamente un sacerdote donna. Sapevo che mi sarei confidata molto più facilmente con una donna che con un uomo perchè un uomo non può capire i timori e i pensieri di una bambina. Le donne che desideravo mi aiutassero in materia spirituale non esistevano".

Si iscrisse all'Università di Zurigo dove studiò Diritto e Politica. Avrebbe voluto senza dubbio studiare teologia.ma a quel tempo studiare teologia cattolica non era possibile per una donna. In virtù della tesi del 1943 su " Il rapporto fondamentale tra la Chiesa e lo Stato nei concordati" essa diventò molto esperta su quel che riguarda il ruolo delle donne e la loro condizione nella teologia ed in seno alla Chiesa. Nel corso delle sue ricerche scientifiche, come scrisse più tardi, essa trovò nella patristica e nella teologia scolastica medioevale una molteplicità di testi misogeni che descrivevano la donna come "semplicemente inferiore, priva di ragione, causa di tentazione.. Invece della elevazione della donna che naturalmente mi attendevo , ho incontrato incomprensione, umiliazione ed oppressione.."

“Con orrore crescente " davanti ad una tale svalutazione delle donne, essa preparò un'ampia documentazione , principalmente dei testi riguardanti le donne di San Tommaso d'Aquino, che dovevano servire più tardi come base al testo che inviò al Concilio Vaticano II, atto che fu una prima mondiale.

Gertrud Heinzelmann era estremamente preoccupata , non soltanto per la discriminazione contro le donne nella Chiesa cattolica, ma anche ed in particolare ,come giurista agli esordi, per lo status di inferiorità delle donne in Svizzera dove esse non avevano il diritto al voto. A questo proposito scrisse: " A quel tempo, le donne giuriste non avevano alcun peso. Gli uomini laureati in diritto potevano brigare tutti gli incarichi. Per me, tra tutta una gamma di possibilità, non ne era lasciata nessuna salvo un piccola apertura. Sono entrata come giurista in una associazione giuridica che si occupava di assicurazioni.. In Svizzera, l'assenza totale dei diritti politici per le donne mi attanagliava, causandomi una grande sofferenza dalla quale volevo essere liberata. Per poter guarire, ho intrapreso la strada della lotta per i diritti politici delle donne. "

Col passare del tempo, Gertrud Heinzelmann si consacrò anima e corpo a questa lotta. Negli anni, fu vice presidente dell'Associazione Svizzera per il diritto di voto alle donne; Presidente e vice presidente dell'Associazione per il diritto di voto di Zurigo; pubblicò numerosi articoli. Così giocò un ruolo importante nella conquista dell'uguaglianza dei diritti civili e politici delle donne svizzere.

Tuttavia, a causa delle sua esperienza, essa non perse mai di vista la situazione delle donne nella Chiesa cattolica: " La discriminazione contro le donne al livello dello Stato e della società non costituisce che una piccola parte di una discriminazione ben più larga di cui sono vittime e che è stata imposta dal cristianesimo..specialmente nella Chiesa cattolica,che mi è familiare dalla giovinezza."

Così nel momento cruciale, nel 1962, all'inizio del Concilio Vaticano II, essa era pronta per chiedere pubblicamente che, nella Chiesa Cattolica, le donne avessero accesso al diaconato ed al sacerdozio e questo sulla base dell'eguaglianza, puntellando questa posizione su argomentazioni documentate.

Il documento che inviò al Concilio è stato pubblicato per la prima volta nel 1962 con il titolo “Frau und Konzil - Hoffnung und Erwartung” [“La donna ed il Concilio - Speranza e Attesa ”] in “Die Staatsburgerin” (l’organo dell'associazione zurighese per il diritto di voto alle donne ).

Per vie traverse, noi (Ida et Iris) abbiamo potuto procurarci all'epoca una copia di questo numero. Dato che nessun'altra cattolica aveva alzato la voce per fare tale richiesta, pensiamo che l' iniziativa inaugurata da Gertrud Heinzelmann in favore della eguaglianza di uomini e donne nella Chiesa sia stata un segno dello spirito liberatore. A quel tempo, noi eravamo studentesse in teologia, così abbiamo messo davanti agli occhi dei professori della Facoltà Cattolica di Teologia dell'Università di Munster il documento inviato al Concilio. Dopo l'effetto della sorpresa, la reazione fu soprattutto di malcontento, ed in qualche caso anche beffarda. La sola eccezione fu Peter-Josef Kessler, che allora era professore di diritto canonico , e che permise ad una di noi (Ida Raming) di preparare una tesi sui fondamenti dogmatici e giuridici del canone (Canone 1024 CIC) che esclude le donne dalla ordinazione e da tutti quelli che vengono chiamati ministeri ordinati (diaconato, presbiterato, episcopato)

Nel 1963, abbiamo incontrato Gertrud Heinzelmann a Münster. Quello è stato il punto di partenza di una collaborazione che portò alla prima analisi critica dello status e della posizione della donna nella Chiesa cattolica. E' un compendio di numerosi testi proposti al Concilio e di articoli che chiedevano l'accesso delle donne a tutti gli uffici ecclesiastici, una richiesta di riforma del linguaggio liturgico, ecc. Il titolo di questo opuscolo in tedesco ed inglese era :"Non possiamo stare più a lungo in silenzio. Le donne esprimono il loro parere al Concilio Vaticano II". Il libro è stato pubblicato nel 1954 dalla Éditions Interfeminas, creata da Gertrud Heinzelmann, poichè allora nessun editore cattolico voleva accettare quel libro !

Grazie alla efficace collaborazione del Padre benedettino Placidus Jordan, giornalista e teologo, il pubblico cattolico venne informato della esistenza del libro di Gertrud Heinzelmann. Vi furono attacchi, scherni ed insulti offensivi poichè, nella Chiesa, tale richieste erano considerate rivoluzionarie. Purtroppo, anche un certo numero di donne, comprese delle teologhe, reagirono aggressivamente a questo testo pronunciando insulti nei suoi confronti.

Sebbene Gertrud Heinzelmann abbia potuto raccogliere i frutti dei suoi sforzi in campo politico-sociale ( il diritto al voto delle donne svizzere) , non le è stato permesso di ottenere un progresso similare in materia di statuto della donna nella Chiesa.Le cose potrebbero certamente essere accelerate ma è anche vero che molte donne cattoliche o sono indifferenti all'affrancamento della donna nella Chiesa , oppure rifiutano di dare prova di solidarietà in questa lotta perchè essa potrebbe provocare inconvenienti di ordine professionale e richiederebbe loro degli sforzi.

Coloro che si battono in favore della ordinazione delle donne e per la uguaglianza di uomini e donne nel momdo intero,hanno un dovere di gratitudine verso Gertrud Heinzelmann poichè, grazie alle sue rivendicazioni esplicite, fondate su basi giuridiche e teologiche, non soltanto ha fornito delle idee che consentiranno la promozione dei cattolici di sesso femminile ma ha anche rappresentato un punto di riferimento importante. Noi che abbiamo conosciuto personalmente Gertrud Heinzelmann proseguiremo il lavoro come lei avrebbe desiderato per liberare le donne da ostacoli indegni .

Libri di Gertrud Heinzelmann :

  • “Wir schweingen nicht langer ! Frauen aussern sich zum II Vatikanischen Konzil” [Non possiamo stare più a lungo in silenzio. Le donne esprimono il loro parere al Concilio Vaticano II], Zurigo 1964.
  • “Die getrennten Schwestern. Frauen nach dem Konzil” [“Le sorelle separate; Donne dopo il Concilio "], Zurigo1967.
  • “Die geheiligte Diskriminierung. Beitrage zum kirchlichen Feminismus” [“La santa disciminazione. Contributo al femminismo ecclesiale”], Interfeminas Verlag, Bonstetten 1996.

Iris Müller e Ida Raming

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Alice

Alice

Alice

Mijn naam is Alice. Ik ben Amerikaanse en 33 jaar oud.Ik ben mijn hele leven al Katholiek. Ik vermoed dat je kunt zeggen dat de Katholieke Kerk er al wel heel vroeg bij was: ik ben op de dag zelf van mijn geboorte gedoopt door een verpleegster. Ik woog maar 2 pounds en 11 ounces; ze dachten niet dat ik de zware bevalling zou overleven. (Ik was 11 weken te vroeg geboren.) U heeft mogelijk wel eens gehoord van een ‘Katholiek van de wieg af aan’; wel, ik ben een ‘Katholiek van de couveuse af aan’.

Ik weet nog dat ik op de middelbare school al begon te denken dat ik graag priester zou worden. Toentertijd hadden wij een priester in onze parochie, de St. Stephen’s parochie, die zich veel bezighield met de teenagers. Ik denk dat hij het door hem komt dat ik begon te beseffen hoe belangrijk het priesterambt is. Hij deed werkelijk zijn uiterste best om ons te leren dat we ons verre moesten houden van drugs en alcoholmisbruik.

In die lang verleden tijd hoopte ik dat Paus Johannes Paulus II vrouwen zou wijden. Ik weet nog hoe ik in de laagste klas van de middelbare school op de televisie zag hoe hij het pausschap aanvaardde. De manier waarop hij de vraag naar de wijding van vrouwen beantwoordde was zodanig dat ik dacht dat het onder zijn leiding mogelijk zou zijn. Had ik me daar toch even vergist!

Toen, in die laagste klassen van de middelbare school, wist ik al dat Paus Johannes Paulus II geen “ramen ging openzetten en meer frisse lucht binnenlaten”. Maar ik zat op een Protestantse openbare school, en dat maakte wel dat ik dieper ging graven in mijn eigen geloof.

Omdat ik veel vragen stelde, theologie studeerde en nooit in de problemen kwam, vroegen vrienden mij soms of ik van plan was zuster te worden. Toen ik op de universiteit zat zei mijn moeder dat “niets haar blijer zou maken”. Ik wist echter dat ik mijn leven niet zou kunnen geven aan een Kerk die vond dat ik niet goed genoeg was voor het priesterschap. Ik overwoog zelfs de Kerk te verlaten en me aan te sluiten bij een liberale Protestantse Kerk.

Mijn afkeer van de Kerk maakte het moeilijk voor me om me in te leven in de Mis. Tenslotte herinnerde mijn moeder me (streng) dat ik een verplichting had jegens God, ongeacht welk probleem ik dan ook met de Kerk had. Ze zei dat ik ook niet moest vergeten dat het mijn verantwoording was, mijn veel jongere zusje (broertje? In de tekst staat sibling.) een goed voorbeeld te geven. Ik dacht altijd wel goed na en dus ook over de woorden van mijn Moeder, en het komt hierop neer dat dit de “schop onder mijn kont “ was die mijn ogen opende en me weer deed terugkeren tot mijn Katholicisme.

Langzamerhand begon ik weer deel te nemen aan zaken in mijn parochie. Ik bemerkte dat de St. Stephen’s Parochie veel voor me betekent; ik ben er per slot van rekening al vanaf 1980 lid van. Ik kwam erachter dat God de St. Stephen’s Parochie gebruikt als middel om mensen in mijn leven te brengen die het verrijken.

Ook al kan ik niet gewijd worden (vrouw — en vreselijke dingen – nog getrouwd ook)ik beschouw mezelf zeer zeker als betrokken bij dienstbetoon, en ik probeer een gemeenschap die mij zoveel heeft geschonken iets terug te geven. Op het moment zit ik voor het onderwijs in de parochieraad van St Stephen. Ik heb een onderwijsdiploma alsmede een godsdienstdiploma.

Onderwijs is beslist een ambtsbediening – ongeacht aan wat voor school of godsdienstonderricht men verbonden is. Ik heb les gegeven binnen de parochiescholen van mijn diocees en ook op een Joodse school. Volgens mij is het leraarschap een ambt omdat het iemand werkelijk invloed geeft op het leven van anderen.

Volgens mij is de wijding van vrouwen van cruciaal belang omdat het ontbreken van vrouwelijke priesters een klap in het gezicht is van de vrouwen, die tussen twee haakjes zeer toegewijd zijn aan anderen. Door geen vrouwen te wijden sturen wij de non-verbale boodschap aan de jongeren van onze Kerk, dat vrouwen niet helemaal beeld en gelijkenis van God zijn. (Natuurlijk weten we best dat deze non-verbale boodschap tegenstrijdig is met het Boek Genesis.) Bovendien weet ik, volwassen vrouw, dat het mijn hart en mijn ziel goed zou doen om een vrouw het evangelie te horen lezen, een homilie houden, voorgaan bij de Eucharistie en biecht horen. Waarom? Wel, ik zou me daardoor meer verbonden voelen met de Schepper. Ik zou een gevoel hebben alsof mijn lichaam als vrouw echt heilig is, en niet bevlekt of onwaardig, zoals sommige heiligen in de Oude Kerk meenden.

Ik zie het ambt als dienst. Ik vind dat ambtsbedienaren nederige, heel gewone mannen en vrouwen dienen te zijn die andere mensen respecteren en naar hen luisteren. Ik vind dat priesters professioneel moeten zijn in hun omgang met mensen, vriendelijk, niet zo snel oordelend en oprecht. Bovendien heeft iemand die echt door God geroepen is, een glimlach die weerspiegelt wat er in zijn of haar ziel is - oprechte liefde voor anderen. Ik zie in het kerkelijk ambt van de toekomst een priesterschap – met en zonder wijding – dat beide seksen omvat en alle culturen, in een geest van wederzijds respect.

Persoonlijk heb ik het nog steeds moeilijk met mijn Katholiek zijn vanwege het huidige verbod op de wijding van vrouwen. De ene keer ben ik verdrietig en de andere keer boos. Ik heb nog tijden waarin ik erover denk om uit de Kerk te stappen en tijden dat ik besef dat dit niet alleen mijn religie is maar ook mijn cultuur. Ik moet toegeven dat het Katholicisme en de Katholieke wijze van leven diep in mij geworteld zijn.

Ik ben er trots op lid te zijn van Call-to-Action and Future Church (= Oproep tot Actie en De Kerk van de Toekomst). Ik steun deze organisaties door mijn financiële bijdragen en door mijn gebed. Ik lees hun publicaties en vind er troost in te weten dat er nog meer Katholieken zijn die zo denken.

Ik geloof dat dit streven naar vrouwelijke priesters beslist van God komt. Ik geloof dat de Heilige Geest zeer zeker leeft in 2000. We beginnen te beseffen dat alle mensen – ongeacht hun sekse of hun ras – geschapen zijn naar Gods beeld en gelijkenis. We beginnen in te zien dat het uit den boze is iemand de gelegenheid te onthouden iets constructiefs te doen met zijn of haar leven op grond van sekse of ras.

Ik denk dat we beter beginnen te begrijpen dat Jezus, door zijn heilige Moeder werkelijk de positie van de vrouw in een cultuur van overheersende mannen heeft verhoogd. De vrije wil van Maria werd gerespecteerd, haar vermogen om zelf te beslissen over haar eigen leven werd gehonoreerd. Ze had met Jezus een unieke en speciale band, want zelfs Jezus is ‘geboren om anderen op allerlei manieren te dienen’.

De wijding alleen voor de man? Kom nou? Ik kan in alle eerlijkheid zeggen dat ik, een vrouw ‘roeping’ had, maar dat de hiërarchie me verbood eraan te beantwoorden. Hoe weet ik dat ik roeping had? Wel, het is iets dat voortdurend knaagt aan je hart; een sterk verlangen om anderen door de sacramenten bij te staan, een bereidheid tot offers, zoals door het doen van geloften; en een voortdurende oproep om te volgen in de voetstappen van de Grootste Leraar die ooit op aarde heeft geleefd.

Alice -- June 2000

Het verhaal van Monique

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Argumentos extraídos de las Escrituras

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¿Música?

A lo largo del texto utilizo el término Roma para indicar tanto la Sagrada Congregación para la Doctrina de la Fe como el Santo Padre.

RomaArgumentos de Roma basados en las Escrituras Liberdade de interrogarArgumentos opuestos basados en las Escrituras
1. Jesús no eligió a ninguna mujer como parte de los 12 apóstoles. Su apertura hacia las mujeres muestra que no es víctima de las ideas sociales de su tiempo.
Los textos de Roma!

2. Así El estableció una norma permanente.
Los textos de Roma!

3. Ni siquiera María fue investida con el ministerio apostólico.
Los textos de Roma!

  1. El hecho de que Cristo no eligiera mujeres como apóstoles se explica por la dominación social ejercida por los hombres en aquel tiempo.

2. No se puede basar una norma permanente en algo que Jesús no ha hecho.
3. Sin embargo hizo a las mujeres compañeras iguales en el sacerdocio común de los fieles por el bautismo, lo que predispone a las mujeres a compartir el ministerio sacerdotal.
María es el supremo ejemplo de esto.

   
4. 4. Roma admite que 1 Cor 11, 2-16 no tiene valor normativo, pero olvida la influencia negativa que ha tenido una exégesis incorrecta de los Padres de la Iglesia y los teólogos.
Los textos de Roma!
5. Pablo establece una distinción entre las colaboradoras y colaboradores en su ministerio.
Los textos de Roma!
6. Pablo prohíbe a las mujeres predicar y presidir la asamblea. Estableció así una regla permanente.
Los textos de Roma!
  4. Pablo estableció prohibiciones concernientes a las mujeres, inspiradas en costumbres locales, como la obligación de llevar velo: 1 Corintios 11, 2-16. En el pasado, las racionalizaciones de Pablo en este ámbito indujeron a error a los Padres de la Iglesia y teólogos de la antigüedad.

5. Pablo proclamó la igualdad fundamental de hombres y mujeres en Cristo: Gálatas 3, 27-28.. Esto sitúa a la mujer al mismo nivel que los hombres para compartir el ministerio sacerdotal de Cristo.

6. Algunos discípulos de Pablo prohibieron a las mujeres tomar la palabra en la asamblea: Timoteo 2, 1-12 y 1 Corintios 14, 34-35. Esto no establece una norma permanente.

7. Roma admite que la exégesis de estos textos del Antiguo Testamento no es correcta, pero olvida que esta exégesis defectuosa invalida el juicio de los Padres de la Iglesia y teólogos que rechazaron la ordenación de las mujeres.   En el curso de los siglos pasados, los pasajes del Antiguo Testamento han sido utilizados para declarar que las mujeres no pueden ser ordenadas.
7. Se da por supuesto que Dios ha creado a la mujer inferior al hombre : Génesis 2, 18-23.
8. Se da por supuesto que Dios ha sometido la mujer al hombre como castigo por el pecado original: Génesis 3, 16.
9. El hombre es considerado como ser superior a la mujer en inteligencia y carácter: Eclesiástico 25, 13-24.
    Una correcta interpretación de las Sagradas Escrituras
* el sentido literal
* la forma literaria
* el área pretendida
* racionalizaciones
  Conclusión: Las Sagradas Escrituras no pueden ser apeladas válidamente en vista a la ordenación de la mujer.

Traducción: Alicia Mendoza

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Sírvase mencionar este documento como publicado por www.womenpriests.org!

«Nous serons ordonnées!» — N’importe comment?!

«Nous serons ordonnées!» — N’importe comment?!

«Nous serons ordonnées!»
– N’importe comment?!?!

Une interview du Professeur Docteur Joseph Niewiadomsky, Professeur de théologie dogmatique à la faculté théologique d’Innsbruck, pendant la discussion préalable à l’ordination des femmes le 29 juin en Autriche. L’interview a été faite par le journaliste Werner Ertel en avril 2002 à l’Université Karl-Rahner à Innsbruck.

Republiée avec la permission du professeur et du journaliste, de ‘Wie Sind Priesterinnen’, ed. Werner Ertel et Gisela Forster, Düsseldorf 2002, pp 110-121; traduite par John Wijngaards.
Retraduite en français par Françoise Bourguignon.

En guise d’arrière-plan

Valide, mais illicite?

Werner Ertel: L’automne dernier, une Américaine, Mary Ramerman a été ordonnée par un prêtre de l’Église Vieille Catholique, l’Évêque Peter Hickmann. Elle est devenue prêtre d’une Communauté Catholique Romaine avec laquelle elle a, depuis lors, célébré la messe selon le Missel Romain. Maintenant l’ordination de femmes d’Autriche, d’Allemagne et des Etats-Unis est en vue, le 29 juin, dans un endroit qui est encore tenu secret et ces femmes ne seront pas ordonnées par un Évêque de l’Église Vieille Catholique mais par un Évêque Catholique Romain. Que pensez-vous de cette ordination?

Jozef Niewiadomski:Personnellement je suis de plus en plus sceptique à propos de cette entreprise particulière que je considère plutôt bizarre...

Considérons plutôt l’aspect doctrinal. Nous ne devons pas prendre en compte le fait que ce sera un évêque de l’Église Vieille Catholique qui ordonnera les femmes. C’est arrivé aussi ici en Autriche. Ce n’est pas un problème du tout. Notez bien qu’à cause de ce fait, déjà quelques Églises Vieilles Catholiques se sont déjà séparées de la Communion Vieille Catholique. Par exemple l’Église polonaise Vieille Catholique n’a pas reconnu l’ordination des femmes.

La question est donc la suivante: qu’en est-il des Évêques Catholiques ordonnant des femmes sous la formule «valide mais non permis»? Soyons clairs. Nous devons faire des distinctions subtiles. Je maintiens que cette ordination ne sera pas valide. Elle ne le sera pas d’abord parce que, selon les normes existantes dans le Droit Canon, elle n’est pas faite de manière valide. L’Église est aussi une communauté de droit. Il ne faut pas perdre cela de vue. Et une communauté de droit se définit d’abord et avant tout par des catégories de lois et cela signifie ceci: dans la communauté ecclésiale actuelle de loi, cette ordination n’est pas valide en ce qu’elle contredit la loi. Selon cette loi, une ordination exige non seulement que l’Évêque ordonnant ait le pouvoir d’ordonner, mais aussi que ce soit des hommes qui sont ordonnés et non des femmes. Cela veut dire que ce conflit avec la loi rend l’ordination invalide pour la communauté ecclésiale.

Il y a aussi une différence avec les ordinations de Lefèvre. Ses ordinations étaient valides selon le Droit Canon, mais non permises. C’est pourquoi ses ordinations dans l’Église ont créé un schisme. Ses prêtres étaient réellement ordonnés de manière valide, mais ce n’était pas licite. Lefèvre avait d’abord ordonné des évêques qui ont ensuite ordonné des prêtres. Mais dans le cas dont vous parlez, les femmes ne seront pas validement ordonnées.

Sur le plan dogmatique, ceci a toujours été la manière de procéder dans l’histoire de l’Église: une ordination qui avait été faite de manière illicite devait être reconnue par la communauté ecclésiale pour avoir un statut ecclésial important. Pour être plus clair: cette ordination ne deviendra jamais valable d’elle-même. L’Église seule peut la rendre valide en disant ‘oui’ à l’ordination, en la déclarant valide. Cet événement que sera l’ordination,est,pour l’instant, une action invalide par la loi. Nous avons des analogies dans l’Église ancienne, des conflits se rapportant à des ordinations faites par les Donatistes etc.... Cette question ne date pas d’aujourd’hui, nous l’avons souvent rencontrée dans le passé et à présent à propos de la formule ‘valide, mais pas permise’. Selon moi, cette ordination va justement être invalide parce que l’Église ne reconnaît pas cette action.

On pourrait alors poser une question spéculative: L’Église reconnaîtra-t-elle jamais cette ordination comme valide? D’après l’histoire de l’Église et celle de la doctrine, je dois conclure que toutes les actions qui ont mené à assumer une ordination par la force ont toujours été rejetées par l’Église. En ce qui concerne les personnes qui font cet acte d’ordination, quelque chose qui ressemble à un empêchement d’obligation par rapport à l’ordination surgit ensuite Si d’une quelconque manière, l’Église décidait à l’avenir d’ordonner des femmes prêtres – ce qui est tout à fait possible – le pape suivant ou le concile pourrait changer toute la situation - , alors selon moi, ces femmes-là ne seraient jamais considérées comme ayant été ordonnées prêtres. Leur ordination ne serait jamais reconnue puisque, selon la perspective de la communauté de la loi, quelle que soit votre opinion personnelle à ce sujet, en fait cette ordination était un acte de violence, donc une usurpation de pouvoir et cela sera toujours rejeté.

Ordination usurpée

Werner Ertel:Dans la République Tchèque et en Slovaquie, il y a eu des prêtres qui ont été ordonnés en secret durant la persécution communiste. Maintenant d’autres ont été encore ordonnées ‘sub conditione’ (conditionnellement),…

Jozef Niewiadomski:Non, non, dans ce cas, ce serait un acte de présomption, une usurpation. Je crois que ces femmes ne seront pas ordonnées, ou pour le dire autrement, leur ordination ne sera jamais reconnue. C’est la tragédie de toute cette situation. Personnellement, à l’intérieur du contexte de l’intégration des femmes dans l’Église Catholique, je peux seulement comprendre ceci comme un groupe de femmes, même connues dans l’Église, s’abandonnant à la pression qu’elles trouvent insupportable et disant; ‘Maintenant, nous allons faire ceci nous-mêmes!’

Je crois que, quand on prend des initiatives de cette nature, on tombe victime d’une fausse logique. La comparaison de l’ordination des femmes par l’Évêque Davidek ne s’applique pas. L’Évêque Davidek avait ordonné dans la conviction ferme qu’ainsi seulement, il pourrait sauver l’Église Catholique dans la République Tchèque – convaincu qu’il était que, dans le climat de suspicion et d’espionnage, personne ne suspecterait que des femmes aient été ordonnées. Son intention était de sauver l’Église, c’est pourquoi il a osé prendre cette initiative. Mais dans ce cas, concernant les femmes en Autriche/Allemagne,nous avons affaire à une intention subjective: «Nous voulons être des femmes prêtres». C’est exactement ce qui me trouble le plus dans cet événement et pourquoi je ne peux pas vraiment être d’accord avec ce qui se passe. Au contraire, je trouve troublante la manière dont c’est organisé.

Pourquoi tous ses secrets

Jozef Niewiadomski:Lefèvre était bien conscient de ce qu’il faisait. – Il avait annoncé son intention deux ans à l’avance, il s’était soumis à des discussions publiques. Il cherchait à être légitimé. Il discutait. Toutefois ce que nous trouvons maintenant est un mélange bizarre de publicité et de secret. Les évêques qui se sont préparés à entreprendre cette action, ou ne sont pas capables de s’engager dans une discussion publique – ce que je ne pense pas – ou il faut bien penser à quelque chose qui me dérange beaucoup parce que ce n’est pas digne des Saints Ordres – si on savait d’avance qui ils sont, ces évêques seraient empêchés d’ordonner par violence physique.

Ce n’est pas le lieu ici de discuter d’excommunication puisque ces évêques le seront de toutes manières excommuniés. Donc on peut pense, par les médias avides de sensationnel, que ces évêques seraient empêchés par violence physique, qu’ils seraient muselés dans leur expression publique ou bine assassinés. Cette sorte de présomption est de la logique d’un groupe terroriste et n’est pas la stratégie appropriée et adéquate de cette sorte de problématique dans l’Église. La manière dont cette ordination a été organisée et présentée est en contradiction avec ce qui fait nécessairement partie de l’ordination sacramentelle.

Faire ce que fait l’Église – en unité!

Jozef Niewiadomski:Vient ensuite la question doctrinale: l’intention de la personne accordant l’ordination qui doit faire ce que fait l’Église – faciendi quod facit ecclesia. La question est: que pense l’Église de l’ordination?

Selon les enseignements de Vatican II, l’ordination est à la communauté ecclésiale comme faisant partie des saints ordres. Et le sacrement de l’ordination n’est pas in privilège accordé à des individus ordonnés, elle est totalement au service de l’unité de l’Église. Les saints ordres sont donc exercés de manière collégiale, par des évêques, des prêtres, des diacres. Ce qui est toutefois envisagé ici est un acte isolé d’ordination, avec la justification est que la seule chose qui importe est que l(es)’évêque(s) qui ordonnent soient dans la succession apostolique. Tous les éléments de la collégialité.ecclésiale sont jetés par-dessus bord par la force de ce seul aspect des choses.

Ceci me ramène aux arguments de Lefèvre.. Et même pis que ça – et ici l’association est presque douloureuse – cela me rappelle l’histoire de l’anti-pape, Grégoire XVII à Palma de Troya C’était un homme qui avait eu des visions de Marie et qui s’imaginait savoir toutes sortes de choses. Et ici la comparaison devient tragique: il s’était senti appelé à cette place et il prétendait avoir des raisons solides pour y être. Ensuite il avait cherché un évêque qui l’ordonnerait. Il avait trouvé un évêque retiré au Vatican qui avait alors ordonné prêtres, lui, son collège et ses amis. À la mort de Paul VI, il s’était proclamé pape. C’est actuellement tout juste un petit groupe, l’Église Palmarienne, une fantaisie religieuse qui ne connaît pas de limites. Ce n’était plus simplement un schisme à l’intérieur de l’Église, c’est devenu une secte.

Cela va-t-il provoquer un schisme?

Werner Ertel: Etes-vous effrayé par l’idée qu’à cause de l’ordination de ces femmes, un schisme pourrait se produire dans l’Église?

Jozef Niewiadomski:Une coupure avec l’Église s’ensuivra si des évêques suivent les évêques qui ordonnent. Je ne pense pas que, pour le moment, un seul évêque Catholique suive ces évêques-là. Je pense qu’un certain nombre d’amis, de connaissances et de compagnons soutiendront ces femmes. Cela ne provoquera pas, me semble-t-il, une grande révolution. Je crains que cela ne se développe en secte. C’est pourquoi tout cela est assez tragique pour moi. Graduellement cela mine tous les efforts qui ont été accomplis. Par exemple dans le diocèse de Linz: des femmes se qualifient par des études, prennent des charges de chefs de communauté et de cette manière, commencent à générer une certaine plausibilité. Cette action va saper tout cela dans l’Église...

Valeur prophétique?

Werner Ertel: Professeur, vous demandezce que l’Église va faire de ces ordinations? Mais les femmes demandentce que ces ordinations vont faire à l’Église? Selon la conviction de ces femmes, par cette action, Rome sera obligée de répondre, simplement parce que les faits auront été établis. Si on ne fait pas ça, il ne faudra pas compter sur des progrès en ce qui concerne l’ordination des femmes, même pas dans cent ans!

Jozef Niewiadomski:Je m’élève contre ça. Cela m’irrite. Ces femmes semblent surestimer leur importance. Elles souffrent d’une forme de narcissisme moderne et sont poussées par les médias. Aujourd’hui, n’importe qui peut exprimer n’importe quoi, une chose est jugée crédible et l’autre moins, selon le climat culturel du jour.

La problématique du ministère est une des plus délicates dans l’Église Catholique. Ce qui est arrivé dans la discussion sur les ministères pendant les vingt dernières années a vraiment amené une révision totale. Selon la tradition la plus ouverte et la plus libérale à laquelle je me consacre depuis longtemps, on ne peut juger le ministère simplement par une norme (comme la succession apostolique). Nous sommes heureux que Vatican II ait pris ses distances de la compréhension des ministères qui prévalait au Concile de Trente. Pour parler clairement, il existe un monde de différence entre Trente et ce que l’Église Catholique officielle dit à présent.

Quand Lefèvre a fait clairement un pas vers un retour à l’ancien ministère, un cri d’horreur et de colère s’est élevé, tout le monde disant à quel point cela était terrible. Maintenant, tout à coup, nous entendons des commentaires enthousiastes bien que les arguments soient basés sur les mêmes prémisses (celles de la succession apostolique) et je me demandeoù est donc la différence? Devrais-je être d’accord maintenant simplement parce que cela me convient? Non! Il faut que je me pose cette question-ci : comment justifier ce que je fais?

Revenons à la question de la surestimation de soi. Qu’est ce que l’Église va faire? Quel est le sens du ministère? Le ministère, pour parler en clair, ne peut pas perdre de vue la question de l’unité de l’Église. C’est un des points les plus délicats dans une discussion moderne. Ce n’est plus la question de savoir si je suis prêtre et que par conséquent je peux célébrer la messe ou entendre une confession. L’Église ne sera certainement pas guérie ainsi. L’Église doit présupposer un accord minimum pour dire à quoi doit ressembler le ministère. Si nous voyons cela simplement en termes de démocratie et que nous nous demandons: l’Église d’aujourd’hui devrait-elle admettre des femmes à l’ordination et à la prêtrise? Alors je n’aurai pas besoin de citer la réponse officielle. C’est une énorme surestimation de soi si on pense que la base pourrait être simplement un vote populaire.

Werner Ertel:En Autriche, selon les rapports, 75% de la population se sont déclarés favorables.

Jozef Niewiadomski: L‘Autriche n’est pas l’Église Catholique. C’est le problème. En Suisse aussi, on entend toujours dire:pourquoi se préoccuper des autres pays, nous sommes Suisses. Et les femmes disent: «C’est seulement quand nous aurons été ordonnées nous-mêmes que Rome s’éveillera». Je ne suis pas certain que Rome soit vraiment endormie. Pour moi, cela montre vraiment que l’on présume de ses forces. Évidemment, le Pape a clairement dit: non! Tous ceux qui pensent logiquement vont conclure: il est clair que rien ne va changer au cours de ce pontificat.

Je m’attendrais à ce que chaque être humain, chaque institution soit capable de dire: dès qu’on arrive à cette conclusion: l’implication en ce qui me concerne sera de montrer de la patience et de ne rien forcer. Au lieu de dire: ah maintenant, je vais vous montrer que j’ai raison! C’est une attitude que je ne comprends pas sur un plan spirituel. C’est pourquoi je suis convaincu que cela sera contreproductif.

Patience et humilité?

Werner Ertel: Vous n’avez pas de sympathie pour l’impatience des femmes d’un point de vue humain? Leur colère à propos du fait que l’Église semble proclamer que c’est Dieu lui-même qui a soumis la femme à l’homme et que, c’est sur ces bases-là, qu’elle dit qu’elle n’a aucun pouvoir pour ordonner les femmes. Est-ce que cela ne se ramène pas pour elles à une humiliation, à les rabaisser?

Jozef Niewiadomski:Ce qui constitue une humiliation et un amoindrissement n’est pas décidé par une formule, mais à travers la société qui juge les valeurs et les non-valeurs. Si aujourd’hui vous déclariez qu’on a humilié les femmes pendant plus de 20 siècles, vous prononcez un jugement moral sur vos ancêtres du genre de: «c’étaient seulement de pauvres types!» Je ne veux pas prendre part à cette sorte de discussion.

Je veux dire clairementque les croyances qui sous-tendent les bases théologiques pour ne pas permettre l’ordination aux femmes sont devenues intenables culturellement. C’est mon opinion. L’Église, elle-même, a jeté par-dessus bord certaines de ces croyances. Par exemple une des plus importante objection de Thomas, à savoir que la femme est dans un état de sujétion, qu’une femme est incapable de diriger,, est intenable actuellement. Tout le Moyen Age ne pouvait pas imaginer qu’une femme pouvait juger des hommes. Cette façon de penser structurée par la culture, est rejetée maintenant. L’Église a nommé des femmes juges – au Tribunal de la Rote Romaine ( la Cour qui s’occupe des mariages), elles sont donc conduites à juger des hommes.

Donc, dans les matières juridiques, des femmes jugent des hommes. C’est une avance importante dans l’histoire. Une question reste pendante: l’ordination des femmes. Dans ce cas, l’Église a perdu sa crédibilité, cela je vous l’accorde. Mais des concepts comme celui de l’humiliation ne sonnent pas justes dans ce contexte. Je ne comprendrais donc pas le monde parce que je dirais à toutes ces femmes qui ne peuvent accepter l’ordination des femmes: vous êtes aveugles, vous êtes des créatures soumises etc. C’est clair pour moi que cela ne fonctionne pas.

Les médias dans tout ceci.

Jozef Niewiadomski:À terme, des solutions politiquement correctes vont faire du tort aux femmes elles-mêmes. Cela s’applique par exemple quand les féministes disent qu’il n’y a pas de différence entre les sexes, que seule existe une égalité radicale. J’ai le sentiment que, dans notre société moderne, la question de la place de la femme dans l’Église est devenue le sujet favori des médias car ils essaient d’éviter les vraies questions religieuses ou ils les occultent. Les médias exploitent ceci dans notre société libérale dans laquelle les femmes sont soumises aux pressions de la société libérale. Les gens des médias disent simplement: Voyez cette vieille Église Catholique, comment elle est incapable de réformes etc.people can simply say: ‘See how old fashioned the Catholic Church is, how incapable of reform’, and so on.

Sur ce genre de chose, les médias libéraux peuvent parler sans crainte parce que cela ne heurte personne: aucune banque, aucune compagnie d’assurance, personne à l’université. Cela ne concerne personne en particulier – et donc, il pourrait sembler qu’il existe un consensus là-dessus. Certains cercles de l’Église embrayent.. Ils pensent que nous serons soutenus par les médias libéraux Complètement fou! Les médias libéraux se fichent qu’il y ait des femmes prêtres dans l’Église ou non, ils se fichent de l’Église, ils se fichent de Dieu.

Dans ce contexte, la question surgit de savoir si la logique moderne de la société d’aujourd’hui peut être si facilement acceptée en ce qui nous regarde dans l’Église. L’action d’ordonner des femmes est faite en fonction de la publicité, une action dont je peux à peine dire qu’elle est favorable à la réforme de l’Église, tellement elle est ambiguë et peu claire. Je dis donc: «Pour l‘amour de Dieu, ne faites pas cela!»

Sympathie avec les femmes?

Jozef Niewiadomski:Pour la question de savoir si j’ai de la sympathie pour les femmes, je dirai que, savoir si on a de la sympathie pour les gens, dépend de la compréhension de leurs motivations personnelles. Je ne sais pas comment les femmes en question justifient leur action. Bien sûr que j’ai de la sympathie pour les femmes qui se sentent insuffisamment intégrées à l’Église. Lorsque j’en ai la possibilité, je fais moi-même campagne en faveur de l’ordination des femmes en présupposant une discussion claire sur la question de ce qu’est le ministère, etc.

Ce qui va arriver est un acte de guerre et nous devons nous demander qui va en bénéficier et qui va en pâtir.

Je pense que cela va servir à exciter les médias sur la prétendue incapacité que l’Église a de se réformer. Cela servira probablement à une courte affirmation de bonheur et de satisfaction pour les personnes concernées qui auront alors l’impression d’avoir accompli quelque chose, l’impression qu’elles se trouvent au centre de l’histoire.Si j’envisage le cas de Madame Karin Leiter aujourd’hui qui a accompli son plus cher souhait en devenant prêtre – malheureusement dans la mauvaise Église comme elle l’admettrait probablement elle-même, - je m’aperçois que personne ne lui prête attention. Qui est intéressé par le fait que Karin Leiter est devenue prêtre? Personne si nous sommes parfaitement honnêtes. Selon moi, il y a des implications tragiques que nous ne pouvons pas réellement discuter dans le domaine public.

Ordination des femmes et Droit canon

Werner Ertel: L’ordination des femmes est de nos jours est à peine encore une question biblique ou doctrinale, non? N’est-ce pas seulement un paragraphe dans le Droit Canon qui a besoin d’être amendé?

Jozef Niewiadomski: Je Droit Canon est toutefois une partie du consensus de foi de notre époque. Il ne faut pas l’oublier. C’est vrai qu’un consensus de foi n’a pas de caractère obligatoire d’un point de vue doctrinal, mais c’est un peu comme une transaction bancaire. Si je suis vraiment intelligent,je trouverai la bonne façon de faire et j’apprendrai à fabriquer des faux billets. La banque aura évidemment à faire face à ce défi. Elle découvrira à temps que mon argent n’est pas un moyen de paiement valide. Il en va de même de l’argument: c’est seulement une affaire de Droit Canon. L’argument passe par-dessus la position de la loi dans ce contexte.

Werner Ertel:Mais le Droit Canon peut être facilement changé, non?

Jozef Niewiadomski:Certainement, il y a aussi des formules doctrinales qui peuvent être changées – mais elles ne le seront pas par quelqu’un qui dira de sa propre initiative: «maintenant, je le fais moi-même!» J’ai souvent écrit et publié des articles dans lesquels je déclarais qu’il n’y a rien, au point de vue doctrinal, qui s’oppose à l’ordination des femmes. Et c’est une position que je maintiens, même maintenant. Mais l’obstacle est la volonté de la communauté de loi dans l’Église.

Dans une ferme, rien ne s’oppose à ce qu’un fils reprenne la propriété de son père – si ce n’est la procédure légale de dévolution d’héritage et le testament du père. Le fils peut dire: «Parce que je peux mieux diriger la ferme, je déshérite simplement mon père». Cela ne sera pas valide légalement. Il usurpe la place de son père dans la propriété. Qu’est ce que cela signifie pour la communauté de loi, dans ce cas, la loi séculière? Celle-ci doit avant tout protéger le propriétaire légitime, autrement il y aurait chaos. Oui et s’il s’avère dans le temps qu’il y a dans le village assez de gens qui veulent faire les choses,autrement peut-être la loi pourrait-elle changer, pourriez-vous dire – mais vous parlez alors d’une révolution, un acte violent.

Mon avis est que la réforme du ministère n’a jamais été faite par des révolutions. Les réformes du ministère ont été faites par des petits pas douloureux et ensuite, elles ont provoqué des schismes. Je suis convaincu que nous allons arriver à un petit schisme.. Quand les évêques créent un schisme parce qu’ils veulent ordonner des femmes, cela comporte le risque fou de créer une Église de Femmes.

Au fond de moi, je suis persuadé que cet acte sera contreproductif en ce qui concerne l’intégration des femmes dans l’Église. C’est pourquoi je déclare ici de toutes les manières possiblesque je n’en ferai pas partie. Il y a des centaines d’Églises et toutes prétendent se rattacher à Jésus. Je veux appartenir au cadre de cette communauté de foi et cette communauté de foi s’est créée par la manière dont elle interprète la tradition biblique. Cette interprétation est soutenue par une quantité de témoins. Un des conflits les plus élaborés dans cette façon d’interpréter est de savoir s’il y a des raisons suffisantes de dire que nous ne pouvons pas ordonner de femmes.

Je crois qu’au fur et à mesure que le temps passe, cela deviendra plus limpide. –«Non, il n’y a pas de raisons valides!» Mais cela ne me permet pas de dire maintenant: «Donc, je vais le faire moi-même. Je vais forcer les choses. Je le fais simplement.

C’est là qu’est l’erreur.

Werner Ertel: Nous entendons souvent les gens parler de kairos , du mouvement juste d’ordination des femmes. C’était le cas avec l’Évêque Davidek en 1970 à Brunn. On en parle aussi maintenant. Qu’en est-il si la pression ne provient pas de la société libérale mais du Saint-Esprit et de Dieu lui-même?

Jozef NiewiadomskiDans ce cas, je dirais de laisser l’initiative à Dieu. Comme disait Gamaliel:«Si cela vient de Dieu, cela perdurera, alors nous ne pouvons pas l’empêcher» Seulement, en tant qu’être humain, je vous dis que cela sera contre-productif parce que cela fossilise la compréhension de ce qu’est l’ordination que l’Église, à travers le monde, a déjà transcendée.

L’action proposée réintroduit une compréhension de l’ordination qui se centre exclusivement sur l’administration du sacrement. Elle fait renaître un vieux concept qui a déjà été abandonné par la théologie dogmatique, c’est-à-dire l’ordination qui existe par elle seule. Déjà le Concile de Chalcédoine déclarait que les fidèles pouvaient seulement être ordonnés dans des communautés ecclésiales spécifiques – que les ordinations qui se faisaient seules n’avaient pas de validité. Selon la manière dont nous percevons aujourd’hui l’ordination, elle sert à garantir l’unité de la communauté. Quelle Église serait unie par une ordination faite pour elle-même

Je laisse de côté la question de la formation théologique requise, de la formation théologique, des qualifications que devrait avoir un candidat à l’ordination. Je sais que certains demanderont: pourquoi un prêtre devrait-il avoir une quelconque formation théologique? Pour ma part, toute cette approche dont nous venons de parler est la démarche qui serait encore plus contreproductive à l’intégration des femmes dans l’Église.

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Claude Jarvis

Claude Jarvis

Colette Joyce

Perchè ho scritto

Fu durante un ritiro in India a Natale del 1992 che finalmente smisi di sfuggire a Dio e riconobbi che ero chiamata al sacerdozio. Questa chiamata era sconcertante, ed io per sette anni ho fatto del mio meglio per capire cosa significasse e cosa fosse necessario fare nei suoi confronti. Fu per me un problema continuo provare a riconoscere l'autenticità della mia vocazione e comprenderne meglio il senso, andando avanti nella mia vita e tentando di scoprire una strada verso un ministero possibile per una donna in seno alla Chiesa cattolica.Attualmente, lavoro quattro giorni a settimana come assistente pastorale in una parrocchia cattolica della diocesi di Westminster e continuo gli studi a tempo parziale al Heythrop College, a Londra per avere il diploma in filosofia e religione.

Nel tempo libero, aiuto John Wijngaards come assistente ricercatrice per il suo sito Web (www.womenpriests.org). Mi ha chiesto di raccontare la mia storia. Eccola.

Gli inizi

Primogenita di una famiglia di quattro figli, sono cresciuta in una piccola parrocchia dell' Essex, in Inghilterra. I miei genitori erano molto impegnati nella parrocchia e partecipavamo a tutto ! All'età di 14 anni, ero lettrice ed aiutavo nella vendita di oggetti a favore della parrocchia e questa è una cosa che mi viene in mente dopo lungo tempo. Ho frequentato una scuola cattolica, ho fatto parte di un gruppo di ragazze cattoliche e sono andata regolarmente in pellegrinaggio ai santuari cattolici di Walsingham e Aylesford. Dalla mia più giovane età, ho avuto coscienza della presenza di Dio e sentito un grande desiderio di aiutare gli altri . Quando ebbi undici anni, ho fatto l'esperienza sconvolgente dell'amore di Dio per me ed ho tentato di trovare il modo di rispondervi. Agli inizi di quell'anno, lessi un libro su santa Teresa e le parole che intesi furono quelle che mi chiedevano di essere 'come Teresa' . Per molti anni, pensai che 'essere come Teresa' significasse 'diventare religiosa ', un desiderio che ho avuto lungo gli anni della mia adolescenza. Quando ebbi sedici anni, qualcuno mi chiese, durante una conversazione :"Non pensi che le donne dovrebbero diventare sacerdote? " . La mia risposta, automatica, doveva essere inorridita " No !"

La svolta

All'epoca non vi tornai su, ma questo breve scambio di battuta ha segnato una svolta nella mia vita. Negli anni che seguirono, mi misi a riflettere sul serio sulla questione: "Le donne non dovrebbero anch'esse diventare sacerdote? " e cominciai a dare una risposta diversa: " Si". Pensavo alle conseguenze che avrebbe comportato per la Chiesa, per la fede in Cristo, ordinare le donne capovolgendo una pratica secolare e mi rendevo conto che queste conseguenze sarebbero state considerevoli. Ma nello stesso tempo, io sentivo che, in qualche modo, era giusto.

Cominciare a veder chiaro

Quando entrai all'università, la chiamata che avevo sentita durante l'adolescenza si indebolì ma restava il desiderio di 'fare qualcosa per la Chiesa' ; cosa che mi spinse a studiare teologia all'Università di Nottingham e, quindi, a dedicare una anno al volontariato, a Liverpool.

Più o meno in quel periodo iniziai a capire che l'equivalente femminile del sacerdote non era la religiosa.. Questa fu ,all'epoca, una scoperta sconvolgente. Quando ero adolescente, sapevo che nella Chiesa cattolica, gli uomini diventano sacerdoti e le donne , religiose. Essere religiosa era ' la ' vocazione con la quale una donna si metteva a servizio della Chiesa e, di conseguenza, questo ero ciò che io mi apprestavo a diventare. Ma io avevo istintivamente pensato che ciò consistesse nel trasmettere la vita sacramentale della Chiesa. La religiosa, capii allora, non è affatto la corrispondente del sacerdote, ma del monaco. Le religiose vivono in comunità offrendo alla Chiesa un dono speciale, il 'carisma ' della loro congregazione. Le religiose lavorano nelle parrocchie ed aiutano di quanto in quanto a preparare i fedeli a ricevere i sacramenti ma questo non è normalmente il loro lavoro ed esse fanno una quantità di altre cose. L'ordinazione ha un significato diverso e sebbene essa sia spesso conferita ai monaci, essa non è MAI conferita alle religiose. Servire la Chiesa del Cristo, è una missione degli uomini e delle donne, ma il sacerdozio è riservato unicamente ai maschi. Mentre io sapevo, coscientemente, che solo gli uomini possono amministrare i sacramenti, non mi era mai venuto davvero in mente che io non avrei mai potuto essere scelta per celebrare la messa, e la ragione per la quale non potevo esserlo era il fatto di essere donna. L' Eucaristia era al centro della mia vita religiosa , la sorgente che ispirava tutto ciò che facevo, tanto che mi sembrava evidente che in quella direzione avrei sempre indirizzato il mio cuore.Comprendere che io ero definitivamente esclusa da questo mezzo fondamentale di condividere la mia fede mi fece bloccare di netto e cominciai a pormi una serie di domande su ciò che vuol dire essere donna,e cattolica per di più.

La chiamata

Durante l'anno che dedicai al volontariato, cominciai a prendere coscienza di una sensazione interiore che mi rodeva, a rendermi conto che qualcosa non andasse. L'idea che io volevo davvero essere sacerdote si ripresentò spesso ma ogni volta la respingevo:" Se fossi un uomo, ragionavo, io allora potrei evidentemente diventarlo, ma come donna, è impossibile. Io posso lavorare al servizio della Chiesa senza essere sacerdote. Io amo occuparmi della gente. Posso lavorare come assistente sociale, consigliere o qualunque altra cosa, non importa ". Sebbene fossi giunta, dal punto di vista intellettuale, ad accettare che le donne possono essere ordinate, io resistevo energicamente all'idea che questa cosa mi riguardasse! Nei miei sogni ad occhi aperti, poteva essere interessante immaginarmi di diventare sacerdote, ma nella realtà io desideravo fare altre cose.

Tuttavia, la sensazione che mi rodeva non scomparve del tutto e, durante un viaggio di quattro mesi attraverso l'India nel 1992, feci un ritiro di otto giorni in una casa dei gesuiti a Goa. Questo ritiro fu una lotta penosa e difficile ma alla fine della quale ho fatto l'esperienza, quasi impossibile da descrivere, della chiamata personale di Dio a diventare sacerdote.Con grande sorpresa mia ed del mio direttore spirituale, mi ritrovai a piangere sul pavimento della cappella della casa di ritiro, all'inizio terrorizzata dalla evidente impossibilità di ricevere il sacerdozio, poi colma di gioia nel vedere che ero stata sommersa della più straordinaria delle consolazioni , quella di sapere che Dio vi era presente ,che io dovevo solo aver fiducia e che lui avrebbe fatto il resto. Allora il sentimento che mi consumava cessò e fece posto ad una sensazione di pace. Sette anni dopo, io provo la stessa sensazione, una calma interiore sorprendente in una vita che altrimenti sarebbe piombata nel caos.

Perchè l'ordinazione ?

Allora ero convinta-e lo sono ancora- che io non sarei un buon sacerdote e che Dio avrebbe fatto meglio a scegliere qualcun altro. Per me è molto imbarazzante incontrare oggi delle donne impegnate nel lavoro pastorale che farebbero molto meglio di me il sacerdote, e forse- chissà- sono chiamate al sacerdozio. Tuttavia, perchè io ? Perchè non loro? Dimenticami, Signore !

Quando feci questo ritiro, credevo di essere la sola donna cattolica al mondo ad aver ricevuto una tale chiamata. Ma in seguito, ho incontrato molte altre donne nella mia stessa condizione ed ho capito che lo Spirito Santo è all'opera e chiama delle donne in tutto il mondo. Donne di ogni condizione, sposate e non, religiose e laiche , tutte hanno in comune la convinzione che l'ordinazione renderà il loro ministero molto diverso, che Dio chiede loro di fare in modo che ciò avvenga. Incontrando queste donne, ascoltando le loro storie e visitando i posti in cui esse esercitano il loro ministero, sono stata convinta, probabilmente meglio che da qualunque argomento teologico, dell'urgente bisogno di riconoscere queste vocazioni per quello che sono realmente e di non privare dei loro doni la Chiesa , perchè ne ha bisogno.

Una Chiesa adulta

Nel lavoro parrocchiale che svolgo attualmente, posso rendermi conto che la posizione delle donne nella Chiesa, per lo meno nelle strutture parrocchiali, non è con tutta evidenza per nulla accettabile. Poche concrete responsabilità vengono affidate alle donne nella vita parrocchiale e quelle che hanno responsabilità le assumono grazie all'influenza che esse esercitano sugli uomini con i quali esse collaborano. Questa non è una maniera di procedere matura, sia nei confronti degli uomini che nei confronti delle donne. In effetti, una situazione simile si riscontra spesso nel caso di uomini che esercitano un ministero e che non sono celibi, e nel caso dei laici in generale. E' urgente riflettere maggiormente sul modo di intendere i ministeri. I poteri decisionali e la responsabilità in materia di fede dovrebbero essere più largamente distribuiti se si vuole che la Chiesa cresca .

Il Libro della Genesi ci racconta che noi siamo stati creati maschio e femmina ad immagine di Dio. Per me, la costante meditazione sul mistero dell'esistenza dei due sessi in mutua relazione deve essere senza alcun dubbio parte integrante del cristianesimo: Le donne aggiungerebbero al ministero ordinato l'aspetto femminile del Cristo che, come crediamo, è Dio che ha preso la natura umana per portarci la salvezza. Alle volte temo che che sottolineando l'importanza della mascolinità del Cristo noi rischiamo di limitarci a celebrare la mascolinità piuttosto che celebrare Dio, il quale non ha sesso e che quindi si mostra a volte sotto l'aspetto maschile ed a volte sotto quello femminile. L'intimità delle donne con Dio è secondaria? Sostenendo che solo gli uomini possono rappresentare validamente il Cristo, come possiamo noi proclamare la Buona Novella ?

Corsa ad ostacoli sulle montagne russe

Negli anni che seguirono al mio ritiro a Goa, fu una lotta continua per rimanere fedele alla chiamata. L'ordinazione sarebbe stata possibile per me, avrei dovuto sempre battermi per superare tutti gli ostacoli, esterni ed interiori, che mi hanno spinto nel corso degli anni a voler perfino abbandonare. 'Esteriorizzando' la mia chiamata , spiegandola a molte persone, ho preso coscienza del peso supplementare che è quello di provare a vivere la mia vocazione nel modo che è possibile nelle condizioni in cui posso esercitare un certo ministero. Mi pento di aver commesso degli errori tali che qualcuno possa prendermi ad esempio e dire: " Ecco cosa accade quando delle donne vogliono diventare sacerdote !"

Alla chiamata che Dio mi ha indirizzata, malgrado tutti i miei timori, ho cercato di rispondere nel modo che io ho compreso. Infine, sta alla Chiesa stabilire se io posso essere una candidata accettabile per l'ordinazione. Tutto quello che posso fare è di presentarmi dicendo che mi piacerebbe essere messa alla prova.

Ordinatio Sacerdotalis

Nel 1994, la pubblicazione della Ordinatio Sacerdotalis che confermava che la Chiesa non si sente autorizzata a conferire l'ordinazione sacerdotale alle donne e che non c'è, di conseguenza, alcuna necessità di proseguire la discussione , ha reso il mio dilemma ancora più vivo. Sentire la chiamata al sacerdozio è stata per me l'occasione di fare una esperienza più forte di Dio. E' a partire da questa esperienza che io parlo di Dio e che io faccio testimonianza della mia fede nel Cristo durante i miei contatti con gli altri. Se io non posso parlare di questa mia esperienza , come potrei parlare del Cristo e della mia fede ?

Mi rendo conto che sarebbe più facile restarmene silenziosa e non turbare nessuno ma questo sarebbe un tradimento. Quello che mi dà il coraggio per proseguire è la scoperta che tanti altri nel mondo cominciano a pensare che la Chiesa è chiamata ad ordinare le donne .

Fare ricerca per www.womenpriests.org

Il fare ricerca sulla Rete mi ha rivelato la misoginia così tristemente presente nelle conclusioni di molti Padri della Chiesa concernenti la natura delle donne, posizione questa che continua ancora a condizionare l'insegnamento del Magistero. Ma mi è sembrato importante prendere conoscenza di numerosi fili della nostra ricca tradizione che permetteranno di tessere la tela di una futura teologia della ordinazione delle donne, spesso implicita negli scritti degli stessi Padri della Chiesa. Alcuni brandelli di informazione che abbiamo sulle donne che sono state diaconesse, sulle mistiche, le sante , le teologhe dei tempi antichi mi hanno istillato la convinzione che la vocazione delle donne al sacerdozio non è un'idea nuova ma un progetto che attende solo di concretizzarsi.

“Essere come santa Teresa"

Nella mia vita, nella quale il desiderio di 'essere come santa Teresa ' è stato così importante per la mia chiamata, sono stata colpita nello scoprire che Teresa stessa aspirava a diventare sacerdote e che è stata felice di dover morire all'età di 24 anni, l'età a partire dalla quale essa avrebbe potuto esser ordinata , di modo che essa non dovette subire la delusione per non poterlo diventare.

E per l'avvenire?

In questo momento trovo penoso e frustrante lavorare all'interno delle strutture ufficiali della Chiesa cattolica. In realtà è penoso sentirmi ripetere continuamente nei documenti della Chiesa che la vocazione con quale io credo Dio mi abbia chiamata, è da respingere, quando è stata questa stessa vocazione a spingermi verso il servizio per la Chiesa ! Quando predico o quando presiedo una ADAP (Assemblea Domenicale in Assenza del Sacerdote ) o quando ancora accetto una nuova responsabilità , quando prendo la parola su un problema qualunque, io sono sempre a domandarmi se quello che ho detto o quello che ho fatto è ammissibile per una donna che NON è sacerdote ( benchè essa vorrebbe diventarlo) . Di continuo, mi sembra che la cosa più importante sia quella di stare attenta a ciò che posso o non posso fare, piuttosto che preoccuparmi del servizio che posso rendere per la gloria di Dio. Ma non dovrebbe essere così.

Nella Chiesa del terzo millennio, le donne e gli uomini dovrebbero essere capaci di vivere pienamente la loro reciproca vocazione, l'una accanto all'altro, qualunque sia la forma , compreso il sacerdozio. Dietro la spinta dello Spirito Santo, io sono convinta che saremo maggiormente capaci di fare attenzione alla vocazione dell'altro, e permetteremo a Dio di darci la Chiesa nuova alla quale aspiriamo.

Colette Joyce

Dicembre 1999

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Versione italiana di www.womenpriests.org curata da Francesco Rocca.